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È possibile una morale che sia fondata
su
presupposti teoretici di tipo scettico?
di Giuseppe Licandro
Riflessioni sui capisaldi dei
precetti etici,
alla luce del pensiero di Giuseppe
Rensi
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Nel numero 5/2011 di
MicroMega, oltre a varie problematiche di
estremo interesse, si è discusso dei capisaldi della
morale e della possibilità, o meno, della conoscenza
oggettiva.
Paolo Flores d’Arcais
e Roberta Monticelli, in Controversia sull’etica,
hanno discettato sui fondamenti dell’agire umano,
sulla base di due presupposti tra loro divergenti.
Il primo ha
sostenuto che in natura non esistano principi
assoluti, ma modalità diverse d’intendere la vita
che si scontrano o si integrano, in base a «scelte
di valore che precedono ogni dimostrazione
razionale» [1]. La seconda, invece, si è dichiarata
convinta che «sia possibile una fondazione razionale
del pensiero pratico», assumendo come valore
universale «il riconoscimento della pari dignità»
[2].
Gianni Vattimo, in
una conversazione con Daniel Gamper, ha espresso il
suo relativismo gnoseologico ed etico, affermando
che «dobbiamo dire addio a una verità che sia
verificabile una volta per tutte e in modo
indipendente dai paradigmi adottati» [3]. Tale tesi
è stata rigettata, in Epistemologia ad personam,
da Maurizio Ferraris, il quale ha affermato che essa
«è difficilissima da sostenere tanto sotto il
profilo filosofico quanto sotto quello
etico-politico», perché non considera «l’intrinsecità
tra il totalitarismo, l’appello alla decisione e
l’addio alla verità» [4].
La vexata
quaestio dell’esistenza o meno di verità
oggettive e di valori assoluti risale agli albori
del pensiero filosofico occidentale. Già Protagora,
nel V secolo a.C., asseriva che «l'uomo è la misura
di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono
e di quelle che non sono in quanto non sono»,
sostenendo che non esistesse un punto di vista
gnoseologico migliore degli altri, ma solo una serie
di opinioni individuali, tutte plausibili, tra cui
bisognava discernere in base a considerazioni di
natura meramente utilitaristica [5]. A ciò si
contrapposero Platone e Aristotele, i quali erano
invece convinti che il mondo contenesse (come sua
causa estrema o ragione interna) alcuni principi
primi oggettivi (le "idee" platoniche o le "forme"
aristoteliche) e che la stessa etica avesse una base
universale, condivisa da tutti [6].
La disputa è proseguita fino ai
nostri giorni, articolandosi ulteriormente
attraverso le riflessioni di chi ha enfatizzato
l'esistenza di principi teoretici perfettamente
conoscibili e norme etiche in qualche misura
oggettive (i giusnaturalisti, Kant, Hegel, i
positivisti) e chi, di contro, ha negato che ci
fossero leggi obiettive atte a spiegare il senso del
mondo (Pascal, Hume, Leopardi, Schopenhauer,
Nietzsche, Heidegger).
Di questi ultimi fa parte
Giuseppe Rensi, filosofo italiano ingiustamente
relegato nel dimenticatoio, che si fece portavoce,
nella prima metà del Novecento, di istanze scettiche
e irrazionalistiche, opponendosi dapprima
all'idealismo crociano-gentiliano imperante e, in
seguito, all'ideologia totalitaria fascista (cosa
che gli costò la perdita della cattedra di Filosofia
Morale presso l'Università di Genova e anche una
breve detenzione carceraria).
Pensatore alquanto eclettico,
Rensi attraversò nel corso della propria esistenza
varie fasi di elaborazione teorica: dall'idealismo
degli anni giovanili (durante i quali aderì al
socialismo) passò, dopo l'esperienza traumatica
della Grande Guerra, al realismo materialistico, poi
tramutatosi in uno scetticismo imbevuto di forte
pessimismo antropologico; infine, approdò al
misticismo spiritualistico, coniugando, "pascalianamente",
il nichilismo con la tensione religiosa, frutto di
un radicale rifiuto della realtà del suo tempo.
Egli anticipò molti temi
filosofici diventati di grande attualità dopo la sua
morte. Estremamente suggestive risultano le sue
riflessioni sul carattere "debole" e soggettivo
della conoscenza umana, che hanno caratterizzato la
cultura "postmoderna" nell'ultimo scorcio del
Novecento: «Non esiste
la ragione. Esistono solo le ragioni.
[...] non c’è verità, ma solo i nostri vari,
singoli, individualmente generantisi fenomeni
psichici di verità, cioè le nostre personali,
soggettive, diverse, contrastanti, irreconciliabili
“verità”» [7].
Pur non condividendo fino in
fondo l'ambito irrazionalistico entro cui si muove
Rensi, riteniamo, tuttavia, necessario tener sempre
presente lo spirito critico con cui egli contestò la
presunzione degli ingenui paladini delle «magnifiche
sorti e progressive» dell'umanità. Facendo nostro il
punto di vista di vari epistemologi contemporanei (Thomas
Kuhn, Imre Lakatos, Karl Popper, ecc.), siamo
convinti che la ricerca della "verità in sé" sia
sempre suscettibile di errore [8]. Bisogna,
pertanto, attenersi alle teorie più probabili, che
vanno rivisitate e abbandonate nel caso in cui siano
smentite da fatti imprevisti, come già affermato nel
II secolo a.C. anche dallo scettico Carneade [9].
Ciò non significa, però, sostenere l'amoralismo
etico: anche se non c'è una lex naturalis
che imponga
agli uomini determinati comportamenti e non esiste
un punto di vista che possa interpretare
univocamente il senso delle cose, tuttavia qualche
metodo per distinguere “bene” e “male” può essere
ugualmente individuato.
È il criterio
protagoriano dell’utile della maggioranza che, in
ultima analisi, permette di stabilire ciò che è bene
e ciò che è male all’interno di una comunità, fermo
restando che anche chi la pensa diversamente deve
avere il diritto di vivere a modo proprio, senza
però arrecare danno agli altri. Bertrand Russell
affermò, infatti, che «desideri giusti saranno
quelli capaci di essere compossibili con il massimo
numero di altri desideri; desideri ingiusti saranno
quelli che possono venir soddisfatti solo a costo di
frustrare altri desideri» [10]. Esiste, inoltre, un
secondo criterio che permette di operare una
selezione tra i principi ispiratori del
comportamento: la sopravvivenza della specie, il suo
riuscire ad adattarsi meglio all’ambiente. In tal
senso, siamo convinti che una dottrina che predichi
l’esistenza di diritti e di doveri uguali per tutti
sia preferibile ad una che esalti la violenza e il
privilegio di pochi, poiché più funzionale alla
sopravvivenza di un maggior numero di individui.
Pur ritenendo,
quindi, che a fondamento dei valori morali non ci
siano né la “volontà divina” né le “leggi di
natura”, conveniamo con Francis Hutchenson, filosofo
illuminista scozzese, il quale ha asserito che
«l'azione migliore è quella che realizza la massima
felicità per il massimo numero, e la peggio quella
che, nella stessa maniera, produce infelicità»,
senza, per questo, dimenticare la lezione rensiana
sulla valenza soggettiva di ogni asserzione
teoretica ed etico-politica [11].
Giuseppe Licandro
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – PAOLO FLORES
D’ARCAIS-ROBERTA DE MONTICELLI, Controversia
sull’etica, in MicroMega, n. 5/2011,
p. 15.
[2] – Ivi,
pp. 10-18.
[3] – GIANNI
VATTIMO-DANIEL GAMBER, Addio alla verità. Ma
quale?, in MicroMega, cit., p. 77.
[4] – Ivi,
pp. 90-94.
[5] – Cfr. PLATONE,
Teeteto,
Laterza, Bari-Roma, 2006.
[6] – Cfr. PLATONE,
La Repubblica, Laterza, Bari-Roma, 1997;
ARISTOTELE, Etica nicomachea, Bompiani,
Milano, 2000.
[7] – GIUSEPPE RENSI,
La filosofia dell’assurdo, Adelphi, Milano,
pp. 82-83.
[8] – Cfr.
AA. VV., Critica
e crescita della conoscenza,
Feltrinelli, Milano, 1986.
[9] - Carneade parlava di «rappresentazione
persuasiva», intendendo con ciò indicare una tesi
che, non essendo contraddetta da altre, ha un grado
maggiore di probabilità. Cfr. SESTO EMPIRICO,
Contro i matematici, Laterza, Bari-Roma, 1982.
[10] – BERTRAND
RUSSELL, Un’etica per la politica, Laterza,
Bari, p. 49.
[11] – FRANCIS
HUTCHESON, Ricerca sull'origine delle nostre idee
di bellezza e virtù, Dalai, Milano, 2000, p.
305.
(www.excursus.org,
anno III, n. 29, dicembre 2011)
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