Anno III             n. 29                   Dicembre 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

È possibile una morale che sia fondata

su presupposti teoretici di tipo scettico?

di Giuseppe Licandro

Riflessioni sui capisaldi dei precetti etici,

alla luce del pensiero di Giuseppe Rensi

 

 

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Nel numero 5/2011 di MicroMega, oltre a varie problematiche di estremo interesse, si è discusso dei capisaldi della morale e della possibilità, o meno, della conoscenza oggettiva.

Paolo Flores d’Arcais e Roberta Monticelli, in Controversia sull’etica, hanno discettato sui fondamenti dell’agire umano, sulla base di due presupposti tra loro divergenti.

 

Il primo ha sostenuto che in natura non esistano principi assoluti, ma modalità diverse d’intendere la vita che si scontrano o si integrano, in base a «scelte di valore che precedono ogni dimostrazione razionale» [1]. La seconda, invece, si è dichiarata convinta che «sia possibile una fondazione razionale del pensiero pratico», assumendo come valore universale «il riconoscimento della pari dignità» [2].

 

Gianni Vattimo, in una conversazione con Daniel Gamper, ha espresso il suo relativismo gnoseologico ed etico, affermando che «dobbiamo dire addio a una verità che sia verificabile una volta per tutte e in modo indipendente dai paradigmi adottati» [3]. Tale tesi è stata rigettata, in Epistemologia ad personam, da Maurizio Ferraris, il quale ha affermato che essa «è difficilissima da sostenere tanto sotto il profilo filosofico quanto sotto quello etico-politico», perché non considera «l’intrinsecità tra il totalitarismo, l’appello alla decisione e l’addio alla verità» [4].

 

La vexata quaestio dell’esistenza o meno di verità oggettive e di valori assoluti risale agli albori del pensiero filosofico occidentale. Già Protagora, nel V secolo a.C., asseriva che «l'uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono», sostenendo che non esistesse un punto di vista gnoseologico migliore degli altri, ma solo una serie di opinioni individuali, tutte plausibili, tra cui bisognava discernere in base a considerazioni di natura meramente utilitaristica [5]. A ciò si contrapposero Platone e Aristotele, i quali erano invece convinti che il mondo contenesse (come sua causa estrema o ragione interna) alcuni principi primi oggettivi (le "idee" platoniche o le "forme" aristoteliche) e che la stessa etica avesse una base universale, condivisa da tutti [6].

 

La disputa è proseguita fino ai nostri giorni, articolandosi ulteriormente attraverso le riflessioni di chi ha enfatizzato l'esistenza di principi teoretici perfettamente conoscibili e norme etiche in qualche misura oggettive (i giusnaturalisti, Kant, Hegel, i positivisti) e chi, di contro, ha negato che ci fossero leggi obiettive atte a spiegare il senso del mondo (Pascal, Hume, Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger).

 

Di questi ultimi fa parte Giuseppe Rensi, filosofo italiano ingiustamente relegato nel dimenticatoio, che si fece portavoce, nella prima metà del Novecento, di istanze scettiche e irrazionalistiche, opponendosi dapprima all'idealismo crociano-gentiliano imperante e, in seguito, all'ideologia totalitaria fascista (cosa che gli costò la perdita della cattedra di Filosofia Morale presso l'Università di Genova e anche una breve detenzione carceraria).

 

Pensatore alquanto eclettico, Rensi attraversò nel corso della propria esistenza varie fasi di elaborazione teorica: dall'idealismo degli anni giovanili (durante i quali aderì al socialismo) passò, dopo l'esperienza traumatica della Grande Guerra, al realismo materialistico, poi tramutatosi in uno scetticismo imbevuto di forte pessimismo antropologico; infine, approdò al misticismo spiritualistico, coniugando, "pascalianamente", il nichilismo con la tensione religiosa, frutto di un radicale rifiuto della realtà del suo tempo.

 

Egli anticipò molti temi filosofici diventati di grande attualità dopo la sua morte. Estremamente suggestive risultano le sue riflessioni sul carattere "debole" e soggettivo della conoscenza umana, che hanno caratterizzato la cultura "postmoderna" nell'ultimo scorcio del Novecento: «Non esiste la ragione. Esistono solo le ragioni. [...] non c’è verità, ma solo i nostri vari, singoli, individualmente generantisi fenomeni psichici di verità, cioè le nostre personali, soggettive, diverse, contrastanti, irreconciliabili “verità”» [7].

 

Pur non condividendo fino in fondo l'ambito irrazionalistico entro cui si muove Rensi, riteniamo, tuttavia, necessario tener sempre presente lo spirito critico con cui egli contestò la presunzione degli ingenui paladini delle «magnifiche sorti e progressive» dell'umanità. Facendo nostro il punto di vista di vari epistemologi contemporanei (Thomas Kuhn, Imre Lakatos, Karl Popper, ecc.), siamo convinti che la ricerca della "verità in sé" sia sempre suscettibile di errore [8]. Bisogna, pertanto, attenersi alle teorie più probabili, che vanno rivisitate e abbandonate nel caso in cui siano smentite da fatti imprevisti, come già affermato nel II secolo a.C. anche dallo scettico Carneade [9]. Ciò non significa, però, sostenere l'amoralismo etico: anche se non c'è una lex naturalis che imponga agli uomini determinati comportamenti e non esiste un punto di vista che possa interpretare univocamente il senso delle cose, tuttavia qualche metodo per distinguere “bene” e “male” può essere ugualmente individuato.

 

È il criterio protagoriano dell’utile della maggioranza che, in ultima analisi, permette di stabilire ciò che è bene e ciò che è male all’interno di una comunità, fermo restando che anche chi la pensa diversamente deve avere il diritto di vivere a modo proprio, senza però arrecare danno agli altri. Bertrand Russell affermò, infatti, che «desideri giusti saranno quelli capaci di essere compossibili con il massimo numero di altri desideri; desideri ingiusti saranno quelli che possono venir soddisfatti solo a costo di frustrare altri desideri» [10]. Esiste, inoltre, un secondo criterio che permette di operare una selezione tra i principi ispiratori del comportamento: la sopravvivenza della specie, il suo riuscire ad adattarsi meglio all’ambiente. In tal senso, siamo convinti che una dottrina che predichi l’esistenza di diritti e di doveri uguali per tutti sia preferibile ad una che esalti la violenza e il privilegio di pochi, poiché più funzionale alla sopravvivenza di un maggior numero di individui.

 

Pur ritenendo, quindi, che a fondamento dei valori morali non ci siano né la “volontà divina” né le “leggi di natura”, conveniamo con Francis Hutchenson, filosofo illuminista scozzese, il quale ha asserito che «l'azione migliore è quella che realizza la massima felicità per il massimo numero, e la peggio quella che, nella stessa maniera, produce infelicità», senza, per questo, dimenticare la lezione rensiana sulla valenza soggettiva di ogni asserzione teoretica ed etico-politica [11].

 

Giuseppe Licandro

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – PAOLO FLORES D’ARCAIS-ROBERTA DE MONTICELLI, Controversia sull’etica, in MicroMega, n. 5/2011, p. 15.

 

[2] – Ivi, pp. 10-18.

 

[3] – GIANNI VATTIMO-DANIEL GAMBER, Addio alla verità. Ma quale?, in MicroMega, cit., p. 77.

 

[4] – Ivi, pp. 90-94.

 

[5] – Cfr. PLATONE, Teeteto, Laterza, Bari-Roma, 2006.

 

[6] – Cfr. PLATONE, La Repubblica, Laterza, Bari-Roma, 1997; ARISTOTELE, Etica nicomachea, Bompiani, Milano, 2000.  

[7] – GIUSEPPE RENSI, La filosofia dell’assurdo, Adelphi, Milano, pp. 82-83.

 

[8] – Cfr. AA. VV., Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1986.

 

[9] - Carneade parlava di «rappresentazione persuasiva», intendendo con ciò indicare una tesi che, non essendo contraddetta da altre, ha un grado maggiore di probabilità. Cfr. SESTO EMPIRICO, Contro i matematici, Laterza, Bari-Roma, 1982.

 

[10] – BERTRAND RUSSELL, Un’etica per la politica, Laterza, Bari, p. 49.

 

[11] – FRANCIS HUTCHESON, Ricerca sull'origine delle nostre idee di bellezza e virtù, Dalai, Milano, 2000, p. 305.

 

 

(www.excursus.org, anno III, n. 29, dicembre 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra,

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