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Il mestiere dell'insegnante è diventato
al giorno d'oggi
sempre più complesso
di
Giuseppe Licandro
François
Bégaudeau narra le tragicomiche
vicende di una scuola media delle
banlieues
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Svolgere con
serietà il mestiere dell’insegnante in una scuola
della periferia di Parigi, confrontandosi con una
realtà sociale assai complessa, nella quale gli
extracomunitari vengono ancora visti come un corpo
estraneo dalla maggioranza dei cittadini.
Cercare di educare
gli allievi al rispetto delle regole e di
modificarne in positivo i comportamenti sbagliati,
anche a costo di ingenerare conflitti insanabili.
Di questo parla il
romanzo Entre les murs di François Bégaudeau,
scrittore e insegnante francese, pubblicato nel 2006
da Gallimard e ristampato in italiano da Einaudi col
titolo La classe (pp. 228, € 16,00).
Dal libro è stato
tratto l’omonimo film di Laurent Cantet, che ha
vinto la Palma d’oro al Festival di Cannes nel 2008
e alla cui sceneggiatura ha collaborato lo stesso
autore.
Un approccio
dialettico con gli allievi
Facendo riferimento
a esperienze personali, Bégaudeau descrive un anno
di lavoro trascorso da un docente di lingua francese
presso una scuola media pubblica delle banlieues
parigine e racconta – con toni ora ironici, ora
drammatici – il suo complesso rapporto con i ragazzi
che vivono nei quartieri più malfamati. L’approccio
dell’insegnante con gli allievi risulta dinamico e
fortemente dialettico, improntato a un confronto
serrato, che talvolta si trasforma in conflitto
aperto: da un lato, egli propone un percorso
didattico originale e creativo, che mira a far
acquisire ai discenti (quasi tutti figli di
immigrati) piena padronanza dei significati delle
parole più usate correntemente, stimolandone la
partecipazione attiva e la ricerca personale;
dall’altro, reagisce con severità agli insuccessi
didattici e al comportamento non sempre ortodosso di
alcuni ragazzi, ricorrendo a sanzioni disciplinari,
a mordaci espressioni di rimprovero, a provocazioni
verbali talvolta esacerbate.
Tra lui e gli
alunni, inevitabilmente, insorgono incomprensioni, a
volte profonde, al punto che due ragazze giungono
persino a denunciarlo – per le presunte offese
ricevute – al consulente pedagogico dell’istituto.
Un
comportamento... «da gallina»
Il caso nasce, in
verità, da un curioso qui pro quo, scaturito,
a sua volta, dall’atteggiamento assunto durante una
riunione del Consiglio di amministrazione della
scuola da Sandra e Soumaya, le due rappresentanti
degli studenti, che a un tratto iniziano a ridere
rumorosamente, senza apparente motivo, disturbando
gli astanti. Alcuni giorni dopo, a lezione, il
professore di Francese le apostrofa duramente e ne
stigmatizza il comportamento, definendolo «da
gallina».
Ma l’ignaro docente
non sa – ahilui! – che «gallina» nel gergo delle
banlieues è un sinonimo di... «zoccoletta»! Ne
viene fuori la gag tragicomica che riportiamo di
seguito: «“Non ho avuto modo di dirvelo, ma
onestamente mi sono vergognato di voi. Non si
scoppia a ridere a questo modo nel bel mezzo di un
consiglio di amministrazione, eravamo tutti
infastiditi di non riuscire a farvi smettere”. [...]
“Scusate ma per me, ridere così in pubblico, è ciò
che si chiama un comportamento da gallina”. Sono
esplose in coro. “Ehi, non siamo delle galline”.
[...] “Lei sa che cos’è una gallina?”. “Sì che lo
so, e allora? La questione non si pone perché non vi
ho insultato da galline”. “Per me fare la gallina,
mi dispiace dirlo, ma è fare la zoccoletta”. “Ma una
gallina non è affatto questo”. “E che cos’è
allora?”. Mi si è inceppata un po’ la parlantina.
“Una gallina è... è... è una ragazza che sghignazza
come una deficiente anche se non lo fa con
cattiveria”. [...] “Per me fare la gallina non è
questo, per me fare la gallina è fare la zoccoletta”.
Ha preso a testimoni il cerchio di ragazze che,
beate, mi guardavano parlare sputacchiando da cinque
minuti. “Ragazze, fare la gallina vuol dire fare la
zoccoletta, no?”. Tutte hanno annuito, al che ho
girato sui tacchi per imboccare le scale. Subito
dopo hanno iniziato a bruciarmi gli occhi».
In seguito,
chiarito l’incidente, l’insegnante riuscirà a
recuperare il rapporto con le due allieve,
aiutandole nel loro processo di maturazione
personale.
Non così, invece,
riuscirà a fare con altri alunni, particolarmente
turbolenti e svogliati, che alla fine verranno
espulsi dalla scuola (Bégaudeau tratteggia
egregiamente il profilo di uno di loro, Dico, un
ragazzo dall’atteggiamento guascone che, in certo
qual modo, ricorda il deamicisiano Franti).
Il valore della
scuola pubblica
Il messaggio che
l’autore vuole comunicare al lettore è estremamente
significativo: il mestiere dell’insegnante, da
sempre particolarmente delicato e impegnativo, oggi
è diventato ancor più logorante, perché le attività
didattiche sono più onerose che in passato, la
quantità delle informazioni da trasmettere è
maggiore e ci si deve spesso confrontare con ragazzi
problematici, difficili da gestire.
Nel libro di
Bégaudeau emerge anche un altro segnale allarmante:
nella società “postmoderna” e multietnica, la scuola
pubblica pare aver perso il proprio spessore e
rischia di ridursi, secondo il modello americano, a
“scuola dei poveri”, lasciando ai privati il compito
di gestire l’educazione delle future classi
dirigenti e subendo la spietata concorrenza di altre
agenzie formative (in primis la televisione).
Noi riteniamo,
invece, che la scuola pubblica sia un bene prezioso
da difendere e valorizzare, sinonimo di pluralismo
culturale, di libertà d’espressione e di uguaglianza
sociale.
Se in Francia –
dove le strutture statali funzionano abbastanza bene
– i problemi non mancano, che dire allora della
scuola italiana, tartassata da un lungo periodo di
pseudo riforme, che hanno sortito soprattutto
l’effetto di tagliare posti di lavoro e di
peggiorare il servizio erogato, a esclusivo
beneficio delle scuole private?
Giuseppe
Licandro
(www.excursus.org,
anno I,
n. 4, novembre 2009)
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