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Claudia: scomparsa a ventiquattro anni
per
un'embolia polmonare non curata
di Jessica Ingrami
Racconto di un padre che chiede
giustizia
e coscienza, in un libro edito da
Discovery
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Giancarlo Cavarra è
un biologo analista di Siracusa che il 16 marzo 2006
si vede strappare il bene più prezioso: sua figlia.
Da quel giorno, vive nella memoria dell’angelo di
cui l’hanno privato e ha scritto per lei il libro
Claudia. Vittima sacrificata sull’altare della
malasanità (Discovery Edition, pp. 152, €
15,00).
Claudia ha 24 anni,
una famiglia unita che la adora, una futura carriera
da magistrato, un fidanzato che sogna di sposare e
fortissimi dolori al petto. L’elettrocardiogramma
effettuato all'ospedale Umberto I di Siracusa dà
esito negativo e, nonostante la preghiera dei
parenti di ricoverarla, la ragazza viene rimandata a
casa “a riposarsi”. I dolori continuano e la
famiglia decide di chiedere un secondo parere: la
clinica privata che visita Claudia la ritiene in
salute e le suggerisce di “farsi una flebo di
camomilla”. Il giorno dopo, Claudia è in pessime
condizioni: perde i sensi e viene ricoverata
all’Umberto I. Il padre non la rivedrà più uscire
dalla sala rianimazione. La diagnosi è di embolia
polmonare acuta, anticipata da sintomi chiari e
inequivocabili.
Un caso di palese
malasanità che, secondo Cavarra, non sarebbe dovuto
accadere e che un paio di esami specifici avrebbero
sicuramente evitato. Da quel momento, la vita del
biologo cambia radicalmente: trova consolazione e
sfogo nella scrittura di poesie, in attesa che
qualcosa ponga fine alla sua lenta e straziante
agonia. Scrivere è, per lui, un modo per parlare con
Claudia, per esprimere la propria sofferenza e il
senso di ingiustizia, un modo per sentirla più
vicina e non esplodere di dolore: «Inganno il
tempo / me stesso / mendace son con tutti / con i
più cari / con la vita // La verità / è… / dopo lei…
/ il nulla / e nel ricordo / di lei / unico unguento».
Il destino a volte è
crudele e calcolatore, ci dà appuntamenti che si
fatica a credere solo coincidenze: alcuni mesi dopo
la morte della figlia, Cavarra viene ricoverato
d’urgenza per la stessa patologia che ha ucciso
Claudia. Durante la convalescenza, l’autore racconta
di esperienze al limite del credibile: visioni,
scambi telepatici, viaggi astrali. Solo lui sa cosa
ha vissuto e solo lui può permettersi di giudicare.
A noi rimangono i fatti e la cosa certa è che, da
quel preciso momento, una nuova forza nasce in lui:
la convinzione di dover sopravvivere per lei, per
darle giustizia.
Se lui fosse
deceduto, avrebbe fornito una giustificazione
a chi aveva lasciato morire Claudia: avrebbe
dimostrato che la patologia era incurabile.
«Guardo stranito
la parola / fine / nella tua esistenza / non ti
rivedrò fra un mese / né fra un anno / mai / mai più
// Continuerò a disperarmi / piangere, piangere / e
piangere / inutilmente / invidiando la fortuna degli
altri / la loro quotidianità / tragedia per me / i
genitori che hanno / i figli / vivi // Me misero non
riuscii / a mantenerla in vita / e / sono solo /
solo col mio dolore / e lentamente mi struggo / a
capo chino nel desiderio di lei»
Giustizia e
coscienza è quello che Cavarra desidera: «Ho
descritto fra poesie e prose il desiderio di
giustizia, la mia continua disperazione, e il
desiderio di coscienza. Coscienza che dovrebbero
acquisire tutti gli operatori sanitari e non solo,
ma tutti quanti, tutti coloro che in qualche modo
potrebbero essere, anche involontariamente,
potenziali responsabili di procurare morte e
disperazione».
Vedere puniti i
responsabili e scorgere la consapevolezza sui loro
volti non riporterà in vita Claudia. Ma, forse,
renderà migliori le persone coinvolte e, come cerchi
nell’acqua che si propagano, anche quelle che le
circondano. Le tragedie come questa, fino al momento
in cui non ci coinvolgono direttamente, non ci
toccano in profondità. È umano. Purtroppo, solo chi
ha provato il dolore lancinante di perdere un figlio
o un parente caro sa che la giustizia è comunque una
consolazione, seppur piccolissima. Ciò che fa la
differenza sono sopratutto le ripercussioni che la
vicenda può avere sull’opinione pubblica: Claudia
non deve andarsene avvolta nel silenzio, Claudia può
essere ognuno di noi.
La cosa peggiore per
chi rimane è il rimorso, unito alla sensazione di
non aver fatto abbastanza, di essersi fidato degli
esperti nonostante il proprio istinto fosse
contrario. Colpevolizzarsi è la strada più battuta e
il momento in cui si rivedrà la persona venuta a
mancare diventa l’unico baluardo di salvezza: «La
morte – scrive Cavarra – sarebbe solo una pausa
della nostra esistenza dolorosa, terribile, atroce,
che non dà pace, che annulla. Ma non per sempre. Ci
si ritroverà in un’altra vita, insieme, per sempre
felici. Una grande speranza, quella di rivedere e
ricongiungermi con mia figlia, annullando anche il
concetto di morte. La vita, questa essenza che
esiste ma di cui non riusciamo a comprenderne la
vera essenza. Ci distruggiamo quando la perdiamo ma
non accettiamo che esista dopo di noi. Noi siamo il
centro dell’universo e non esiste altro senza di
noi».
«Non trovo parole
/ cercavo parole adatte / parole semplici, l’odio /
l’ira, lo sgomento, la tristezza / l’incapacità di
agire / piangere / solo piangere / e ricordare // È
giusto forse morire così e / accettare una morte
assurda, allontanarsi / per sempre da una figlia /
tanto amata / non rivederla, no parlare con lei /
non abbracciarla // La vendetta, che mi forza / per
coloro che non agirono / sordi / ciechi / aridi nel
loro camice bianco/ che non mi placa / né perdonar
mai chi / lassù l’interruttore spense / senza senno
/ arido ai nostri pianti / muto alle preghiere /
ingiusto // Spero solo / di sognarla almeno una
volta felice / e che lassù / sia sempre felice».
Jessica Ingrami
(www.excursus.org,
anno III, n. 27, ottobre 2011)
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