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La storia della laicità dal punto di vista
della Chiesa e l’odierna
religio civilis
di Luigi Grisolia
Un saggio di Gustavo Zagrebelsky
affronta
una tematica scottante e attuale. Da
Laterza
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Il tema del
rapporto tra Chiesa, da una parte, e Stato, ovvero
col potere temporale e l’autorità politica che lo
esercita, dall’altra, ha sempre rivestito una
rilevanza centrale nella società, da molteplici
punti di vista (non solo filosofici e teologici).
Questa relazione, scrive Gustavo Zagrebelsky
nell’interessante saggio che ci accingiamo a
presentare, «ha subito molte variazioni, a seconda
dei tempi, dei diversi e mutevoli rapporti di forza
col potere civile, con le realtà social-culturali e
territoriali in cui la Chiesa estendeva
progressivamente la sua presenza ed è stato espresso
nel modo più fantasioso e con continui spostamenti
di accenti e significati» (p. 27). Addirittura,
negli ultimi anni, la Chiesa è arrivata, per
giustificare una sua presunta superiorità sullo
Stato in determinati ambiti della vita sociale, ad
impadronirsi di argomentazioni di matrice secolare.
Da qui il titolo Scambiarsi la veste. Stato e
Chiesa al governo dell’uomo (Laterza, pp. 152, €
16,00).
La potestas
circa temporalis della Chiesa, per centinaia di
anni, si è basata storicamente e teologicamente su
tre presupposti: a) la salvezza dell’anima in Dio è
la vocazione suprema e doverosa di ogni uomo; b)
solo la Chiesa Cattolica, Apostolica e Romana è
dispensatrice di salvezza [1]; c) la via cristiana
alla salvezza comporta l’impegno dei cristiani a
trasformare il mondo [2]. E se nel mondo esistono
due autorità, quella spirituale e quella temporale,
il loro rapporto si basa sulla dottrina delle due
spade, che, come scrive Papa Bonifacio VIII nella
famosa bolla Unam Sanctam del 1302, «ambedue
sono in potere delle Chiesa, la spada spirituale e
quella materiale: una invero deve essere impugnata
per la Chiesa, l’altra dalla Chiesa; la seconda dal
clero, la prima dalla mano di re o cavalieri, ma
secondo il comando e la condiscendenza del clero,
perché è necessario che una spada dipenda dall’altra
e che l’autorità temporale sia soggetta a quella
spirituale», e termina poi affermando che «pertanto
noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo e affermiamo
che è assolutamente necessario per la salvezza di
ogni creatura umana che essa [la potestà civile] sia
sottomessa al romano pontefice» [3]. In poche
parole, alla Chiesa deve spettare l’ultima parola su
tutte le questioni che riguardano la salvezza delle
anime e dell’uomo.
Questa costruzione
teorica inizia a vacillare con la Riforma, che rompe
l’unità del popolo cristiano, e con la formazione di
Stati che si richiamavamo a diverse versioni del
cristianesimo. Così la Chiesa riformula la sua
pretesa di intervento in re civili,
attraverso la dottrina, elaborata dal cardinale
Roberto Bellarmino, della potestas indirecta in
temporalibus. Una volta rotta l’unità cristiana
non era più possibile sostenere una generale
intromissione della Chiesa negli affari di qualsiasi
Paese. Da qui allora il focus sull’aspetto
gerarchico (già insito nelle due spade): la Chiesa,
data la missione spirituale di cui è portatrice, è
superiore all’autorità temporale; il potere dei
governanti, dunque, viene da Dio e per
intermediazione del Papa, a cui i governanti
medesimi devono essere fedeli. In pratica, la Chiesa
finisce per rafforzare il suo vincolo di fedeltà
(minacciando, tra l’altro, scomuniche e deposizioni)
per impedire l’ascesa al trono di principi non
cattolici o convertirli (celebre l’affermazione
«Parigi val bene una messa» di Enrico IV di
Navarra), e i governanti cattolici finiscono per
diventare il “braccio secolare” della Chiesa, che
opera, indirettamente, negli affari del mondo.
Passa il tempo e si
verifica un ulteriore cambiamento, un ulteriore
trauma per la Chiesa: la fine della società
cristiana. L’evento simbolico è certamente la
Rivoluzione Francese del 1789. Accade che la società
diventa pluralista: in essa non ci sono solo
cattolici, non ci sono solo i cristiani. Ma i
cattolici, e i cristiani in genere, costituiscono
solo una parte di tale società. Quindi la potestà
della Chiesa negli affari temporali, diretta o
indiretta che sia, ma basata sulla superiorità della
sua missione spirituale, ovvero guidare gli uomini
alla salvezza dell’anima secondo i principi di
Cristo, crolla. Non tutti gli uomini sono cristiani:
quindi la pretesa che i dettami della Chiesa, in
quanto miranti alla salvezza cristiana delle anime,
possano valere per tutti gli uomini, non regge più.
È un trauma tremendo, peggiore della stessa Riforma:
nell’Ottocento la Chiesa scioccata si chiude in
posizioni conservatrici senza rendersi conto del
profondo rinnovamento che avanza nella società.
Lo Stato Liberale è
tale perché garantisce le libertà civili a tutti,
compresa la libertà di coscienza e quindi la libertà
religiosa: la libertà assicurata dallo Stato
nell’esercizio del suo potere di ordine pubblico non
è più, e non può più essere, la libertas
Ecclesiae. Non è un caso che la Chiesa si scagli
in primis proprio contro la libertà di
coscienza, via via definita, ricorda Zagrebelsky, «corrottissima
sorgente dell’indifferentismo», «assurda ed erronea
sentenza, o piuttosto delirio», «errore
velenosissimo», «pozzo dell’abisso», «instabilità
degli spiriti», eccetera. Tale arroccamento trova il
suo apice nel Syllabus errorum che accompagna
l’enciclica Quanta cura (1864) e nella
proclamazione, nel 1870, del dogma
dell’infallibilità del Papa durante il Concilio
Vaticano I, sotto il pontificato di Pio IX. Ma ciò
che era impensabile nel Medioevo è intanto accaduto:
si è affermata la separazione tra Stato e Chiesa,
tra area spirituale ed area pubblica. È nata l’idea
di laicità.
Questo
atteggiamento di chiusura, naturalmente, non poteva
durare, pena una progressiva marginalizzazione della
Chiesa stessa dalla società. Con la Rerum novarum
(1891) di Leone XIII si dà il via al mutamento.
L’enciclica, infatti, esordisce in modo
“rivoluzionario”: «il Romano Pontefice può e deve
riconciliarsi e venire a composizione col progresso
[...] e con la moderna civiltà», ovvero con le
res novae. La Chiesa deve rispondere alla
“questione sociale” proponendo una propria dottrina
sociale; cioè, scrive Zagrebelsky, «una visione
della società, contrapposta a quelle degli altri, a
quelle di coloro che non sapevano che farsi della
Chiesa, che propugnavano l’abolizione della
proprietà privata, un diritto dal magistero
considerato “naturale”, e proclamavano l’uguaglianza
tra gli esseri umani, disconoscendo la necessaria
struttura gerarchica dell’organismo sociale della
quale la Chiesa si proponeva come garanzia» (p. 41).
In particolare,
accanto alla condanna del socialismo viene
introdotta la necessità di un impegno civile da
parte della Chiesa, sulla base del concetto di
sussidiarietà, per ritagliarsi all’interno della
“società nuova” uno spazio che sia il più ampio
possibile. Naturalmente, la salvezza delle anime
rimane sempre il fine ultimo, ma l’obiettivo
immediato, dettato dalle circostanze storiche, è
quello di salvare la società dalla minaccia del
socialismo e della soppressione delle classi, che
porterebbero conseguenze imprevedibili e disastrose
per il giusto ordine sociale. Nella Rerum
novarum si parla di diritti e doveri reciproci
in riferimento a capitalisti e lavoratori e si
mostrano i rimedi evangelici a qualsiasi contesa tra
le varie classi. La Chiesa irrompe così in re
sociali, con le proprie organizzazioni (casse
rurali, società di mutuo soccorso, società operaie)
e si rivolge a tutti gli uomini, credenti e non, in
quanto portatrice, ora, di un vero e proprio
messaggio sociale.
L’importanza della
Rerum novarum è tale non solo per la nuova
concezione pastorale che afferma, ma anche per gli
sviluppi a cui porta. Il passaggio dalla dottrina
sociale ad una dottrina umanitaria è semplice, ed è
sintetizzato dalle parole della Pacem in terris
di Giovanni XXIII, che si rivolge «a tutti gli
uomini di buona volontà». Compito della Chiesa non è
solo un’attività missionaria, ma anche
l’umanizzazione della società in quanto tale,
indipendentemente dalla fede. Così Giovanni Paolo II,
nella Sollecitudo rei socialis (1987) scrive
che l’esperienza di umanità della Chiesa è
un’esperienza pratica che spinge ad estendere la sua
missione religiosa a tutti i diversi campi in cui
uomini e donne dispiegano le loro attività, in
perfetta linea con l’impegno della costituzione
pastorale Gaudium et spes, uno dei principali
documenti del Concilio Vaticano II: «Si tratta di
salvare la persona umana, si tratta di edificare
l’umana società» (n. 3), consapevoli che «nella
comunità politica si riuniscono insieme uomini
numerosi e differenti, che legittimamente possono
indirizzarsi verso decisioni diverse» (n. 74), e per
questo i fedeli devono collaborare
«intelligentemente alle iniziative, promosse dagli
istituti privati e pubblici, dai governanti, dagli
organismi internazionali, dalle varie comunità
cristiane e dalle religioni non cristiane» (Decreto
Ad gentes, n. 12). La Chiesa si fa così
paladina della promozione dei diritti umani, e
riconsidera positivamente la forma di governo della
democrazia liberale, anche perché garantisce a tutti
gli uomini di professare le proprie diverse forme di
pensiero e culto religioso (ribaltando perciò le
condanne ottocentesche sui regimi che assicuravano
tali libertà).
Quest’impostazione,
distante solo pochi decenni, sembra oggi assai
lontana. Dopo la religio socialis e la
religio humana, sottolinea Zagrebelsky, il
tentativo di ri-legittimazione universalistica della
Chiesa ha conosciuto negli ultimi anni una nuova
tappa: la religio civilis o politica.
È bene ricordare che questi passaggi nel corso del
tempo sono avvenuti per accumulazione, non per
sostituzione: nuove funzioni della religione si sono
aggiunte a quelle del passato, senza ovviamente
sconfessare le precedenti (sarebbe stato
insostenibile e contradditorio).
Ma quali sono le
caratteristiche di questa religio civilis?
Essa è presentata come una risposta alla crisi della
post-modernità, cioè delle società liberali e
democratiche, e si configura come «pratica religiosa
dei sacerdoti a vantaggio non della vita delle
anime, ma della salute dei popoli e delle città e
come fattore connettivo della convivenza nelle
comunità umane» (p. 63) [4]. La democrazia
garantisce libertà e diritti, ma non riesce a
trovare i giusti equilibri normativi, dando vita a
società materialiste, nichiliste, disperate,
disgregate, egoiste, come provano alcuni fatti quali
la diminuzione del tasso di natalità,
l’invecchiamento delle generazioni, l’edonismo, lo
sviluppo abnorme di scienza e tecnica privo di senso
e anima, finalizzato a se stesso e caratterizzato da
ambizioni smisurate, le minacce esterne portate
all’identità europea (prima dal bolscevismo, ora
dall’islamismo). È la dittatura del relativismo.
Alla Chiesa, quindi, la missione civile e politica
di ritemprare, rigenerare, purificare la società
corrotta da questo decadimento etico e morale [5].
A sostegno di tutto
ciò, Papa Benedetto XVI ha elaborato una linea
teologica che, con un geniale rovesciamento, afferma
la coincidenza tra fede e ragione, tramite due
passaggi fondamentali. Il primo è che, in forza
della promessa che Cristo («Io sono la verità», in
Gv 14, 6) fece ai suoi discepoli, cioè alla sua
Chiesa, di essere sempre con loro (Mt 28,20), la
verità è in possedimento della Chiesa: la verità è
la verità cattolica, e rispetto ad essa devono
essere validate tutte le credenze e le opinioni
degli uomini. Questa argomentazione ricade
all’interno della fede cristiana, e perciò vale solo
per coloro che vi si riconoscono. Per superare
questo limite, si introduce il secondo passaggio: la
verità della Chiesa, cioè la verità cristiana, è
anche una verità di ragione. È il logos di
cui parla fin da subito il Vangelo di Giovanni,
nei termini di una ragione universale, eterna e
divina, per mezzo del quale «tutto è stato fatto» e
senza il quale «nulla è stato fatto di ciò che
esiste» (Gv 1, 1-2). La ragione umana è parte del
logos, e quindi tutti gli uomini, tramite di
essa, devono essere partecipi della verità. Che è
quella cristiana.
Da questa
assolutezza, da questa pretesa di validità generale,
di “unica verità” (ma non è relativismo, questo?),
la Chiesa lancia i suoi non possumus,
proclamati ogni volta che si pongono questioni
giudicate “eticamente sensibili”. Un cambio di
rotta: se la dottrina sociale e quella umanitaria
potevano certamente trovare l’accordo di tutti i
cittadini (cattolici e non), la volontà di imporre,
in quanto depositaria della verità, il proprio punto
di vista, inevitabilmente porta al conflitto con una
parte dei cittadini. È una chiusura al dialogo.
Non solo: i non
possumus nascondono la minaccia della Chiesa di
agire con tutti i propri mezzi (fino al Parlamento,
con i propri deputati e senatori) affinché vengano
rispettati. Abbiamo letto più volte, in questi mesi
di tormentate vicende politiche, di come sia
importante l’appoggio del Vaticano, e comunque il
non entrarvi in conflitto. È un’ingerenza
intollerabile in uno Stato, come il nostro, in cui
quello della laicità è un principio supremo. Ed
anche ingiustificato: se lo Stato riconosce la
Chiesa indipendente e sovrana nel suo ordine, perché
la Chiesa non fa altrettanto? (art. 7 della
Costituzione). Il porre una visione del mondo al
di sopra di qualsiasi altra, sulla base di una
pretesa di validità, anzi, di verità assoluta, è
inconcepibile. La laicità difende non solo
l’autonomia dello Stato – che fonda le sue decisioni
sulla base del principio di uguaglianza di tutti i
cittadini, senza distinzioni di alcun tipo,
tantomeno religiose – ma la libertà di pensiero e di
fede dei cittadini medesimi.
Se uno Stato vuole
introdurre delle norme a tutela delle coppie di
fatto, siano esse eterosessuali o meno, con quale
diritto la Chiesa impone (che fine hanno fatto i
Pacs/Dico?) la sua visione? Il punto di vista
ecclesiastico non può valere erga omnes.
Perché accanto a cittadini cattolici che saranno
d’accordo con la posizione della Chiesa, ci saranno
cittadini che pur essendo cattolici non lo saranno,
e altri cittadini, di diverso credo, atei o
gnostici, che egualmente non concorderanno. Lo Stato
farà la legge, i cittadini che saranno d’accordo con
essa e che avranno necessità di usufruire di diritti
“sacrosanti”, adesso in Italia negati, ne
beneficeranno. In questa, come in altre situazioni –
dal testamento biologico alla fecondazione assistita
– lo Stato offre (offrirebbe) una tutela giuridica
sulla base di una libertà di scelta in capo ai
cittadini, che ovviamente sceglieranno secondo i
propri valori. La Chiesa, ergendosi a custode della
verità (e non di una verità), pretende da tutti i
cittadini l’osservanza dei suoi dettami: non è
questa una forma di “dittatura del relativismo”?
Luigi Grisolia
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – È il
principio extra Ecclesiam nulla salus, che
ammette eccezione solo nel caso di persone che,
senza loro colpa, ignorano Gesù e la sua Chiesa.
[2] – Ovvero la
realizzazione della civitas Dei di
Sant’Agostino.
[3] – Nel corso dei
secoli si sono susseguite metafore analoghe a quella
delle due spade, come il sole che illumina (la
Chiesa) e la luna che riceve luce (il principe), o
quella dell’anima e del corpo teorizzata da Tommaso
d’Aquino. L’autore rileva come la dottrina delle due
spade avrebbe potuto svilupparsi anche nel senso
della distinzione dei due ordini (civile ed
ecclesiastico), se le due società si fossero
riconosciute in modo reciproco come societates
perfectae e si fossero attribuite obiettivi
paralleli. Cfr. pp. 22-25.
[4] – Il concetto
non è nuovo: è già stato esposto da Sant’Agostino
nel De civitate Dei, sulla scorta di un’opera
perduta di Marco Terenzio Varrone, le
Antiquitates.
[5] – Verrebbe da
chiedersi sulla base di che motivazioni, da un punto
di vista generale (e non quindi di un credente
cattolico, per il quale la risposta, forse, è
ovvia), la Chiesa si propone come “salvatrice”
dell’umanità: da una parte, nota Zagrebelsky, si
auto-assolve a priori, non si ritiene in nessun modo
responsabile, neanche in minima parte, di questo
degrado; dall’altra, si proclama che la causa del
decadimento è proprio la progressiva
marginalizzazione della Chiesa dalla vita pubblica.
Cfr. pp. 82-83.
(www.excursus.org,
anno III, n. 19, febbraio 2011)
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