Anno II             n. 13                   Agosto 2010

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

L'area grigia della società calabrese

dalla quale trae linfa la 'ndrangheta

 

di Luigi Grisolia

 

La lotta contro questa organizzazione deve

colpire il modello culturale da essa creato

 

 

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«La ‘ndrangheta è un clamoroso alibi, consente a noi tutti di lavarci le mani e di non fare concretamente ciò che desideriamo; si avvale di un’area grigia nella quale trovano cittadinanza collusioni, connivenze, complicità, un atavico fatalismo, l’arroganza della richiesta, la convinzione che tutto sia inutile». È questa la conclusione a cui giunge Pasquale Romeo, psichiatra, nel libro scritto assieme al prefetto Franco Musolino, dal titolo L’area grigia. Dove tutto è ’ndrangheta e niente è ’ndrangheta (Prefazione di Giuseppe Pignatore, Città del Sole Edizioni, pp. 84, € 12,00).

 

Si tratta di parole durissime, che nascono da una costatazione di fatto: la ‘ndrangheta, forse prima ancora di essere un’organizzazione criminale, è diventata ormai un fenomeno sociale e culturale della Calabria. Pertanto ha raggiunto nella società un livello di penetrazione profondissimo, psicologico. Il volume ha proprio lo scopo di evidenziare questa realtà, attraverso l’efficace metodo narrativo dell’intervista, condotta da John Doe, pseudonimo dietro il quale possiamo identificare il cittadino comune, che pone stimolanti e incalzanti domande a Musolino e Romeo.

 

Il modello sub-culturale costituito dalla ‘ndrangheta tesse le sue tele in una radicata, a causa delle disfunzionalità decennali della Pubblica Amministrazione, mancanza di comunicazione tra lo Stato e il cittadino, che assume caratteristiche storico-antropologiche: gli autori ne fanno risalire le origini al periodo post-unitario, quando la legislazione burocratica piemontese venne imposta alla Calabria, spazzando via in un minuto le norme borboniche. È uno Stato non efficiente, ed è la conseguente, e ormai scontata, percezione di uno Stato non efficiente (anche quando magari è il contrario), a creare l’area grigia in cui si insinua la ‘ndrangheta. È perciò un aspetto psicologico, che si traduce soprattutto – è lì che risiede la sua diffusione e quindi la sua forza – nelle piccole cose. Precisa Romeo: «L’area grigia supplisce ai poteri conferiti allo Stato proprio perché non vengono rispettati nei loro tempi (Esempio: ho bisogno di un certificato che mi viene dato dall’anagrafe dopo un tempo che per me non è valutabile e non è considerabile) [...]. I compiti, diciamo istituzionali, della società vengono assunti da altre forze che assumono un potere di sostanza e di indirizzo secondo i loro modi».

 

Le storiche disfunzionalità della Pubblica Amministrazione (e quindi le deficienze dello Stato) in Calabria, su cui secondo gli autori gravano responsabilità decisive, hanno finito per creare, nel corso dei decenni, l’attuale mancanza di comunicazione, che è bidirezionale e per certi versi paradossale. Evidenzia, sulla base della sua esperienza professionale, Musolino: «L’impressione è che ognuno viva nel proprio mondo, dando per scontato che la P.A. non funzioni, da una parte, e che il cittadino sia irrilevante ai fini della propria esistenza istituzionale, dall’altra». I burocrati, abituati ad operare in un ambiente inefficiente, ritengono il cittadino un suddito, e un seccatore quando va a richiedere certi servizi, seppur legittimi. Dal canto suo, il cittadino è convinto che sia inutile rivolgersi allo Stato per ottenere quei servizi, soprattutto se ci sono “amici” che possono fornirteli in maniera rapida e soddisfacente. Non importa attraverso quali metodi. È qui che si inserisce la ‘ndrangheta, sfruttando quest’area grigia, questa psicologia ormai radicata. Che si palesa anche in una semplice osservazione: se un calabrese prende una multa, la prima cosa che fa non è quella di verificare se è giusta o meno, ma è di pensare come fare per non pagarla.

 

Si è diffuso, insomma, un concetto di legalità deviato. Le cui responsabilità ricadono anche sullo Stato, perché ha eliminato completamente dai piani di studio l’Educazione Civica, disciplina che, fino ad un paio di decenni fa, forniva una buona infarinatura delle regole costituzionali favorendo perciò, nel “cittadino in formazione”, la nascita di un certo senso civico. Spesso il cittadino semplicemente ignora le regole, semplicemente ignora che un determinato servizio lo potrebbe chiedere allo Stato, anziché ad “altri”.

 

L’ignoranza delle norme e la convinzione psicologica dell’inefficienza dello Stato in ogni cosa e per qualunque cosa, fanno sì che il cittadino comune cada in un atteggiamento nichilistico. È inutile che provo a cambiare la situazione – protestando, pretendendo che quel servizio che mi spetta mi sia fornito e via dicendo – perché tanto non cambierà mai niente. E quindi mi rivolgo agli “amici”.  È una posizione profondamente rinunciataria: la società civile, in Calabria, semplicemente, non esiste, se non in spontanei (e per questo effimeri), sporadici e isolati sussulti (come nel caso dei Ragazzi di Locri). Risulta evidente, allora, che è assolutamente errato definire la ‘ndrangheta come un anti-Stato, tutt’altro: l’organizzazione si infiltra nello Stato, sfrutta le opportunità di delinquere che lo Stato offre tramite le sue deficienze.

 

La ‘ndrangheta trae perciò linfa da questa area grigia e accresce la sua forza e la sua legittimazione: se in Sicilia gli arresti di mafiosi sono accompagnati dagli applausi della gente alle forze dell’ordine e dagli insulti al delinquente (come è successo nel caso di Salvatore Lo Piccolo e ancor di più di Bernardo Provenzano), quando a Reggio Calabria arrestano il boss Giovanni Tegano, gli insulti sono per la polizia e gli applausi per il criminale (sebbene da parte di una folla composta, pare, per la maggioranza da parenti e “amici” del boss: ma perché in Sicilia ciò non accade?).

 

Lo Stato è percepito come un’entità estranea, qualcosa di lontano, quasi un “peso”: una convinzione psicologica. Certo, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. In Calabria ci sono tantissimi cittadini “veri”, con un forte senso dello Stato, anche verso la lotta alla criminalità: abbiamo citato prima il caso di Locri, ma anche in occasione dell’arresto di Tegano la sera stessa i reggini hanno organizzato un sit-in di sostegno all’azione della polizia, con la partecipazione di centinaia di persone. E, dall’altra parte, ci sono funzionari integerrimi che svolgono al meglio i loro compiti.

 

Il problema è che quest’area grigia è, come detto, fortemente diffusa, e la ‘ndrangheta vi si inserisce e ne trae legittimazione. Ciò significa che la lotta a questa organizzazione criminale non si deve basare soltanto sull’azione repressiva (fondamentale, s’intende), ma deve anche combattere il modello sub-culturale della ‘ndrangheta; magari, suggerisce Musolino, attraverso la creazione di un’istituzione statale che sopperisca alla mancanza di comunicazione, o comunque tramite alcune iniziative (sull’esempio di quelle avviate dalla Prefettura di Reggio Calabria, come la stazione unica appaltante) che forniscano assoluta trasparenza e chiarezza nelle procedure amministrative. Ma tutto ciò deve essere accompagnato anche da campagne di sensibilizzazione e di informazione, da «una comunicazione altrettanto acuta e capace di incidere sui processi psicologici della collettività».

 

Luigi Grisolia

 

(www.excursus.org, anno II, n. 13, agosto 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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