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L'area grigia
della società calabrese
dalla quale trae
linfa la 'ndrangheta
di
Luigi Grisolia
La lotta contro questa
organizzazione deve
colpire il modello culturale da essa
creato
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«La ‘ndrangheta è
un clamoroso alibi, consente a noi tutti di lavarci
le mani e di non fare concretamente ciò che
desideriamo; si avvale di un’area grigia
nella quale trovano cittadinanza collusioni,
connivenze, complicità, un atavico fatalismo,
l’arroganza della richiesta, la convinzione che
tutto sia inutile». È questa la conclusione a cui
giunge Pasquale Romeo, psichiatra, nel libro scritto
assieme al prefetto Franco Musolino, dal titolo
L’area grigia. Dove tutto è ’ndrangheta e niente è
’ndrangheta (Prefazione di Giuseppe
Pignatore, Città del Sole Edizioni, pp. 84, €
12,00).
Si tratta di parole
durissime, che nascono da una costatazione di fatto:
la ‘ndrangheta, forse prima ancora di essere
un’organizzazione criminale, è diventata ormai un
fenomeno sociale e culturale della Calabria.
Pertanto ha raggiunto nella società un livello di
penetrazione profondissimo, psicologico. Il volume
ha proprio lo scopo di evidenziare questa realtà,
attraverso l’efficace metodo narrativo
dell’intervista, condotta da John Doe, pseudonimo
dietro il quale possiamo identificare il cittadino
comune, che pone stimolanti e incalzanti domande a
Musolino e Romeo.
Il modello
sub-culturale costituito dalla ‘ndrangheta tesse le
sue tele in una radicata, a causa delle
disfunzionalità decennali della Pubblica
Amministrazione, mancanza di comunicazione tra lo
Stato e il cittadino, che assume caratteristiche
storico-antropologiche: gli autori ne fanno risalire
le origini al periodo post-unitario, quando la
legislazione burocratica piemontese venne imposta
alla Calabria, spazzando via in un minuto le norme
borboniche. È uno Stato non efficiente, ed è la
conseguente, e ormai scontata, percezione di uno
Stato non efficiente (anche quando magari è il
contrario), a creare l’area grigia in cui si
insinua la ‘ndrangheta. È perciò un aspetto
psicologico, che si traduce soprattutto – è lì che
risiede la sua diffusione e quindi la sua forza –
nelle piccole cose. Precisa Romeo: «L’area grigia
supplisce ai poteri conferiti allo Stato proprio
perché non vengono rispettati nei loro tempi
(Esempio: ho bisogno di un certificato che mi viene
dato dall’anagrafe dopo un tempo che per me non è
valutabile e non è considerabile) [...]. I compiti,
diciamo istituzionali, della società vengono assunti
da altre forze che assumono un potere di sostanza e
di indirizzo secondo i loro modi».
Le storiche
disfunzionalità della Pubblica Amministrazione (e
quindi le deficienze dello Stato) in Calabria, su
cui secondo gli autori gravano responsabilità
decisive, hanno finito per creare, nel corso dei
decenni, l’attuale mancanza di comunicazione, che è
bidirezionale e per certi versi paradossale.
Evidenzia, sulla base della sua esperienza
professionale, Musolino: «L’impressione è che ognuno
viva nel proprio mondo, dando per scontato che la
P.A. non funzioni, da una parte, e che il cittadino
sia irrilevante ai fini della propria esistenza
istituzionale, dall’altra». I burocrati, abituati ad
operare in un ambiente inefficiente, ritengono il
cittadino un suddito, e un seccatore quando va a
richiedere certi servizi, seppur legittimi. Dal
canto suo, il cittadino è convinto che sia inutile
rivolgersi allo Stato per ottenere quei servizi,
soprattutto se ci sono “amici” che possono
fornirteli in maniera rapida e soddisfacente. Non
importa attraverso quali metodi. È qui che si
inserisce la ‘ndrangheta, sfruttando quest’area
grigia, questa psicologia ormai radicata. Che si
palesa anche in una semplice osservazione: se un
calabrese prende una multa, la prima cosa che fa non
è quella di verificare se è giusta o meno, ma è di
pensare come fare per non pagarla.
Si è diffuso,
insomma, un concetto di legalità deviato. Le cui
responsabilità ricadono anche sullo Stato, perché ha
eliminato completamente dai piani di studio
l’Educazione Civica, disciplina che, fino ad un paio
di decenni fa, forniva una buona infarinatura delle
regole costituzionali favorendo perciò, nel
“cittadino in formazione”, la nascita di un certo
senso civico. Spesso il cittadino semplicemente
ignora le regole, semplicemente ignora che un
determinato servizio lo potrebbe chiedere allo
Stato, anziché ad “altri”.
L’ignoranza delle
norme e la convinzione psicologica dell’inefficienza
dello Stato in ogni cosa e per qualunque cosa, fanno
sì che il cittadino comune cada in un atteggiamento
nichilistico. È inutile che provo a cambiare la
situazione – protestando, pretendendo che quel
servizio che mi spetta mi sia fornito e via dicendo
– perché tanto non cambierà mai niente. E quindi mi
rivolgo agli “amici”. È una posizione profondamente
rinunciataria: la società civile, in Calabria,
semplicemente, non esiste, se non in spontanei (e
per questo effimeri), sporadici e isolati sussulti
(come nel caso dei Ragazzi di Locri). Risulta
evidente, allora, che è assolutamente errato
definire la ‘ndrangheta come un anti-Stato,
tutt’altro: l’organizzazione si infiltra nello
Stato, sfrutta le opportunità di delinquere che lo
Stato offre tramite le sue deficienze.
La ‘ndrangheta trae
perciò linfa da questa area grigia e accresce
la sua forza e la sua legittimazione: se in Sicilia
gli arresti di mafiosi sono accompagnati dagli
applausi della gente alle forze dell’ordine e dagli
insulti al delinquente (come è successo nel caso di
Salvatore Lo Piccolo e ancor di più di Bernardo
Provenzano), quando a Reggio Calabria arrestano il
boss Giovanni Tegano, gli insulti sono per la
polizia e gli applausi per il criminale (sebbene da
parte di una folla composta, pare, per la
maggioranza da parenti e “amici” del boss: ma perché
in Sicilia ciò non accade?).
Lo Stato è
percepito come un’entità estranea, qualcosa di
lontano, quasi un “peso”: una convinzione
psicologica. Certo, non bisogna fare di tutta l’erba
un fascio. In Calabria ci sono tantissimi cittadini
“veri”, con un forte senso dello Stato, anche verso
la lotta alla criminalità: abbiamo citato prima il
caso di Locri, ma anche in occasione dell’arresto di
Tegano la sera stessa i reggini hanno organizzato un
sit-in di sostegno all’azione della polizia, con la
partecipazione di centinaia di persone. E,
dall’altra parte, ci sono funzionari integerrimi che
svolgono al meglio i loro compiti.
Il problema è che
quest’area grigia è, come detto, fortemente
diffusa, e la ‘ndrangheta vi si inserisce e ne trae
legittimazione. Ciò significa che la lotta a questa
organizzazione criminale non si deve basare soltanto
sull’azione repressiva (fondamentale, s’intende), ma
deve anche combattere il modello sub-culturale della
‘ndrangheta; magari, suggerisce Musolino, attraverso
la creazione di un’istituzione statale che
sopperisca alla mancanza di comunicazione, o
comunque tramite alcune iniziative (sull’esempio di
quelle avviate dalla Prefettura di Reggio Calabria,
come la stazione unica appaltante) che forniscano
assoluta trasparenza e chiarezza nelle procedure
amministrative. Ma tutto ciò deve essere
accompagnato anche da campagne di sensibilizzazione
e di informazione, da «una comunicazione altrettanto
acuta e capace di incidere sui processi psicologici
della collettività».
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 13, agosto 2010)
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