Anno III             n. 20                   Marzo 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Arlecchino e Pulcinella, maschere

della cultura politica degli italiani

 

di Luigi Grisolia

 

In un pamphlet pubblicato da di girolamo,

riflessioni tra Prima Repubblica e Berlusconi

 

 

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Sono tempi di vera e propria burrasca a livello politico e istituzionale. Burrasca scaturita dal contemporaneo verificarsi di una serie di eventi e problematiche: il più grave, ovvero il caso “Ruby” in cui è coinvolto Silvio Berlusconi; l’empasse governativa (a parte la discutibile riforma dell’università), causata dagli scandali di cui il Presidente del Consiglio è protagonista e dalla scissione dei finiani; la Spada di Damocle delle elezioni anticipate; la mancanza di una valida opposizione.

 

Non è questa la sede in cui discutere delle varie tematiche, sulle quali ormai ciascun lettore si sarà fatto la sua opinione. Ma richiamarle ci è parso opportuno per presentare l’incisivo pamphlet di Mario Caciagli, docente di Politica Comparata presso l’Università di Firenze, Fra Arlecchino e Pulcinella. La cultura politica degli italiani nell’Età di Berlusconi (di girolamo, pp. 76, € 6,90), che, delineando i tratti essenziali, appunto, della cultura politica degli italiani, ci permette di focalizzare e interpretare meglio la situazione attuale.

 

«La cultura politica – scrive lo studioso – è certamente manifestazione di attitudini e di opinioni di individui, ma è qualcosa di più complesso. Occorre tenere in conto che la cultura politica si realizza in una rete di relazioni sociali, in gruppi i cui membri interagiscono, compartendo status, ethos e linguaggio. Non è opinione di superficie, ma si sostanzia in idee e valori, simboli e norme, in miti e riti propri di una collettività, forgiando una mentalità e creando consuetudini. Si esprime in comportamenti concreti e reiterati, influisce sulla maniera di vivere la politica e di realizzare le pratiche che le appartengono» (p. 10).

 

Data questa definizione si intuisce subito che l’Italia si caratterizza per la presenza di diverse subculture. Durante la Prima Repubblica vi è stato il dominio della subcultura “bianca” (Dc) e di quella “rossa” (Pci): le rispettive regioni [1] sono state una chiave interpretativa fondamentale sia del comportamento elettorale degli italiani, sia del funzionamento dell’intero sistema politico. Del resto, Dc e Pci raccoglievano da soli circa il 70% dei voti, almeno fino al 1979. Si componevano di idee e valori aggreganti, di riti collettivi (come le Feste dell’Unità), orientavano le scelte dei cittadini: non a caso la partecipazione elettorale in queste regioni è sempre stata la più alta d’Italia. Il crollo della Prima Repubblica, la caduta del Muro di Berlino, i profondi mutamenti a livello economico e sociale degli ultimi vent’anni hanno spazzato via gli elementi caratterizzanti di entrambe le subculture, che, sottolinea Caciagli, «hanno perduto ogni forza di aggregazione e convinzione».

 

Accanto a queste subculture dominanti esistevano e continuano ad esistere svariate forme di regionalismo, più o meno deboli. Esse portano con sé una certa subcultura politica e spesso anche una lingua. Di questi, il più marcato è sicuramente quello del Sud Tirolo (ribattezzato Alto Adige dal regime fascista), un territorio, dove si parla tedesco, che, dopo aver chiesto l’indipendenza, solo nel 1992 ha chiuso definitivamente la sua vertenza con Roma attraverso un “pacchetto” di diritti e privilegi. Ma i sudtirolesi si sentono tuttora estranei al sistema politico italiano. Più effimeri i regionalismi della Valle d’Aosta, dove c’è una minoranza franco-provenzale, e in cui il partito di maggioranza, l’Union Valdotaine, ha sempre collaborato nel governo regionale con l’una o con l’altra delle grandi forze politiche italiane, e in Friuli, regione arbitrariamente unita alla Venezia Giulia nel 1963, dove la funzione identitaria è svolta più che altro a livello culturale e dove solo in tempi recenti si sta prendendo coscienza di una propria lingua. In Sardegna, invece, è ben radicata sia la lingua sarda – sebbene l’averla introdotta a livello di Assemblea Regionale non abbia avuto molto successo – sia la tradizione identitaria, che alcune volte si è colorata di separatismo, il quale risale in forma organizzata al 1921, anno della fondazione del Partito Sardo d’Azione. Differente il caso della Sicilia, dove secondo Caciagli non esiste un regionalismo politico, né tantomeno una subcultura. È vero che all’indomani della Seconda Guerra Mondiale vi fu l’esperienza del Movimento Indipendentista Siciliano, ma tale esperienza fu del tutto strumentale, come nel caso della stagione autonomistica di Silvio Milazzo. Mentre il Movimento per le Autonomie di Raffaele Lombardo va ricondotto non ad istanze identitarie, bensì a quel sistema clientelare che da sempre caratterizza, in negativo, le regioni meridionali.

 

«Nel corso del secolo e mezzo di storia dello stato italiano unitario nel Mezzogiorno hanno dominato e dominano ancora rapporti politici di tipo clientelare che a stento, o quasi mai, sono stati sostituiti da organizzazioni di rappresentanza degli interessi» (p. 36). Un clientelismo nato tra i grandi notabili nell’Ottocento e che i partiti moderni non hanno combattuto, ma cavalcato, adattandosi alla situazione esistente; in particolare la Dc, abile tessitrice di tele clientelari. In un sistema del genere vita facile ha avuto la criminalità, che si è infiltrata agilmente nei gangli istituzionali. Clientelismo e criminalità hanno quindi caratterizzato la cultura politica del Sud, aggiungendo un ulteriore elemento di divario, oltre a quello economico e sociale, dal Nord. Ma, come già avvertiva Leonardo Sciascia in relazione alla mafia, anche per quel che concerne il clientelismo, nota Caciagli, la “linea della palma” sta salendo sempre di più e velocemente.

 

Infine, la subcultura “verde”: la Lega. Si tratta dell’unico vero partito di massa ancora operante all’interno del nostro sistema politico. Di massa non soltanto perché il numero degli iscritti è proporzionalmente alto in relazione alla popolazione di riferimento, ma anche perché ha con sé tutti i caratteri tipici dei partiti di massa del Ventesimo Secolo: «simboli e riti, bandiere e coccarde, raduni e cortei, eroi eponimi e valori condivisi, fede incrollabile nel progetto di fondo e, il che non guasta, in un capo carismatico» (p. 31). La Padania è naturalmente un’invenzione bella e buona sotto qualsiasi punto di vista, ma la Lega, costruendoci attorno tutto un immaginario, sta creando una vera e propria subcultura politica. Cavalcando anche il tema della presunta mancante identità italiana, balenato all’inizio degli anni Novanta con la grave crisi istituzionale, e ancora oggi di estrema attualità.

 

Quindi tanti colori, tante toppe. Come Arlecchino. Toppe che però sono tenute insieme da un filo, sul quale corrono i tratti comuni di una cultura politica italiana. Durante la Prima Repubblica a livello istituzionale ha dominato il compromesso (palese o sottobanco) tra i due grandi partiti, mentre tra i cittadini, come diverse ricerche politologiche hanno dimostrato, hanno prevalso fondamentalmente, eccezion fatta per il periodo tra gli anni Sessanta e Settanta, alienazione, indifferenza e passività per quel che concerne la partecipazione politica. Che non significa opposizione al sistema democratico in quanto tale: piuttosto verso l’agire dei partiti e il funzionamento delle istituzioni. E infatti agli inizi degli anni Novanta, con lo scandalo di Tangentopoli, alienazione, indifferenza e passività diminuirono, a vantaggio di critica, insofferenza, talvolta rabbia, nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti. Poi è arrivato l’anno fatidico: il 1994.

 

L’avvento sulla scena politica di Silvio Berlusconi ha avuto un impatto dirompente, per tutta una serie di motivi. Innanzitutto, ha portato ad una polarizzazione estrema tra i due schieramenti politici principali, causando uno “scontro politico” senza precedenti nella storia repubblicana che dura tuttora. Ciò ha portato eventi di grande mobilitazione: sia il centro-destra che il centro-sinistra, in determinati momenti, sono riusciti a portare in piazza centinaia di migliaia di persone. Anche se in realtà la partecipazione generale è rimasta invariata, o addirittura diminuita: per esempio, tra il 1994 e il 2001 la percentuale di cittadini che seguono dibattiti politici è crollata dal 33% al 23%.

 

Inoltre, l’attuale Presidente del Consiglio fin da subito ha trasmesso un messaggio sostanzialmente anti-politico, basato su un marcato populismo (le cui conseguenze sono individualismo, ma anche familismo e localismo), «contraddistinto dalla presenza di un capo carismatico e di una massa informe, ma malleabile per una mobilitazione. […] Populista è il legame fra Berlusconi e il suo “popolo” – il nome “Popolo della Libertà” non è una scelta casuale. Berlusconi non tollera alcun dissenso e si proclama “l’unto del Signore”, appellandosi al “suo” popolo che galvanizza con vuote formule» (pp. 69-70). Inoltre, proclama ciò che agli italiani piace sentire: sfiducia verso lo Stato, insulti ai “professionisti della politica”, inviti all’evasione fiscale, rifiuto delle regole, attacchi ai giudici (incoraggiando, implicitamente, le piccole azioni contro la legge che molti cittadini amano compiere). L’analisi di Caciagli è sintetica ma spietata. Questo messaggio è naturalmente sostenuto dal suo impero mediatico. Che abbia il controllo del sistema televisivo è palese, e ciò limita il pluralismo dell’informazione (tranne pochissime trasmissioni, che non a caso sono continuamente attaccate). Ma non si tratta solo di manipolazione politica: l’impero mediatico porta con sé un messaggio più sottile, perfettamente coerente con il populismo. Scrive infatti l’autore: «Nelle trasmissioni di intrattenimento, per non dire del dilagare della pubblicità, si inculca una scala di valori (consumismo, carriera, facili guadagni) che vanno ben al di là dei commenti e delle notizie del giornalismo televisivo. Addirittura le notizie vengono offerte come oggetti sui quali evitare di riflettere, mentre vengono esposti gli aspetti più volgari della vita quotidiana» (p. 68) [2].

 

È l’Italia di Pulcinella. L’Italia dei furbi, di quelli che pensano sempre di cavarsela, legati al proprio tornaconto e quindi accettano sempre il compromesso. Magari restando sempre “servi”, o, prima o poi, prendendo botte. Proprio come la celebre maschera napoletana. A quest’Italia si rivolge Berlusconi, intercettando alcuni tratti che, purtroppo, hanno sempre contraddistinto la cultura politica italiana: scarso senso della democrazia, misera coscienza civile, insofferenza per la legalità, nessuna etica collettiva, nessun patriottismo della Costituzione.

 

Luigi Grisolia

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Le regioni “rosse” erano: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche Settentrionali.  Le regioni “bianche”: Veneto, Trentino, Friuli, Lombardia Orientale (in particolare le Province di Bergamo e Brescia), alcune zone del Piemonte, della Liguria e della Toscana.

 

[2] – Per approfondire quest’aspetto, cfr., tra l’altro, MICHELA ALLEGRI, Vita da reality: effetti venduti come merci, in www.lucidamente.com, anno VI, n. 62.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 20, marzo 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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