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Arlecchino e Pulcinella, maschere
della cultura politica degli italiani
di Luigi Grisolia
In un pamphlet pubblicato da
di girolamo,
riflessioni tra Prima Repubblica e
Berlusconi
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Sono tempi di vera e
propria burrasca a livello politico e istituzionale.
Burrasca scaturita dal contemporaneo verificarsi di
una serie di eventi e problematiche: il più grave,
ovvero il caso “Ruby” in cui è coinvolto Silvio
Berlusconi; l’empasse governativa (a parte la
discutibile riforma dell’università), causata dagli
scandali di cui il Presidente del Consiglio è
protagonista e dalla scissione dei finiani; la Spada
di Damocle delle elezioni anticipate; la mancanza di
una valida opposizione.
Non è questa la sede
in cui discutere delle varie tematiche, sulle quali
ormai ciascun lettore si sarà fatto la sua opinione.
Ma richiamarle ci è parso opportuno per presentare
l’incisivo pamphlet di Mario Caciagli,
docente di Politica Comparata presso l’Università di
Firenze, Fra Arlecchino e Pulcinella. La cultura
politica degli italiani nell’Età di Berlusconi
(di girolamo, pp. 76, € 6,90), che,
delineando i tratti essenziali, appunto, della
cultura politica degli italiani, ci permette di
focalizzare e interpretare meglio la situazione
attuale.
«La cultura politica
– scrive lo studioso – è certamente manifestazione
di attitudini e di opinioni di individui, ma è
qualcosa di più complesso. Occorre tenere in conto
che la cultura politica si realizza in una rete di
relazioni sociali, in gruppi i cui membri
interagiscono, compartendo status, ethos e
linguaggio. Non è opinione di superficie, ma si
sostanzia in idee e valori, simboli e norme, in miti
e riti propri di una collettività, forgiando una
mentalità e creando consuetudini. Si esprime in
comportamenti concreti e reiterati, influisce sulla
maniera di vivere la politica e di realizzare le
pratiche che le appartengono» (p. 10).
Data questa
definizione si intuisce subito che l’Italia si
caratterizza per la presenza di diverse subculture.
Durante la Prima Repubblica vi è stato il dominio
della subcultura “bianca” (Dc) e di quella “rossa”
(Pci): le rispettive regioni [1] sono state una
chiave interpretativa fondamentale sia del
comportamento elettorale degli italiani,
sia del funzionamento dell’intero sistema politico.
Del resto, Dc e Pci raccoglievano da soli
circa il 70% dei voti, almeno fino al 1979.
Si componevano di idee e valori aggreganti,
di riti collettivi (come le Feste dell’Unità),
orientavano le scelte dei cittadini: non a caso la
partecipazione elettorale in queste regioni è sempre
stata la più alta d’Italia. Il crollo della Prima
Repubblica, la caduta del Muro di Berlino, i
profondi mutamenti a livello economico e sociale
degli ultimi vent’anni hanno spazzato via gli
elementi caratterizzanti di entrambe le subculture,
che, sottolinea Caciagli,
«hanno perduto ogni forza di aggregazione e
convinzione».
Accanto a queste
subculture dominanti esistevano e continuano ad
esistere svariate forme di regionalismo, più o meno
deboli. Esse portano con sé una certa subcultura
politica e spesso anche una lingua. Di questi, il
più marcato è sicuramente quello del Sud Tirolo
(ribattezzato Alto Adige dal regime fascista), un
territorio, dove si parla tedesco, che, dopo aver
chiesto l’indipendenza, solo nel 1992 ha chiuso
definitivamente la sua vertenza con Roma attraverso
un “pacchetto” di diritti e privilegi. Ma i
sudtirolesi si sentono tuttora estranei al sistema
politico italiano. Più effimeri i regionalismi della
Valle d’Aosta, dove c’è una minoranza
franco-provenzale, e in cui il partito di
maggioranza, l’Union Valdotaine, ha sempre
collaborato nel governo regionale con l’una o con
l’altra delle grandi forze politiche italiane, e in
Friuli, regione arbitrariamente unita alla Venezia
Giulia nel 1963, dove la funzione identitaria è
svolta più che altro a livello culturale e dove solo
in tempi recenti si sta prendendo coscienza di una
propria lingua. In Sardegna, invece, è ben radicata
sia la lingua sarda – sebbene l’averla introdotta a
livello di Assemblea Regionale non abbia avuto molto
successo – sia la tradizione identitaria, che alcune
volte si è colorata di separatismo, il quale risale
in forma organizzata al 1921, anno della fondazione
del Partito Sardo d’Azione. Differente il caso della
Sicilia, dove secondo Caciagli non esiste un
regionalismo politico, né tantomeno una subcultura.
È vero che all’indomani della Seconda Guerra
Mondiale vi fu l’esperienza del Movimento
Indipendentista Siciliano, ma tale esperienza fu del
tutto strumentale, come nel caso della stagione
autonomistica di Silvio Milazzo. Mentre il Movimento
per le Autonomie di Raffaele Lombardo va ricondotto
non ad istanze identitarie, bensì a quel sistema
clientelare che da sempre caratterizza, in negativo,
le regioni meridionali.
«Nel corso del
secolo e mezzo di storia dello stato italiano
unitario nel Mezzogiorno hanno dominato e dominano
ancora rapporti politici di tipo clientelare che a
stento, o quasi mai, sono stati sostituiti da
organizzazioni di rappresentanza degli interessi»
(p. 36). Un clientelismo nato tra i grandi notabili
nell’Ottocento e che i partiti moderni non hanno
combattuto, ma cavalcato, adattandosi alla
situazione esistente; in particolare la Dc, abile
tessitrice di tele clientelari. In un sistema del
genere vita facile ha avuto la criminalità, che si è
infiltrata agilmente nei gangli istituzionali.
Clientelismo e criminalità hanno quindi
caratterizzato la cultura politica del Sud,
aggiungendo un ulteriore elemento di divario, oltre
a quello economico e sociale, dal Nord. Ma, come già
avvertiva Leonardo Sciascia in relazione alla mafia,
anche per quel che concerne il clientelismo, nota
Caciagli, la “linea della palma” sta salendo sempre
di più e velocemente.
Infine, la
subcultura “verde”: la Lega. Si tratta dell’unico
vero partito di massa ancora operante all’interno
del nostro sistema politico. Di massa non soltanto
perché il numero degli iscritti è proporzionalmente
alto in relazione alla popolazione di riferimento,
ma anche perché ha con sé tutti i caratteri tipici
dei partiti di massa del Ventesimo Secolo: «simboli
e riti, bandiere e coccarde, raduni e cortei, eroi
eponimi e valori condivisi, fede incrollabile nel
progetto di fondo e, il che non guasta, in un capo
carismatico» (p. 31). La Padania è naturalmente
un’invenzione bella e buona sotto qualsiasi punto di
vista, ma la Lega, costruendoci attorno tutto un
immaginario, sta creando una vera e propria
subcultura politica. Cavalcando anche il tema della
presunta mancante identità italiana, balenato
all’inizio degli anni Novanta con la grave crisi
istituzionale, e ancora oggi di estrema attualità.
Quindi tanti colori,
tante toppe. Come Arlecchino. Toppe che però sono
tenute insieme da un filo, sul quale corrono i
tratti comuni di una cultura politica italiana.
Durante la Prima Repubblica a livello istituzionale
ha dominato il compromesso (palese o sottobanco) tra
i due grandi partiti, mentre tra i cittadini, come
diverse ricerche politologiche hanno dimostrato,
hanno prevalso fondamentalmente, eccezion fatta per
il periodo tra gli anni Sessanta e Settanta,
alienazione, indifferenza e passività per quel che
concerne la partecipazione politica. Che non
significa opposizione al sistema democratico in
quanto tale: piuttosto verso l’agire dei partiti e
il funzionamento delle istituzioni. E infatti agli
inizi degli anni Novanta, con lo scandalo di
Tangentopoli, alienazione, indifferenza e passività
diminuirono, a vantaggio di critica, insofferenza,
talvolta rabbia, nei confronti della politica e dei
suoi rappresentanti. Poi è arrivato l’anno fatidico:
il 1994.
L’avvento sulla
scena politica di Silvio Berlusconi ha avuto un
impatto dirompente, per tutta una serie di motivi.
Innanzitutto, ha portato ad una polarizzazione
estrema tra i due schieramenti politici principali,
causando uno “scontro politico” senza precedenti
nella storia repubblicana che dura tuttora. Ciò ha
portato eventi di grande mobilitazione: sia il
centro-destra che il centro-sinistra, in determinati
momenti, sono riusciti a portare in piazza centinaia
di migliaia di persone. Anche se in realtà la
partecipazione generale è rimasta invariata, o
addirittura diminuita: per esempio, tra il 1994 e il
2001 la percentuale di cittadini che seguono
dibattiti politici è crollata dal 33% al 23%.
Inoltre, l’attuale
Presidente del Consiglio fin da subito ha trasmesso
un messaggio sostanzialmente anti-politico, basato
su un marcato populismo (le cui conseguenze sono
individualismo, ma anche familismo e localismo),
«contraddistinto dalla presenza di un capo
carismatico e di una massa informe, ma malleabile
per una mobilitazione. […] Populista è il legame fra
Berlusconi e il suo “popolo” – il nome “Popolo della
Libertà” non è una scelta casuale. Berlusconi non
tollera alcun dissenso e si proclama “l’unto del
Signore”, appellandosi al “suo” popolo che
galvanizza con vuote formule» (pp. 69-70). Inoltre,
proclama ciò che agli italiani piace sentire:
sfiducia verso lo Stato, insulti ai “professionisti
della politica”, inviti all’evasione fiscale,
rifiuto delle regole, attacchi ai giudici
(incoraggiando, implicitamente, le piccole azioni
contro la legge che molti cittadini amano compiere).
L’analisi di Caciagli è sintetica ma spietata.
Questo messaggio è naturalmente sostenuto dal suo
impero mediatico. Che abbia il controllo del sistema
televisivo è palese, e ciò limita il pluralismo
dell’informazione (tranne pochissime trasmissioni,
che non a caso sono continuamente attaccate). Ma non
si tratta solo di manipolazione politica: l’impero
mediatico porta con sé un messaggio più sottile,
perfettamente coerente con il populismo. Scrive
infatti l’autore: «Nelle trasmissioni di
intrattenimento, per non dire del dilagare della
pubblicità, si inculca una scala di valori
(consumismo, carriera, facili guadagni) che vanno
ben al di là dei commenti e delle notizie del
giornalismo televisivo. Addirittura le notizie
vengono offerte come oggetti sui quali evitare di
riflettere, mentre vengono esposti gli aspetti più
volgari della vita quotidiana» (p. 68) [2].
È l’Italia di
Pulcinella. L’Italia dei furbi, di quelli che
pensano sempre di cavarsela, legati al proprio
tornaconto e quindi accettano sempre il compromesso.
Magari restando sempre “servi”, o, prima o poi,
prendendo botte. Proprio come la celebre maschera
napoletana. A quest’Italia si rivolge Berlusconi,
intercettando alcuni tratti che, purtroppo, hanno
sempre contraddistinto la cultura politica italiana:
scarso senso della democrazia, misera coscienza
civile, insofferenza per la legalità, nessuna etica
collettiva, nessun patriottismo della
Costituzione.
Luigi Grisolia
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – Le regioni
“rosse” erano: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e
Marche Settentrionali. Le regioni “bianche”:
Veneto, Trentino, Friuli, Lombardia Orientale (in
particolare le Province di Bergamo e Brescia),
alcune zone del Piemonte, della Liguria e della
Toscana.
[2] – Per
approfondire quest’aspetto, cfr., tra l’altro,
MICHELA ALLEGRI,
Vita da reality: effetti venduti come merci,
in
www.lucidamente.com, anno VI, n. 62.
(www.excursus.org,
anno III, n. 20, marzo 2011)
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