Anno II             n. 8                    Marzo 2010

  La geografia è la sola arte nella quale le ultime opere sono sempre le migliori (Voltaire)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Lo Stato-Nazione: realtà e ambiguità

di un'entità decantata ma sconosciuta

 

di Marco Gatto

 

Interessanti riflessioni in un libro Meltemi,

supportate da convincenti basi filosofiche

 

 

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Che fine ha fatto lo Stato-Nazione? è il titolo in forma di interrogazione problematica di un confronto-dialogo che due fra le massime rappresentanti della teoria letteraria e politica di matrice angloamericana, Judith Butler e Gayatri Chakravorty Spivak, intessono durante il corso di un seminario tenutosi nel maggio del 2007 presso la University of California. Ora la discussione fra le due filosofe è disponibile, per la cura e traduzione di Ambra Pirri – che ne firma anche un’Introduzione –, in un agile libretto stampato da Meltemi (pp. 96, € 13,00), che ha il merito di inglobare al suo interno anche le domande del pubblico e di restituirci, pertanto, il carattere occasionale dell’iniziativa.

 

In verità, il testo è quasi integralmente dominato dai ragionamenti della Butler e, se per quasi metà del libro, l’importante teorica del femminismo si avventura in un’interessante disamina delle forme di potere statale e normativo, è vero che tocca infine alla Spivak riannodare i fili delle questioni, con sintetiche quanto esaurienti risposte. Le due protagoniste appartengono di certo a scuole e impostazioni diverse: la Butler si muove su un terreno politico e teorico che affonda le sue radici nella rivendicazione delle soggettività escluse e trova nel femminismo un banco di prova per la definizione delle nuove identità sociali – non le è estraneo pertanto il discorso foucaultiano sul Potere, né la sua declinazione biopolitica più recente (specie in riferimento alla nozione di “nuda vita” di Giorgio Agamben), e permane un interesse fortemente collettivo, animato dalla tematica levinassiana del riconoscimento; la Spivak, come è noto, tenta una sintesi tra decostruzionismo, marxismo e critica postcoloniale: erede di Derrida, ma degna rappresentante di un filone di ricerca comparata rappresentato dalla figura di Edward W. Said, nell’affrontare la questione del nazionalismo e delle nuove forme di rappresentanza statale sposta l’asse del discorso da una critica della rappresentazione sociale a un’analisi delle motivazioni economiche che sottendono le nuove forma di dominazione.

 

Da queste diverse posizioni – che spesso abilmente si integrano e completano a vicenda – nasce pertanto un interessante confronto sulla fluidità e sull’evanescenza della nozione di Stato. Judith Butler ritiene, ad esempio, che figure come i prigionieri di Guantanamo o come i senza-Stato della Striscia di Gaza, o in via più generale tutte le soggettività non pienamente incluse all’interno di un’identità nazionale, rappresentino oggi una voce solo apparentemente esclusa – o “forclusa”, per usare una terminologia lacaniana cara alla Spivak – dal Potere. La loro esperienza, che sarebbe facilmente assimilabile a una designazione impolitica, è in realtà immersa in una rete di rapporti di dominazione istituzionalizzati, che quasi ne decretano l’identità attraverso «forme di spossessamento legale», ovvero modi o forme di controllo attraverso cui un potere centrale annichila la loro possibilità di risarcimento sociale. In tal modo, l’esclusione diventa una possibilità di ragionare su un procedimento di inclusione strumentale nelle maglie del potere, su una volontà conservatrice che, dietro l’apparenza del confinamento, svela il carattere utilitaristico, per la forma statuale postmoderno, della differenza.

 

La risposta della Butler si gioca pertanto su un terreno che riformula la tematica del riconoscimento, partendo da una critica «di qualunque forma di omogeneità nazionale» che sia allo stesso tempo, dialetticamente, “purificazione” dell’idea di eterogeneità della nazione. Si tratta di un approccio estremamente interessante perché drammatizza la polarità incluso/escluso, relativizzando di fatto i due termini e dimostrando come la critica serrata a un esclusivismo nazionalista può attuarsi solo attraverso una decostruzione dell’idea di eterogeneità che gli si oppone. Tale superamento dialettico, però, rimane fermo, in Butler, a uno stadio di rappresentazione identitaria e linguistica (tanto che per la filosofa è più l’atto performativo del dirsi liberi a costituire un momento rivoluzionario: e ciò cmi pare un derivato poststrutturalista che riduce la realtà a mero atto linguistico); a esso va accostato il correttivo marxista suggerito dalla Spivak. Al momento utopico-performativo – che rimane sempre avvinghiato alla propria soggettività, anche solo corporale, al di là della sua espressione collettiva – Spivak affianca un’esplicazione diretta del tentativo utopico: «Il punto, qui, è di opporsi al capitalismo senza regole, non di trovare lineamenti di utopia in un’appartenenza non-esaminato allo stato capitalista. La reinvenzione dello stato va al di là dello stato-nazione fin dentro i regionalismi critici». Ciò per dire che la dialettica fra inclusione di nuove identità ed esclusione nazionalistica si fonda su un modo di produzione che è per l’appunto capitalistico, per cui una definizione innovativa di stato non potrà che passare attraverso una critica dell’economia politica. La necessità è quella di comprendere quanto il capitale influisca sullo scacchiere delle identità in gioco (da qui una sentenza spivakiana provocatoria quale «La costituzione europea è un documento economico»).

 

All’analitica del potere proposta della Butler, Spivak oppone e integra una critica del tardo capitalismo che assuma su di sé l’inevitabile contraddizione tra l’essere-testo della riflessione filosofica (qui la sua pesante eredità derridiana, forse eccessivamente presente) e la sua possibilità di trasformarsi in prassi. Ed è forse per questa ambivalenza di fondo, che riassume la crisi dell’intellettuale militante in un contesto globalizzato, a suggerire una mancata risposta a fine dialogo, o almeno a palesare l’inevitabile contraddizione linguistica che ne nasce: come si può riaffermare un universalismo rispettoso delle differenze nel momento in cui la differenza diviene la certificazione dittatoriale di un potere che si fonda sulla riproposizione del nazionalismo in scala globale? Forse – e il pubblico italiano può trovarvi una risposta nei recenti, e già dimenticati, fatti di Rosarno – è il caso di ritornare a leggere autori come Fanon, e a ragionare su quale fetta di mondo può essere capace oggi di mettere in crisi un sistema di valori che esalta la nazione sulla scorta di politiche di differenziazione sociale e culturale.

 

Probabilmente otterremmo la risposta paventata da Gayatri Spivak e corroborata dalla riflessioni di Judith Butler, e cioè che il mondo occidentale e del capitalismo multinazionale fonda le sue ragioni su un riconoscimento dell’altro che è indifferente e strumentale: toccherà forse ai soggetti inclusi solo passivamente nel sistema-mondo riabilitare una prassi politica che, per la filosofia occidentale, rimane solo una lontana promessa di azione.

 

Marco Gatto 

 

(www.excursus.org, anno II, n. 8, marzo 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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