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Lo Stato-Nazione: realtà e ambiguità
di un'entità
decantata ma sconosciuta
di Marco Gatto
Interessanti riflessioni in un libro
Meltemi,
supportate da convincenti basi
filosofiche
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Che fine ha
fatto lo Stato-Nazione?
è il titolo in forma di interrogazione problematica
di un confronto-dialogo che due fra le massime
rappresentanti della teoria letteraria e politica di
matrice angloamericana, Judith Butler e Gayatri
Chakravorty Spivak, intessono durante il corso di un
seminario tenutosi nel maggio del 2007 presso la
University of California. Ora la discussione fra le
due filosofe è disponibile, per la cura e traduzione
di Ambra Pirri – che ne firma anche un’Introduzione
–, in un agile libretto stampato da Meltemi (pp. 96,
€ 13,00), che ha il merito di inglobare al suo
interno anche le domande del pubblico e di
restituirci, pertanto, il carattere occasionale
dell’iniziativa.
In verità, il testo
è quasi integralmente dominato dai ragionamenti
della Butler e, se per quasi metà del libro,
l’importante teorica del femminismo si avventura in
un’interessante disamina delle forme di potere
statale e normativo, è vero che tocca infine alla
Spivak riannodare i fili delle questioni, con
sintetiche quanto esaurienti risposte. Le due
protagoniste appartengono di certo a scuole e
impostazioni diverse: la Butler si muove su un
terreno politico e teorico che affonda le sue radici
nella rivendicazione delle soggettività escluse e
trova nel femminismo un banco di prova per la
definizione delle nuove identità sociali – non le è
estraneo pertanto il discorso foucaultiano sul
Potere, né la sua declinazione biopolitica più
recente (specie in riferimento alla nozione di “nuda
vita” di Giorgio Agamben), e permane un interesse
fortemente collettivo, animato dalla tematica
levinassiana del riconoscimento; la Spivak, come è
noto, tenta una sintesi tra decostruzionismo,
marxismo e critica postcoloniale: erede di Derrida,
ma degna rappresentante di un filone di ricerca
comparata rappresentato dalla figura di Edward W.
Said, nell’affrontare la questione del nazionalismo
e delle nuove forme di rappresentanza statale sposta
l’asse del discorso da una critica della
rappresentazione sociale a un’analisi delle
motivazioni economiche che sottendono le nuove forma
di dominazione.
Da queste diverse
posizioni – che spesso abilmente si integrano e
completano a vicenda – nasce pertanto un
interessante confronto sulla fluidità e
sull’evanescenza della nozione di Stato. Judith
Butler ritiene, ad esempio, che figure come i
prigionieri di Guantanamo o come i senza-Stato della
Striscia di Gaza, o in via più generale tutte le
soggettività non pienamente incluse all’interno di
un’identità nazionale, rappresentino oggi una voce
solo apparentemente esclusa – o “forclusa”, per
usare una terminologia lacaniana cara alla Spivak –
dal Potere. La loro esperienza, che sarebbe
facilmente assimilabile a una designazione
impolitica, è in realtà immersa in una rete di
rapporti di dominazione istituzionalizzati, che
quasi ne decretano l’identità attraverso «forme di
spossessamento legale», ovvero modi o forme di
controllo attraverso cui un potere centrale
annichila la loro possibilità di risarcimento
sociale. In tal modo, l’esclusione diventa una
possibilità di ragionare su un procedimento di
inclusione strumentale nelle maglie del potere, su
una volontà conservatrice che, dietro l’apparenza
del confinamento, svela il carattere utilitaristico,
per la forma statuale postmoderno, della differenza.
La risposta della
Butler si gioca pertanto su un terreno che riformula
la tematica del riconoscimento, partendo da una
critica «di qualunque forma di omogeneità nazionale»
che sia allo stesso tempo, dialetticamente,
“purificazione” dell’idea di eterogeneità della
nazione. Si tratta di un approccio estremamente
interessante perché drammatizza la polarità
incluso/escluso, relativizzando di fatto i due
termini e dimostrando come la critica serrata a un
esclusivismo nazionalista può attuarsi solo
attraverso una decostruzione dell’idea di
eterogeneità che gli si oppone. Tale superamento
dialettico, però, rimane fermo, in Butler, a uno
stadio di rappresentazione identitaria e linguistica
(tanto che per la filosofa è più l’atto performativo
del dirsi liberi a costituire un momento
rivoluzionario: e ciò cmi pare un derivato
poststrutturalista che riduce la realtà a mero atto
linguistico); a esso va accostato il correttivo
marxista suggerito dalla Spivak. Al momento
utopico-performativo – che rimane sempre avvinghiato
alla propria soggettività, anche solo corporale, al
di là della sua espressione collettiva – Spivak
affianca un’esplicazione diretta del tentativo
utopico: «Il punto, qui, è di opporsi al capitalismo
senza regole, non di trovare lineamenti di utopia in
un’appartenenza non-esaminato allo stato
capitalista. La reinvenzione dello stato va al di là
dello stato-nazione fin dentro i regionalismi
critici». Ciò per dire che la dialettica fra
inclusione di nuove identità ed esclusione
nazionalistica si fonda su un modo di produzione che
è per l’appunto capitalistico, per cui una
definizione innovativa di stato non potrà che
passare attraverso una critica dell’economia
politica. La necessità è quella di comprendere
quanto il capitale influisca sullo scacchiere delle
identità in gioco (da qui una sentenza spivakiana
provocatoria quale «La costituzione europea è un
documento economico»).
All’analitica del
potere proposta della Butler, Spivak oppone e
integra una critica del tardo capitalismo che assuma
su di sé l’inevitabile contraddizione tra
l’essere-testo della riflessione filosofica (qui la
sua pesante eredità derridiana, forse eccessivamente
presente) e la sua possibilità di trasformarsi in
prassi. Ed è forse per questa ambivalenza di fondo,
che riassume la crisi dell’intellettuale militante
in un contesto globalizzato, a suggerire una mancata
risposta a fine dialogo, o almeno a palesare
l’inevitabile contraddizione linguistica che ne
nasce: come si può riaffermare un universalismo
rispettoso delle differenze nel momento in cui la
differenza diviene la certificazione dittatoriale di
un potere che si fonda sulla riproposizione del
nazionalismo in scala globale? Forse – e il pubblico
italiano può trovarvi una risposta nei recenti, e
già dimenticati, fatti di Rosarno – è il caso di
ritornare a leggere autori come Fanon, e a ragionare
su quale fetta di mondo può essere capace oggi di
mettere in crisi un sistema di valori che esalta la
nazione sulla scorta di politiche di
differenziazione sociale e culturale.
Probabilmente
otterremmo la risposta paventata da Gayatri Spivak e
corroborata dalla riflessioni di Judith Butler, e
cioè che il mondo occidentale e del capitalismo
multinazionale fonda le sue ragioni su un
riconoscimento dell’altro che è indifferente e
strumentale: toccherà forse ai soggetti inclusi solo
passivamente nel sistema-mondo riabilitare una
prassi politica che, per la filosofia occidentale,
rimane solo una lontana promessa di azione.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno II, n. 8, marzo 2010)
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