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Due territori
vicini eppure così distanti.
I disagi odierni
e l'illusione del Ponte
di Maria Ficarra
Un pamphlet targato Città del
Sole denuncia
le assurde difficoltà di spostarsi
nello Stretto
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«I ponti
uniscono per definizione. Tranne uno: quello sullo
Stretto di Messina. Mai un ponte, o meglio, la sua
semplice idea, ha provocato tante divisioni».
Il libro dal titolo Toto’ ed Io. Due pellegrini
dell’Area Interrotta dello Stretto (Città del
Sole Edizioni, pp. 156, € 12,50), di Corrado Rindone
e Antonino Vitetta, tratta la tematica del
difficoltoso attraversamento dello Stretto, via nave
e via aliscafo, «l’unione di due terre che nel
punto più Stretto sono distanti poco più di tre
chilometri». I due protagonisti, uno orbo e
l’altro sciancato, si trovano a dover fare i conti
con la disorganizzazione dei trasporti marittimi e,
a volte, anche a pagarne le spese.
Toto è,
fondamentalmente, un sognatore, sicuro di trovare la
soluzione a tutti i problemi cittadini nel più breve
tempo possibile, senza calcolare l’esistenza dei pro
e dei contro, una convinzione che esclude a priori
margini di errore. L’amico, invece, essendo un
ingegnere ha idee più pragmatiche, sebbene fatichino
un po’ a trovare strada nella confusione tipica del
Sud, e sembra essere una figura di sostegno e di
correzione per tutte le strampalate idee del suo
compare.
L’orbo e lo
sciancato, amici da una vita, reduci dall’operazione
“Mani Pulite” nel lontano 1970 (a causa della quale
furono rinchiusi in carcere per «non
essersi lavati le mani»), ormai superata da
tempo la giovinezza e l’ottima forma fisica, pur mal
sopportandosi, scelgono di utilizzare il trasporto
marittimo ed i mezzi pubblici per i loro
spostamenti, che avvengono molto frequentemente. Per
scorrazzare in città si servono del bus di Don
Mimmo, che li recupera anche al di fuori dell’orario
di servizio e in qualsiasi posto che non sia una
fermata. Per andare a Messina, e qui si scatena la
tragicomicità del racconto, si affidano agli
aliscafi o alle navi che attraversano lo Stretto,
con la loro pseudo-puntualità ed affidabilità. In
poche parole, ogni tratto da percorrere si rivela
un’avventura burrascosa da dimenticare: «sullo
Stretto la distanza non si deve misurare in
chilometri, ma in giornate impiegate per
attraversarlo». Ogni peripezia viene
allegramente affiancata dall’accompagnatore di
turno, il quale esprime puntualmente il proprio
parere sulla zona di percorrenza.
Il motto preferito
di Toto’, «a Riggiu non funziona nenti», può
essere facilmente applicabile a tutto il Meridione:
bus che non passano, traffico che non si smaltisce,
rotonde costruite in punti ipoteticamente strategici
che bloccano ancora più le strade, «l’importante
è costruire opere che stiano in piedi, non importa
verificare se sono anche utili». I soldi
stanziati (veramente?) per questa parte
“dimenticata” dell’Italia servono solo a creare più
ingorghi di prima e non se ne capisce la ragione.
Della serie che si stava meglio quando si stava
peggio.
Ultimo, ma non meno
importante, argomento trattato con molta ironia è il
fatidico Ponte sullo Stretto, chiamato DreamPonte,
una visione futuristica dal lontano 2029 dell’opera
completata. «Vorrebbero convincere tutti i
siciliani che la soluzione di tutti i mali è il
Ponte. […] Che me ne faccio del Ponte sullo Stretto
se poi, per andare da Catania a Palermo, distanti
solo 250 chilometri, ci metto più di cinque ore con
il treno?». Un ponte finito, chiuso un giorno su
tre a causa delle forti correnti e che,
paradossalmente, aumenta la distanza tra i due
popoli. Più che unire, tende a separare, sia
ideologicamente che territorialmente.
L’impiego di
risorse indispensabili per la rinascita dell’area
meridionale risponde a determinati disegni di legge
che non sempre rispecchiano le reali necessità di un
territorio o della popolazione. La priorità del
Ponte può passare in secondo piano se si considerano
le effettive carenze infrastrutturali della zona.
Bisogna porsi delle domande, come hanno fatto Toto’
ed Io: loro senza avere risposte, noi forse possiamo
sperare di averle e, magari, fornirgliele. Al di là
degli stravolgimenti paesaggistici e
ambientalistici, l’impatto economico che
comporterebbe la costruzione del Ponte non
migliorerebbe certo la viabilità cittadina. Il
pellegrinaggio di Toto’ ed Io ricorda troppo spesso
la difficoltà degli spostamenti quotidiani nell’Area
ed il loro interrogativo è giusto e sacrosanto: «questi
sono mai venuti a vedere personalmente di persona lo
Stretto?
Vi cordializzo
tutto».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno III, n. 17, dicembre 2010)
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