Anno II             n. 17                   Dicembre 2010

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Due territori vicini eppure così distanti.

I disagi odierni e l'illusione del Ponte

 

di Maria Ficarra

 

Un pamphlet targato Città del Sole denuncia

le assurde difficoltà di spostarsi nello Stretto

 

 

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«I ponti uniscono per definizione. Tranne uno: quello sullo Stretto di Messina. Mai un ponte, o meglio, la sua semplice idea, ha provocato tante divisioni». Il libro dal titolo Toto’ ed Io. Due pellegrini dell’Area Interrotta dello Stretto (Città del Sole Edizioni, pp. 156, € 12,50), di Corrado Rindone e Antonino Vitetta, tratta la tematica del difficoltoso attraversamento dello Stretto, via nave e via aliscafo, «l’unione di due terre che nel punto più Stretto sono distanti poco più di tre chilometri». I due protagonisti, uno orbo e l’altro sciancato, si trovano a dover fare i conti con la disorganizzazione dei trasporti marittimi e, a volte, anche a pagarne le spese.

 

Toto è, fondamentalmente, un sognatore, sicuro di trovare la soluzione a tutti i problemi cittadini nel più breve tempo possibile, senza calcolare l’esistenza dei pro e dei contro, una convinzione che esclude a priori margini di errore. L’amico, invece, essendo un ingegnere ha idee più pragmatiche, sebbene fatichino un po’ a trovare strada nella confusione tipica del Sud, e sembra essere una figura di sostegno e di correzione per tutte le strampalate idee del suo compare.

 

L’orbo e lo sciancato, amici da una vita, reduci dall’operazione “Mani Pulite” nel lontano 1970 (a causa della quale furono rinchiusi in carcere per «non essersi lavati le mani»), ormai superata da tempo la giovinezza e l’ottima forma fisica, pur mal sopportandosi, scelgono di utilizzare il trasporto marittimo ed  i mezzi pubblici per i loro spostamenti, che avvengono molto frequentemente. Per scorrazzare in città si servono del bus di Don Mimmo, che li recupera anche al di fuori dell’orario di servizio e in qualsiasi posto che non sia una fermata. Per andare a Messina, e qui si scatena la tragicomicità del racconto, si affidano agli aliscafi o alle navi che attraversano lo Stretto, con la loro pseudo-puntualità ed affidabilità. In poche parole, ogni tratto da percorrere si rivela un’avventura burrascosa da dimenticare: «sullo Stretto la distanza non si deve misurare in chilometri, ma in giornate impiegate per attraversarlo». Ogni peripezia viene allegramente affiancata dall’accompagnatore di turno, il quale esprime puntualmente il proprio parere sulla zona di percorrenza.

 

Il motto preferito di Toto’, «a Riggiu non funziona nenti», può essere facilmente applicabile a tutto il Meridione: bus che non passano, traffico che non si smaltisce, rotonde costruite in punti ipoteticamente strategici che bloccano ancora più le strade, «l’importante è costruire opere che stiano in piedi, non importa verificare se sono anche utili». I soldi stanziati (veramente?) per questa parte “dimenticata” dell’Italia servono solo a creare più ingorghi di prima e non se ne capisce la ragione. Della serie che si stava meglio quando si stava peggio.

 

Ultimo, ma non meno importante, argomento trattato con molta ironia è il fatidico Ponte sullo Stretto, chiamato DreamPonte, una visione futuristica dal lontano 2029 dell’opera completata. «Vorrebbero convincere tutti i siciliani che la soluzione di tutti i mali è il Ponte. […] Che me ne faccio del Ponte sullo Stretto se poi, per andare da Catania a Palermo, distanti solo 250 chilometri, ci metto più di cinque ore con il treno?». Un ponte finito, chiuso un giorno su tre a causa delle forti correnti e che, paradossalmente, aumenta la distanza tra i due popoli. Più che unire, tende a separare, sia ideologicamente che territorialmente.

 

L’impiego di risorse indispensabili per la rinascita dell’area meridionale risponde a determinati disegni di legge che non sempre rispecchiano le reali necessità di un territorio o della popolazione. La priorità del Ponte può passare in secondo piano se si considerano le effettive carenze infrastrutturali della zona. Bisogna porsi delle domande, come hanno fatto Toto’ ed Io: loro senza avere risposte, noi forse possiamo sperare di averle e, magari, fornirgliele. Al di là degli stravolgimenti paesaggistici e ambientalistici, l’impatto economico che comporterebbe la costruzione del Ponte non migliorerebbe certo la viabilità cittadina. Il pellegrinaggio di Toto’ ed Io ricorda troppo spesso la difficoltà degli spostamenti quotidiani nell’Area ed il loro interrogativo è giusto e sacrosanto: «questi sono mai venuti a vedere personalmente di persona lo Stretto?

Vi cordializzo tutto».

 

Maria Ficarra


(
www.excursus.org, anno III, n. 17, dicembre 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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