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Vittorio Arrigoni: un pacifista scomodo
per chi esercita il mestiere della guerra
di Mariella Arcudi
Il pensiero e l’azione
del reporter italiano
barbaramente ucciso a Gaza l’aprile
scorso
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Il 14 aprile 2011 è stato mostrato il video in cui
si vedeva il pacifista Vittorio Arrigoni – rapito
poche ore prima a Gaza City da una cellula impazzita
di un gruppo islamico salafita – sanguinante,
legato, bendato con del nastro adesivo, gli occhi
nascosti al mondo e anche ai suoi rapitori, per
cancellare tutta la sua umanità. Qualche ora dopo
veniva strangolato. Ridotto per sempre al silenzio.
Quel video, costruito ad arte, voleva dimostrare che
Arrigoni, reporter e blogger, non avrebbe mai più
dovuto parlare, comunicare, denunciare. Eliminato
Vittorio, tutti gli altri, giornalisti, pacifisti,
difensori di quel poco di umano che resta in un
territorio perennemente in guerra, sono avvertiti: è
questa la fine che vi attende, se continuerete a
denunciare i crimini di un conflitto armato, come
ogni altro, insensato. È più semplice di quanto si
pensi: dove c’è pace non ci sono affari, questa è la
logica del mercato delle armi del XXI secolo!
Chi era Vik
Arrigoni aveva trentasei anni e il suo mestiere era
la sua missione: per realizzare questa missione
aveva scelto la Striscia di Gaza in Palestina, la
Terra di Cristo, facendola diventare la propria
terra. Per un pacifista, per un uomo giusto, la
propria casa è dove ci sono la guerra e
l‘ingiustizia. L’approdo a Gaza non era stato
semplice, vi era arrivato nel 2008 come inviato de
il manifesto e attivista dell’International
Solidarity Movement e lì aveva creato il suo blog
“Guerrilla Radio”. Il suo motto era «restiamo umani»
e tramite internet comunicava con il mondo, a cui
dava notizie su tutto ciò che accadeva in un
territorio sotto assedio e isolato dal potente stato
d’Israele.
Vik (era questo il suo soprannome da blogger) girava
dei videomessaggi, faceva vedere la propria faccia
determinata, il proprio sguardo – lo sguardo di un
“sognatore” – e raccontava, giorno per giorno, fatti
vissuti in prima persona insieme ai palestinesi,
niente che non si potesse dimostrare, con video e
foto. Spiegava perché in questo momento storico un
pacifista non può che schierarsi dalla parte dei
civili palestinesi, dei più deboli.
L’arma che Arrigoni usava, in un Paese sotto
assedio, era la verità sulle sofferenze dei bambini,
delle donne, dei vecchi, dei contadini e pescatori
costretti ad una vita indegna, umiliati, sacrificati
in nome della guerra, che Vik raccontava con la
parola e lo sguardo (per chi volesse ascoltare uno
dei suoi più toccanti videomessaggi, invitiamo a
cliccare su
http://www.youtube.com/watch?v=kY0yobjA--o).
Dalla “parte sbagliata”
Tra il 1939 e il 1945 in Europa si compì una delle
più grandi tragedie che il genere umano potesse mai
concepire, lo sterminio pianificato di sei milioni
di ebrei in nome della purezza della razza ariana.
Gli ebrei scampati all’Olocausto si riversarono in
Palestina e presto quello che, all’inizio, era un
fenomeno migratorio divenne una vera e propria
invasione. La Risoluzione dell’Onu n. 181
stabilì nel 1947 la nascita di due Stati, uno
palestinese e l’altro ebraico, ma, dopo il conflitto
arabo-israeliano del 1948, si costituì solo lo Stato
d’Israele.
In seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967,
Israele occupò la Striscia di Gaza e la Cisgiordania,
dove viveva una parte consistente di palestinesi, e
pian piano i coloni israeliani iniziarono a
rosicchiare e annettere varie terre appartenenti
alla popolazione araba. Nonostante la Risoluzione
n. 242 dell’Onu (che affermava che, in cambio
della pace, Israele doveva ritirarsi dai territori
occupati), l’occupazione continua ancora oggi nel
59% della Cisgiordania, mentre la Striscia di Gaza –
sgomberata dagli insediamenti coloniali nel 2005 – è
sottoposta a un duro embargo economico.
Arrigoni, insieme ai pacifisti dell’International
Solidarity Movement, si è battuto per la pace,
sostenendo il diritto dei palestinesi a creare una
nazione riconosciuta anche da Israele, in cui siano
garantiti i diritti al lavoro, allo studio, ad
essere curati e a sfamarsi, a circolare liberamente
anche fuori dal proprio territorio e, soprattutto, a
non dover ricorrere alla violenza per poter
difendere questi diritti. Vik stava con i più
deboli, con i bambini dell’Intifada, con quelli
vivi, ma pure con i 1890 feriti o rimasti inabili, e
con i 437 morti sotto le bombe al fosforo lanciate
dall’esercito israeliano durante l’Operazione
“Piombo fuso” del 2008-2009 a Gaza.
Per molti “pesci pulitori” che affollano le testate
giornalistiche italiane, Arrigoni stava dalla “parte
sbagliata”, perché per loro, servi dei potenti che
stanno distruggendo il mondo, la parte giusta è
quella dei più forti. Ci domandiamo: quando
resteranno solo predatori, chi diventerà la preda?
Perché uccidere un pacifista?
Arrigoni era un pacifista, odiava la guerra e gli
orrori che essa comporta, con il suo corpo cercava
di proteggere la vita dei contadini, che
raccoglievano il prezzemolo sulla Striscia di Gaza
al confine con Israele, dalle pallottole dei soldati
cecchini. Con il suo corpo nascondeva quello dei
pescatori dalle sventagliate dei mitra israeliani,
accompagnava i bambini arabi ai check-point
al confine tra la Striscia di Gaza e Israele per
consentire loro di raggiungere le scuole senza
essere arrestati dai soldati israeliani, viveva e
condivideva la vita dei palestinesi.
Perché ucciderlo? Perché uccidere un pacifista? Il
suo assassinio risulta ancor più incomprensibile,
poiché ad ammazzarlo sono stati dei palestinesi
salafiti, integralisti islamici legati ad Al-Qaeda,
che si contrappongono sia ad Hamas, sia ad Al-Fatah.
Attualmente Hamas amministra la Striscia di Gaza,
mentre Al-Fatah la Cisgiordania: le due
organizzazioni sono state fino a poco tempo fa in
aperto conflitto tra loro.
Arrigoni viveva con i palestinesi di Gaza City e
insegnava ai bambini che si può vivere in un altro
modo, senza armi, ed educava alla pace: davvero un
cattivo esempio per chi vuole la guerra, per chi fa
affari con essa, per chi sfrutta questo stato di
belligeranza perenne e di illegalità per
giustificare massacri in nome della religione o
della patria.
Vittorio chiedeva a Israele di non far ricorso alla
repressione militare e di rispettare i bambini
palestinesi, perché, per ogni bambino ucciso,
inevitabilmente almeno cinque persone cercherebbero
poi di vendicarlo. Egli, oltre a denunciare
l’ingiustizia, predicava la pace: era perciò davvero
temibile per i fanatici e gli integralisti, uno
scomodo esempio, uno da eliminare.
Un utopista per sempre
Forse Arrigoni sarà considerato per sempre un
utopista, un sognatore e il suo (ma anche nostro)
desiderio di pace nel mondo resterà irrealizzato.
Tuttavia, la sua morte e il suo sacrificio ci
dimostrano che lottare e morire per la giustizia e
la pace non è inutile: il 28 aprile 2011,
quattordici giorni dopo l’uccisione del giornalista
italiano, Al-Fatah e Hamas hanno raggiunto un
accordo per cessare le ostilità reciproche e, forse,
tra le fazioni palestinesi non ci sarà più la
guerra. Certo non sarà un percorso facile, ci vorrà
tempo per cancellare lutti e rancori, ma Vik ne
sarebbe stato certamente felice.
Grazie Vittorio per averci fatto sognare, vedere,
capire e sperare! Grazie per aver riempito le nostre
giornate trascorse davanti al computer, sperando di
sentire che d’improvviso, come nei tuoi sogni, la
violenza in Palestina si fosse fermata! Grazie di
tutto!
Mariella Arcudi
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