Anno III             n. 23                   Giugno 2011

  Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                  Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il punto

 

 

 

Vittorio Arrigoni: un pacifista scomodo

per chi esercita il mestiere della guerra

di Mariella Arcudi

Il pensiero e l’azione del reporter italiano

barbaramente ucciso a Gaza l’aprile scorso

 

 

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Il 14 aprile 2011 è stato mostrato il video in cui si vedeva il pacifista Vittorio Arrigoni – rapito poche ore prima a Gaza City da una cellula impazzita di un gruppo islamico salafita – sanguinante, legato, bendato con del nastro adesivo, gli occhi nascosti al mondo e anche ai suoi rapitori, per cancellare tutta la sua umanità. Qualche ora dopo veniva strangolato. Ridotto per sempre al silenzio.

 

Quel video, costruito ad arte, voleva dimostrare che Arrigoni, reporter e blogger, non avrebbe mai più dovuto parlare, comunicare, denunciare. Eliminato Vittorio, tutti gli altri, giornalisti, pacifisti, difensori di quel poco di umano che resta in un territorio perennemente in guerra, sono avvertiti: è questa la fine che vi attende, se continuerete a denunciare i crimini di un conflitto armato, come ogni altro, insensato. È più semplice di quanto si pensi: dove c’è pace non ci sono affari, questa è la logica del mercato delle armi del XXI secolo!

 

Chi era Vik

Arrigoni aveva trentasei anni e il suo mestiere era la sua missione: per realizzare questa missione aveva scelto la Striscia di Gaza in Palestina, la Terra di Cristo, facendola diventare la propria terra. Per un pacifista, per un uomo giusto, la propria casa è dove ci sono la guerra e l‘ingiustizia. L’approdo a Gaza non era stato semplice, vi era arrivato nel 2008 come inviato de il manifesto e attivista dell’International Solidarity Movement e lì aveva creato il suo blog “Guerrilla Radio”. Il suo motto era «restiamo umani» e tramite internet comunicava con il mondo, a cui dava notizie su tutto ciò che accadeva in un territorio sotto assedio e isolato dal potente stato d’Israele.

 

Vik (era questo il suo soprannome da blogger) girava dei videomessaggi, faceva vedere la propria faccia determinata, il proprio sguardo – lo sguardo di un “sognatore” – e raccontava, giorno per giorno, fatti vissuti in prima persona insieme ai palestinesi, niente che non si potesse dimostrare, con video e foto. Spiegava perché in questo momento storico un pacifista non può che schierarsi dalla parte dei civili palestinesi, dei più deboli.

 

L’arma che Arrigoni usava, in un Paese sotto assedio, era la verità sulle sofferenze dei bambini, delle donne, dei vecchi, dei contadini e pescatori costretti ad una vita indegna, umiliati, sacrificati in nome della guerra, che Vik raccontava con la parola e lo sguardo (per chi volesse ascoltare uno dei suoi più toccanti videomessaggi, invitiamo a cliccare su http://www.youtube.com/watch?v=kY0yobjA--o).

 

Dalla “parte sbagliata”

Tra il 1939 e il 1945 in Europa si compì una delle più grandi tragedie che il genere umano potesse mai concepire, lo sterminio pianificato di sei milioni di ebrei in nome della purezza della razza ariana. Gli ebrei scampati all’Olocausto si riversarono in Palestina e presto quello che, all’inizio, era un fenomeno migratorio divenne una vera e propria invasione. La Risoluzione dell’Onu n. 181 stabilì nel 1947 la nascita di due Stati, uno palestinese e l’altro ebraico, ma, dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948, si costituì solo lo Stato d’Israele.

 

In seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele occupò la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, dove viveva una parte consistente di palestinesi, e pian piano i coloni israeliani iniziarono a rosicchiare e annettere varie terre appartenenti alla popolazione araba. Nonostante la Risoluzione n. 242 dell’Onu (che affermava che, in cambio della pace, Israele doveva ritirarsi dai territori occupati), l’occupazione continua ancora oggi nel 59% della Cisgiordania, mentre la Striscia di Gaza – sgomberata dagli insediamenti coloniali nel 2005 – è sottoposta a un duro embargo economico.

 

Arrigoni, insieme ai pacifisti dell’International Solidarity Movement, si è battuto per la pace, sostenendo il diritto dei palestinesi a creare una nazione riconosciuta anche da Israele, in cui siano garantiti i diritti al lavoro, allo studio, ad essere curati e a sfamarsi, a circolare liberamente anche fuori dal proprio territorio e, soprattutto, a non dover ricorrere alla violenza per poter difendere questi diritti. Vik stava con i più deboli, con i bambini dell’Intifada, con quelli vivi, ma pure con i 1890 feriti o rimasti inabili, e con i 437 morti sotto le bombe al fosforo lanciate dall’esercito israeliano durante l’Operazione “Piombo fuso” del 2008-2009 a Gaza.

 

Per molti “pesci pulitori” che affollano le testate giornalistiche italiane, Arrigoni stava dalla “parte sbagliata”, perché per loro, servi dei potenti che stanno distruggendo il mondo, la parte giusta è quella dei più forti. Ci domandiamo: quando resteranno solo predatori, chi diventerà la preda?

 

Perché uccidere un pacifista?

Arrigoni era un pacifista, odiava la guerra e gli orrori che essa comporta, con il suo corpo cercava di proteggere la vita dei contadini, che raccoglievano il prezzemolo sulla Striscia di Gaza al confine con Israele, dalle pallottole dei soldati cecchini. Con il suo corpo nascondeva quello dei pescatori dalle sventagliate dei mitra israeliani, accompagnava i bambini arabi ai check-point al confine tra la Striscia di Gaza e Israele per consentire loro di raggiungere le scuole senza essere arrestati dai soldati israeliani, viveva e condivideva la vita dei palestinesi.

 

Perché ucciderlo? Perché uccidere un pacifista? Il suo assassinio risulta ancor più incomprensibile, poiché ad ammazzarlo sono stati dei palestinesi salafiti, integralisti islamici legati ad Al-Qaeda, che si contrappongono sia ad Hamas, sia ad Al-Fatah. Attualmente Hamas amministra la Striscia di Gaza, mentre Al-Fatah la Cisgiordania: le due organizzazioni sono state fino a poco tempo fa in aperto conflitto tra loro.

 

Arrigoni viveva con i palestinesi di Gaza City e insegnava ai bambini che si può vivere in un altro modo, senza armi, ed educava alla pace: davvero un cattivo esempio per chi vuole la guerra, per chi fa affari con essa, per chi sfrutta questo stato di belligeranza perenne e di illegalità per giustificare massacri in nome della religione o della patria.

 

Vittorio chiedeva a Israele di non far ricorso alla repressione militare e di rispettare i bambini palestinesi, perché, per ogni bambino ucciso, inevitabilmente almeno cinque persone cercherebbero poi di vendicarlo. Egli, oltre a denunciare l’ingiustizia, predicava la pace: era perciò davvero temibile per i fanatici e gli integralisti, uno scomodo esempio, uno da eliminare.

 

Un utopista per sempre

Forse Arrigoni sarà considerato per sempre un utopista, un sognatore e il suo (ma anche nostro) desiderio di pace nel mondo resterà irrealizzato. Tuttavia, la sua morte e il suo sacrificio ci dimostrano che lottare e morire per la giustizia e la pace non è inutile: il 28 aprile 2011, quattordici giorni dopo l’uccisione del giornalista italiano, Al-Fatah e Hamas hanno raggiunto un accordo per cessare le ostilità reciproche e, forse, tra le fazioni palestinesi non ci sarà più la guerra. Certo non sarà un percorso facile, ci vorrà tempo per cancellare lutti e rancori, ma Vik ne sarebbe stato certamente felice.

 

Grazie Vittorio per averci fatto sognare, vedere, capire e sperare! Grazie per aver riempito le nostre giornate trascorse davanti al computer, sperando di sentire che d’improvviso, come nei tuoi sogni, la violenza in Palestina si fosse fermata! Grazie di tutto!

 

Mariella Arcudi

 

(www.excursus.org, anno III, n. 23, giugno 2011)

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione:

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Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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