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Il primo tra i
grandi scrittori italiani del Novecento che non ha
sottovalutato la pericolosità della mafia e della
criminalità organizzata, in genere è stato il
siciliano Leonardo Sciascia. All’epoca dei suoi
“gialli”, che non erano certo da considerarsi del
genere di letteratura d’evasione, ma vere e proprie
denunce dei mali della società italiana ed
internazionale, egli ha adoperato un realismo
spigoloso ed esasperato che non concedeva spiragli
di speranze o di illusioni. Per questo fu definito
eretico, volendo con questo termine indicare
la sua estraneità ai movimenti e agli indirizzi
letterari correnti e la sua affiliazione ad una
narrativa di impegno civile che poi divenne pure
politico (si consideri la sua militanza nel Partito
Radicale), nel tentativo di suonare la sveglia ai
contemporanei e richiamarli ad una maggiore
responsabilità.
Il fenomeno mafia
Diceva a proposito
Sciascia in un dibattito pubblico a Palermo: «Indubbiamente
la mafia è un problema nostro. Io ne ho fatto
un’esemplificazione narrativa: fino a quel momento
sulla mafia esistevano degli studi, studi molto
interessanti, classici addirittura: esisteva una
commedia d’un autore siciliano ch’era un’apologia
della mafia e nessuno che avesse messo l’accento su
questo problema in un'opera narrativa di largo
consumo. Io l’ho fatto» [1].
L’autore infatti si
compiaceva della sua scelta ed analizzava bene un
fenomeno che si stava allargando a macchia d’olio,
coinvolgendo non solo oscuri individui del malaffare
sempre esistiti, ma esponenti autorevoli e
rappresentanti di forze sociali e politiche
insospettabili. Pensiamo infatti al salto di qualità
che intercorre proprio tra il citato Il giorno
della civetta e Todo modo fino a
L’Affaire Moro. Ben tre livelli di grave
chiamata in causa che vanno dalle semplici
contraffazioni di una verità nascosta tra le pieghe
del quotidiano alle più evidenti esecuzioni di un
piano complesso di destabilizzazione delle
istituzioni e dello Stato.
Il giorno della
civetta è
il primo anello di una connivenza non dichiarata, ma
intuibile della malavita organizzata con parti delle
istituzioni. Sciascia, anche se lo pensa, ha pudore
a confessarlo, laddove nella Premessa chiosa:
«Inutile dire che non c’è nel racconto
personaggio o fatto che abbia corrispondenza, se non
fortuita, con persone esistenti e fatti accaduti»
[2], quando egli, invece, si era ispirato
all’assassinio del sindaco comunista Accursio
Miraglia, avvenuto nel 1947, ed all’investigatore,
comandante dei Carabinieri di Agrigento, Renato
Candida. Poi, lentamente il suo interesse si è
polarizzato, come in Todo modo, a
caratterizzare il fondo melmoso d’una collettività
via via sempre più degradata, anche di intellettuali
e di politici, abilmente mimetizzata di perbenismo e
intrisa di falsa religiosità che consegue il fine
del raggiungimento del potere e non solo del
benessere economico.
Nel terzo ed ultimo
stadio, iniziato con Il contesto (1971) e
I pugnalatori (1976) e continuato con
L’affaire Moro (1978), un giallo prorompente “in
presa diretta” potremmo dire, Sciascia ha fatto
magistralmente l’anatomia del potere politico,
rappresentando le strategie della tensione, i
labirintici canali di cospirazione per
destabilizzare lo Stato, anticipando così i tempi
correnti. Con la critica del potere corrotto, egli
ha denunciato la sopraffazione degli onesti e dei
deboli non più rappresentati, la rete di complicità
degli oscuri meandri dell’esercizio politico del
consenso, l’intimidazione che scade nel terrore. Una
escalation sempre più cupa per cui la ricerca della
verità è impossibile, si arena nel chiacchiericcio
senza senso dei corridoi dei notabili rappresentanti
fasulli dello Stato.
La macchina della
giustizia arriva ad incepparsi e il nuovo ordine
costituito altro non è che caos. Su tutto poi
circola il pessimismo della ragione che non ha più
speranze da coltivare e da additare agli altri.
A proposito di
giustizia
Il problema dei
pentiti-collaboratori, con tutte le sue ombre,
all’epoca di Sciascia non si poneva ancora come
strategia per disinnescare o limitare i danni
provocati dalla “malapianta”, ma l’intellettuale
comunque sentì fortemente l’esigenza di collocare il
problema della giustizia in primo piano e
“martellare”, per così dire, i lettori perché si
creasse una coscienza civile vigile ed un’attenzione
specifica della mente oltre l’apparenza per
attingere alla vera radice degli avvenimenti.
Potrebbe questa sua insistenza essere scambiata per
un neorealismo sui generis, critico delle
ambivalenze e usato con lapidaria sintesi di
particolari concreti per dimostrarsi più incisivo.
Invece è istanza etica fortissima che ha la sua
essenza nella difesa della giustizia che porta
all’eguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte
alle leggi.
Nel sovvertimento
della società che si è prodotto ancora dura
l’attualità della lezione sciasciana: le leggi
esistono, ma sono svuotate del loro contenuto
intrinseco. I delinquenti hanno capito presto come
aggirarle e renderle nulle. Uno scrittore come
Sciascia, innamorato della cultura illuministica,
lettore del Candide di Voltaire (1759), che
egli spesso ripropone nel Candido (1977), non
poteva pensare se non razionalmente e così facendo
riconoscere che solo l’umanità che s’interroga e che
riconosce nel diritto la fonte d’ogni operato è
degna di tutto rispetto. Cieca invece gli appare la
massa inerte che ha smarrito ogni idea su cosa sia
giusto e che a volte chiude gli occhi di fronte ai
misfatti della verità, spacciati per rigorose regole
di rispetto e di autonomia.
Un’opera poco
nota ma attuale
Porte aperte
(Adelphi, 1987) è uno dei testi forse meno
conosciuti dell’autore siciliano, emblematicamente
di grande attualità, anche se la vicenda si
riferisce all’epoca del fascismo. È infatti
collegata, da una parte, alla tematica, sempre
controversa, della pena di morte, mentre dall’altra
alla disobbedienza di un piccolo giudice di
provincia che contravviene alle disposizioni del
regime. Non per nulla il libro si apre con
l’episodio del delitto Matteotti, chiamato in causa
dal sequestro della sua foto conservata tra le carte
dall’imputato, un misero uomo tormentato, subito
selezionata e messa da parte perché indicativa di
una certa opposizione al partito di governo che,
quando era successo il delittuoso evento, si era
affrettato ad assumersi tutte le responsabilità per
poi cercare d’insabbiare e far dimenticare la
rilevanza del fatto. La foto rimandava l’immagine «di
un volto sereno e severo, ampia fronte, sguardo
pensoso e con un che di accorato e di tragico; o
forse quel che di tragico aveva poi conferito alla
sua immagine da vivo la tragica morte... in
quell'estate del '24» [3]. Un’immagine
indimenticabile, da sempre presente nella memoria
degli onesti contemporanei, legata ad un
regime, già di per sé odioso, che lo diveniva ancor
di più per quel delitto che aveva chiuso con
la violenza la libera espressione delle idee
in bocca ad un deputato socialista d’opposizione.
L’imputato del libro in questione era reo di ben
tre omicidi per cui, secondo le disposizioni
vigenti, gli spettava la pena di morte, ritornata
in auge in Italia. Sembrava ormai scontata la
sentenza.
Come può un piccolo
giudice di provincia che la pensa diversamente farsi
valere e contravvenire alle leggi del governo? È una
questione paradossale ed impossibile. Eppure ce la
fa, anche se con la scorciatoia della seminfermità
mentale, in una sorta di resistenza ante litteram
che lo porterà a discutere con i lettori
dell’ingiustizia di una condanna capitale, ma
soprattutto, si badi bene, della superficialità di
un modello legislativo importato solo perché il
Paese sia considerato all’altezza dello scenario
internazionale. Il piccolo giudice (Sciascia
sottolinea “piccolo”, naturalmente con tutta la
carica ironica di cui è capace ) svolge la sua
missione in senso antiorario non tanto per il
capriccio di mero contrasto politico, quanto perché
ha un alto concetto della Legge, alla maniera
socratica, che non viene a patti con temporanei
umori e strumentalizzazioni, ma rappresenta la
quintessenza della giustizia che dovrebbe
assicurare, al di là della severità della pena, il
giusto e difficile equilibrio sociale. Il titolo
viene assunto quindi nel senso letterale, quando si
riferisce alla propaganda del fascismo che “in
Italia si poteva dormire con le porte aperte”, ma
sottintende le porte aperte alla follia devastante
che avrebbe poi portato al disastro della Seconda
Guerra Mondiale.
Gaetanina Sicari
Ruffo
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – Cfr.
Premessa, in LEONARDO SCIASCIA, Il giorno
della civetta, Einaudi, Torino, 1961, p. 1.
[2] – Ivi, p.
2.
[3] – IDEM, Porte
Aperte, Adelphi, Milano, 1987, p. 14.
(www.excursus.org,
anno II, n. 17 dicembre 2010)
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