Anno II             n.17                    Dicembre 2010

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

La lezione di Sciascia

nell'analisi della mafia

 di Gaetanina Sicari Ruffo

 

Lintellettuale siculo fu il primo

 a denunciare, con le sue opere,

 lonorata società e le connivenze

 nellamministrazione pubblica

 

  

 

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Il primo tra i grandi scrittori italiani del Novecento che non ha sottovalutato la pericolosità della mafia e della criminalità organizzata, in genere è stato il siciliano Leonardo Sciascia. All’epoca dei suoi “gialli”, che non erano certo da considerarsi del genere di letteratura d’evasione, ma vere e proprie denunce dei mali della società italiana ed internazionale, egli ha adoperato un realismo spigoloso ed esasperato che non concedeva spiragli di speranze o di illusioni. Per questo fu definito eretico, volendo con questo termine indicare la sua estraneità ai movimenti e agli indirizzi letterari correnti e la sua affiliazione ad una narrativa di impegno civile che poi divenne pure politico (si consideri la sua militanza nel Partito Radicale), nel tentativo di suonare la sveglia ai contemporanei e richiamarli ad una maggiore responsabilità.

 

Il fenomeno mafia

Diceva a proposito Sciascia in un dibattito pubblico a Palermo: «Indubbiamente la mafia è un problema nostro. Io ne ho fatto un’esemplificazione narrativa: fino a quel momento sulla mafia esistevano degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia d’un autore siciliano ch’era un’apologia della mafia e nessuno che avesse messo l’accento su questo problema in un'opera narrativa di largo consumo. Io l’ho fatto» [1].

 

L’autore infatti si compiaceva della sua scelta ed analizzava bene un fenomeno che si stava allargando a macchia d’olio, coinvolgendo non solo oscuri individui del malaffare sempre esistiti, ma esponenti autorevoli e rappresentanti di forze sociali e politiche insospettabili. Pensiamo infatti al salto di qualità che intercorre proprio tra il citato Il giorno della civetta e Todo modo fino a L’Affaire Moro. Ben tre livelli di grave chiamata in causa che vanno dalle semplici contraffazioni di una verità nascosta tra le pieghe del quotidiano alle più evidenti esecuzioni di un piano complesso di destabilizzazione delle istituzioni e dello Stato.

 

Il giorno della civetta è il primo anello di una connivenza non dichiarata, ma intuibile della malavita organizzata con parti delle istituzioni. Sciascia, anche se lo pensa, ha pudore a confessarlo, laddove nella Premessa chiosa: «Inutile dire che non c’è nel racconto personaggio o fatto che abbia corrispondenza, se non fortuita, con persone esistenti e fatti accaduti» [2], quando egli, invece, si era ispirato all’assassinio del sindaco comunista Accursio Miraglia, avvenuto nel 1947, ed all’investigatore, comandante dei Carabinieri di Agrigento, Renato Candida. Poi, lentamente il suo interesse si è polarizzato, come in Todo modo, a caratterizzare il fondo melmoso d’una collettività via via sempre più degradata, anche di intellettuali e di politici, abilmente mimetizzata di perbenismo e intrisa di falsa religiosità che consegue il fine del raggiungimento del potere e non solo del benessere economico.

 

Nel terzo ed ultimo stadio, iniziato con Il contesto (1971) e I pugnalatori (1976) e continuato con L’affaire Moro (1978), un giallo prorompente “in presa diretta” potremmo dire, Sciascia ha fatto magistralmente l’anatomia del potere politico, rappresentando le strategie della tensione, i labirintici canali di cospirazione per destabilizzare lo Stato, anticipando così i tempi correnti. Con la critica del potere corrotto, egli ha denunciato la sopraffazione degli onesti e dei deboli non più rappresentati, la rete di complicità degli oscuri meandri dell’esercizio politico del consenso, l’intimidazione che scade nel terrore. Una escalation sempre più cupa per cui la ricerca della verità è impossibile, si arena nel chiacchiericcio senza senso dei corridoi dei notabili rappresentanti fasulli dello Stato.

La macchina della giustizia arriva ad incepparsi e il nuovo ordine costituito altro non è che caos. Su tutto poi circola il pessimismo della ragione che non ha più speranze da coltivare e da additare agli altri.

 

A proposito di giustizia

Il problema dei pentiti-collaboratori, con tutte le sue ombre, all’epoca di Sciascia non si poneva ancora come strategia per disinnescare o limitare i danni provocati dalla “malapianta”, ma l’intellettuale comunque sentì fortemente l’esigenza di collocare il problema della giustizia in primo piano e “martellare”, per così dire, i lettori perché si creasse una coscienza civile vigile ed un’attenzione specifica della mente oltre l’apparenza per attingere alla vera radice degli avvenimenti. Potrebbe questa sua insistenza essere scambiata per un neorealismo sui generis, critico delle ambivalenze e usato con lapidaria sintesi di particolari concreti per dimostrarsi più incisivo. Invece è istanza etica fortissima che ha la sua essenza nella difesa della giustizia che porta all’eguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte alle leggi.

 

Nel sovvertimento della società che si è prodotto ancora dura l’attualità della lezione sciasciana: le leggi esistono, ma sono svuotate del loro contenuto intrinseco. I delinquenti hanno capito presto come aggirarle e renderle nulle. Uno scrittore come Sciascia, innamorato della cultura illuministica, lettore del Candide di Voltaire (1759), che egli spesso ripropone nel Candido (1977), non poteva pensare se non razionalmente e così facendo riconoscere che solo l’umanità che s’interroga e che riconosce nel diritto la fonte d’ogni operato è degna di tutto rispetto. Cieca invece gli appare la massa inerte che ha smarrito ogni idea su cosa sia giusto e che a volte chiude gli occhi di fronte ai misfatti della verità, spacciati per rigorose regole di rispetto e di autonomia.

 

Un’opera poco nota ma attuale

Porte aperte (Adelphi, 1987) è uno dei testi forse meno conosciuti dell’autore siciliano, emblematicamente di grande attualità, anche se la vicenda si riferisce all’epoca del fascismo. È infatti collegata, da una parte, alla tematica, sempre controversa, della pena di morte, mentre dall’altra alla disobbedienza di un piccolo giudice di provincia che contravviene alle disposizioni del regime. Non per nulla il libro si apre con l’episodio del delitto Matteotti, chiamato in causa dal sequestro della sua foto conservata tra le carte dall’imputato, un misero uomo tormentato, subito selezionata e messa da parte perché indicativa di una certa opposizione al partito di governo che, quando era successo il delittuoso evento, si era affrettato ad assumersi tutte le responsabilità per poi cercare d’insabbiare e far dimenticare la rilevanza del fatto. La foto rimandava l’immagine «di un volto sereno e severo, ampia fronte, sguardo pensoso e con un che di accorato e di tragico; o forse quel che di tragico aveva poi conferito alla sua immagine da vivo la tragica morte... in quell'estate del '24» [3]. Un’immagine indimenticabile, da sempre presente nella memoria degli onesti contemporanei, legata ad un regime, già di per sé odioso, che lo diveniva ancor di più per quel delitto che aveva chiuso con la violenza la libera espressione delle idee in bocca ad un deputato socialista d’opposizione. L’imputato del libro in questione era reo di ben tre omicidi per cui, secondo le disposizioni vigenti, gli spettava la pena di morte, ritornata in auge in Italia. Sembrava ormai scontata la sentenza.

 

Come può un piccolo giudice di provincia che la pensa diversamente farsi valere e contravvenire alle leggi del governo? È una questione paradossale ed impossibile. Eppure ce la fa, anche se con la scorciatoia della seminfermità mentale, in una sorta di resistenza ante litteram che lo porterà a discutere con i lettori dell’ingiustizia di una condanna capitale, ma soprattutto, si badi bene, della superficialità di un modello legislativo importato solo perché il Paese sia considerato all’altezza dello scenario internazionale. Il piccolo giudice (Sciascia sottolinea “piccolo”, naturalmente con tutta la carica ironica di cui è capace ) svolge la sua missione in senso antiorario non tanto per il capriccio di mero contrasto politico, quanto perché ha un alto concetto della Legge, alla maniera socratica, che non viene a patti con temporanei umori e strumentalizzazioni, ma rappresenta la quintessenza della giustizia che dovrebbe assicurare, al di là della severità della pena, il giusto e difficile equilibrio sociale. Il titolo viene assunto quindi nel senso letterale, quando si riferisce alla propaganda del fascismo che “in Italia si poteva dormire con le porte aperte”, ma sottintende le porte aperte alla follia devastante che avrebbe poi portato al disastro della Seconda Guerra Mondiale.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Cfr. Premessa, in LEONARDO SCIASCIA, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961, p. 1.

[2] – Ivi, p. 2.

[3] – IDEM, Porte Aperte, Adelphi, Milano, 1987, p. 14.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 17 dicembre 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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