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In una raccolta poco
nota di saggi del 1963, Il Sud su un binario
morto, pubblicata da Pellegrini Editore (pp.
104, € 7,75), disponibile anche in un’edizione
stampata nel 2000 dalla Rubbettino (pp. 78, € 6,20),
Leonida Repaci tornava sull’annosa Questione
Meridionale per chiarire alcuni punti controversi e
aggiungere la sua idea a quella di tanti altri
autori che l’avevano preceduto. Com’è noto, non si
trattava solo di romanzieri, ma anche di storici,
politici, meridionalisti in generale, che avevano
discusso, dati alla mano, con distacco forse, la
problematica, mentre egli lo faceva con la passione
nel cuore e la rabbia di dover costatare la
difficoltà di una dignitosa soluzione. Per questo
ribattezzava “Via dei Sepolcri”, perché fallimentari
e inapplicate, le numerose proposte, avanzate da pur
autorevoli personalità nel corso degli anni, a
partire da Giustino Fortunato per passare poi a
Guido Dorso, Maggiorino Ferraris, Antonio Gramsci,
Arturo Labriola, Francesco Saverio Nitti, Gaetano
Salvemini ed altri.
Era intervenuto,
nell’Ottocento, il secolo dell’Unità d’Italia, un
cambio di prospettiva e si era passati dalla favola
di un Sud, terra ferace e prospera, allo «sfasciume
pendulo sul mare» di cui Giustino Fortunato con
convinzione parlava. Com’era potuto succedere che il
primo giudizio fosse stato stravolto così
radicalmente?
È presto detto se si
considera il passaggio dalla memoria di un
territorio da leggenda, fatto di immagini
fantastiche, all’esplorazione della realtà
economica, politica e sociale. Solo dopo la
costituzione di un unico Stato, i problemi
settoriali vennero a galla ed emersero in tutta la
loro gravità. Prima erano state accettate
espressioni piuttosto generiche come quella
attribuita a Federico II (ed è Benedetto Croce che
la ricorda con una punta di protervia nella
Storia del regno di Napoli), cioè che il Dio dei
Giudei aveva magnificato la Palestina, ma non
doveva aver visto «Terram Laboris, Calabriam et
Siciliam et Apuliam».
Ma la considerazione
di Repaci non nasce dalla visione del demiurgo
dall’alto del volo sulla sua creazione, bensì da una
presa di coscienza dei mali autentici che affliggono
il Mezzogiorno, questa volta fotografato dal basso,
contrassegnato da «analfabetismo, impoverimento
progressivo del suolo, franamento geologico,
alluvioni, crisi agricole ricorrenti, disoccupazione
permanente, pressione del fisco», in una parola
povertà ed arretratezza.
Egli si domanda:
«Le cause sono sempre esistite o sopraggiunte nel
corso degli anni?». Si direbbero presenti già
dall’età moderna, ma non evidenziate in tempo per
essere superate, vuoi per il succedersi di rapaci e
violenti dominatori, vuoi per l’indolenza e la
debolezza degli abitanti. Tante le ipotesi
d’interventi che non staremo qui a ricordare, ora
nel senso di accrescere la produttività del suolo
con una seria riforma agraria (Ferraris), ora con
l’impiego di una riforma tributaria (Fortunato), ora
con un’alleanza straordinaria di tutti i proletari
(Antonio Gramsci), ora con la lotta alla criminalità
organizzata (Leopoldo Franchetti - Sidney Sonnino),
ora con una rivoluzione delle forze sane e
produttive del Mezzogiorno contro lo Stato
trasformista (Dorso).
Più interessante
sembra invece l’analisi di Repaci sullo status della
borghesia del Sud che egli ritiene il motivo
principale dell’inadempienza del decollo
meridionale. Riprendendo il giudizio di Labriola
che, per lo meno, quarant’anni prima, aveva fatto
notare l’energia della borghesia settentrionale,
corroborata dalle lotte di contrasto con le classi
nobiliari o fondiarie, quella meridionale gli appare
inerte e fiacca, spesso in combutta con le forze di
opposizione, intese a frenarla per garantirsi il
quieto vivere. I suoi esponenti si accontentano di
fondare, per dimostrare il loro attivismo, circoli
di cultura «che purtroppo di cultura hanno solo
il nome e stabiliscono la loro sede volante nel
caffè più distinto del paese dove invitano a far
razza i loro simili e quelle autorità che è bene
aver amiche: che so io il presidente del Tribunale,
il presidente della sezione di Assise, il capitano
dei carabinieri, il parroco, il preside del
ginnasio, l’esattore e il commissario di pubblica
sicurezza».
Nasce così un
immobilismo che fa paura, perché finge di
accontentare quanti vorrebbero agire, dando loro
l’illusione di contare. L’unico movimentismo di
questa classe pietrificata è dato dal
registro dei matrimoni e delle morti, i primi per
incrementare i patrimoni, le seconde per accendere
altre successioni: «L'agrario meridionale –
scrive Repaci – non crede
nell'industrializzazione,in cui per altro vede un
grande pericolo. Si contenta di vivere accumulando
le rendite, di sapere il suo denaro ben depositato
alle banche, prestare a usura quando gli riesce e,
se gli vengono a parlare di redenzione del
Mezzogiorno, egli risponde che il Mezzogiorno è già
redento, in quanto assicura il pane e il companatico
a lui e alla sua famiglia».
Stando così le cose,
inutili appaiono gli appelli a cambiar programmi,
perché prima ancora dovrebbe essere modificata la
natura di un’intera classe dirigente e sollecitata
l’attenzione e la voglia di partecipazione di tutta
la popolazione. Evidentemente, assicura Repaci,
questa tendenza al lassismo e al facile
accomodamento tornava comodo a tutti i politici che
avevano più a cuore lo sviluppo e
l’industrializzazione delle regioni trainanti del
Nord. Così avrebbero incassato più facili guadagni e
contrattazioni con il resto d’Europa, piuttosto che
occuparsi di sanare il divario meridionale.
La minaccia della
delinquenza organizzata all’inizio s’era fatta
sentire ed era stata pure denunziata da un’indagine
ad ampio raggio da Franchetti e Sonnino e dagli
scritti di Pasquale Villari. La lotta contro il
brigantaggio, condotta per anni (dal 1861 al 1865)
in modo spietato, non era valsa a stroncare il
fenomeno dell’anti-Stato che già si profilava, anzi
aveva acceso gli umori popolari che si sentivano
traditi. Questo divenne purtroppo una tragica realtà
negli anni successivi, arrivando a contaminare pure
quelle regioni del Centro e del Nord che si dicevano
esenti. Ci sarebbe voluta una campagna di
provvidenze e di risanamento dei territori, nel
senso di nuovi piani di sviluppo, intesi a creare
posti di lavoro e infrastrutture. Invece la risposta
fu quanto mai deludente e si tradusse in
sfruttamento e negligenza ancor più accentuati, un
po’ come sta succedendo ancora.
A conclusione della
sua lucida analisi, Repaci pensa che forse
l’attuazione degli statuti regionali potrebbero in
qualche modo costituire strumenti utili per il
riscatto delle classi sociali meridionali, perché il
decentramento potrebbe risolvere se non del tutto,
almeno in parte, il fenomeno dell'isolamento del Sud
e del suo arretramento, chiamando a nuova
responsabilità le classi emergenti.
Il rimedio potrebbe
sembrare analogo all’attuale progetto di federalismo
fiscale, applicato alle regioni. Solo che quello
studiato dalla Lega Nord non sembra essere
compensativo e solidale per ripianare le falle che
si sono prodotte nel sistema statale, piuttosto,
seguendo sempre la logica dissociativa di favorire i
più forti e non di sostenere gli onesti, sembra
maggiormente acuirle.
Gaetanina Sicari
Ruffo
(www.excursus.org,
anno III, n. 29 dicembre 2011)
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