Anno III             n.29                    Dicembre 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Questione Meridionale:

 intellettuali a confronto

di Gaetanina Sicari Ruffo

In una raccolta di saggi del 1963,

 pubblicata da Pellegrini Editore,

 Leonida Repaci descrive un Sud

 in cui larretratezza imperversa

 

  

 

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In una raccolta poco nota di saggi del 1963, Il Sud su un binario morto, pubblicata da Pellegrini Editore (pp. 104, € 7,75), disponibile anche in un’edizione stampata nel 2000 dalla Rubbettino (pp. 78, € 6,20), Leonida Repaci tornava sull’annosa Questione Meridionale per chiarire alcuni punti controversi e aggiungere la sua idea a quella di tanti altri autori che l’avevano preceduto. Com’è noto, non si trattava solo di romanzieri, ma anche di storici, politici, meridionalisti in generale, che avevano discusso, dati alla mano, con distacco forse, la problematica, mentre egli lo faceva con la passione nel cuore e la rabbia di dover costatare la difficoltà di una dignitosa soluzione. Per questo ribattezzava “Via dei Sepolcri”, perché fallimentari e inapplicate, le numerose proposte, avanzate da pur autorevoli personalità nel corso degli anni, a partire da Giustino Fortunato per passare poi a Guido Dorso, Maggiorino Ferraris, Antonio Gramsci, Arturo Labriola, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini ed altri.

 

Era intervenuto, nell’Ottocento, il secolo dell’Unità d’Italia, un cambio di prospettiva e si era passati dalla favola di un Sud, terra ferace e prospera, allo «sfasciume pendulo sul mare» di cui Giustino Fortunato con convinzione parlava. Com’era potuto succedere che il primo giudizio fosse stato stravolto così radicalmente?

 

È presto detto se si considera il passaggio dalla memoria di un territorio da leggenda, fatto di immagini fantastiche, all’esplorazione della realtà economica, politica e sociale. Solo dopo la costituzione di un unico Stato, i problemi settoriali vennero a galla ed emersero in tutta la loro gravità. Prima erano state accettate espressioni piuttosto generiche come quella attribuita a Federico II (ed è Benedetto Croce che la ricorda con una punta di protervia nella Storia del regno di Napoli), cioè che il Dio dei Giudei aveva  magnificato la Palestina, ma non doveva aver visto «Terram Laboris, Calabriam et Siciliam et Apuliam».

 

Ma la considerazione di Repaci non nasce dalla visione del demiurgo dall’alto del volo sulla sua creazione, bensì da una presa di coscienza dei mali autentici che affliggono il Mezzogiorno, questa volta fotografato dal basso, contrassegnato da «analfabetismo, impoverimento progressivo del suolo, franamento geologico, alluvioni, crisi agricole ricorrenti, disoccupazione permanente, pressione del fisco», in una parola povertà ed arretratezza.

 

Egli si domanda: «Le cause sono sempre esistite o sopraggiunte nel corso degli anni?». Si direbbero presenti già dall’età moderna, ma non evidenziate in tempo per essere superate, vuoi per il succedersi di rapaci e violenti dominatori, vuoi per l’indolenza e la debolezza degli abitanti. Tante le ipotesi d’interventi che non staremo qui a ricordare, ora nel senso di accrescere la produttività del suolo con una seria riforma agraria (Ferraris), ora con l’impiego di una riforma tributaria (Fortunato), ora con un’alleanza straordinaria di tutti i proletari (Antonio Gramsci), ora con la lotta alla criminalità organizzata (Leopoldo Franchetti - Sidney Sonnino), ora con una rivoluzione delle forze sane e produttive del Mezzogiorno contro lo Stato trasformista (Dorso).

 

Più interessante sembra invece l’analisi di Repaci sullo status della borghesia del Sud che egli ritiene il motivo principale dell’inadempienza del decollo meridionale. Riprendendo il giudizio di Labriola che, per lo meno, quarant’anni prima, aveva fatto notare l’energia della borghesia settentrionale, corroborata dalle lotte di contrasto con le classi nobiliari o fondiarie, quella meridionale gli appare inerte e fiacca, spesso in combutta con le forze di opposizione, intese a frenarla per garantirsi il quieto vivere. I suoi esponenti si accontentano di fondare, per dimostrare il loro attivismo, circoli di cultura «che purtroppo di cultura hanno solo il nome e stabiliscono la loro sede volante nel caffè più distinto del paese dove invitano a far razza i loro simili e quelle autorità che è bene aver amiche: che so io il presidente del Tribunale, il presidente della sezione di Assise, il capitano dei carabinieri, il parroco, il preside del ginnasio, l’esattore e il commissario di pubblica sicurezza».

 

Nasce così un immobilismo che fa paura, perché finge di accontentare quanti vorrebbero agire, dando loro l’illusione di contare. L’unico movimentismo di questa classe pietrificata è dato dal registro dei matrimoni e delle morti, i primi per incrementare i patrimoni, le seconde per accendere altre successioni: «L'agrario meridionale – scrive Repaci – non crede nell'industrializzazione,in cui per altro vede un grande pericolo. Si contenta di vivere accumulando le rendite, di sapere il suo denaro ben depositato alle banche, prestare a usura quando gli riesce e, se gli vengono a parlare di redenzione del Mezzogiorno, egli risponde che il Mezzogiorno è già redento, in quanto assicura il pane e il companatico a lui e alla sua famiglia».

 

Stando così le cose, inutili appaiono gli appelli a cambiar programmi, perché prima ancora dovrebbe essere modificata la natura di un’intera classe dirigente e sollecitata l’attenzione e la voglia di partecipazione di tutta la popolazione. Evidentemente, assicura Repaci, questa tendenza al lassismo e al facile accomodamento tornava comodo a tutti i politici che avevano più a cuore lo sviluppo e l’industrializzazione delle regioni trainanti del Nord. Così avrebbero incassato più facili guadagni e contrattazioni con il resto d’Europa, piuttosto che occuparsi di sanare il divario meridionale.

 

La minaccia della delinquenza organizzata all’inizio s’era fatta sentire ed era stata pure denunziata da un’indagine ad ampio raggio da Franchetti e Sonnino e dagli scritti di Pasquale Villari. La lotta contro il brigantaggio, condotta per anni (dal 1861 al 1865) in modo spietato, non era valsa a stroncare il fenomeno dell’anti-Stato che già si profilava, anzi aveva acceso gli umori popolari che si sentivano traditi. Questo divenne purtroppo una tragica realtà negli anni successivi, arrivando a contaminare pure quelle regioni del Centro e del Nord che si dicevano esenti. Ci sarebbe voluta una campagna di provvidenze e di risanamento dei territori, nel senso di nuovi piani di sviluppo, intesi a creare posti di lavoro e infrastrutture. Invece la risposta fu quanto mai deludente e si tradusse in sfruttamento e negligenza ancor più accentuati, un po’ come sta succedendo ancora.

 

A conclusione della sua lucida analisi, Repaci pensa che forse l’attuazione degli statuti regionali potrebbero in qualche modo costituire strumenti utili per il riscatto delle classi sociali meridionali, perché il decentramento potrebbe risolvere se non del tutto, almeno in parte, il fenomeno dell'isolamento del Sud e del suo arretramento, chiamando a nuova responsabilità le classi emergenti.

 

Il rimedio potrebbe sembrare analogo all’attuale progetto di federalismo fiscale, applicato alle regioni. Solo che quello studiato dalla Lega Nord non sembra essere compensativo e solidale per ripianare le falle che si sono prodotte nel sistema statale, piuttosto, seguendo sempre la logica dissociativa di favorire i più forti e non di sostenere gli onesti, sembra maggiormente acuirle.

 

Gaetanina Sicari Ruffo

 

(www.excursus.org, anno III, n. 29 dicembre 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

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