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Qual è il senso e il limite dell’esperienza
estetica? Quale la sua valenza filosofica? Si può
ritenere, come fece John Dewey, che «è
all’esperienza estetica [...] che deve rifarsi il
filosofo per comprendere che cos’è l’esperienza»? O
convenire con Walter Benjamin che l’arte serve a
«generare un’esigenza per la cui piena soddisfazione
non è ancora giunto il momento»?
A queste suggestive domande prova a rispondere la
raccolta di otto saggi
L’esperienza dell’arte. Il percorso estetico tra
moderno e postmoderno
(Galaad Edizioni, pp. 230, € 14,00), curata da Marco
Gatto e Luca Viglialoro, che intende analizzare il
senso polivalente dell’esperienza estetica,
estrinsecando i nessi, talvolta reconditi, che
sussistono tra la riflessione filosofica e
l’espressività artistica.
Il volume, secondo quanto attesta Gatto nella prima
Introduzione dei curatori,
intende «certificare il profondo mutamento cui sono
sottoposte le modalità di comprensione dell’arte»,
anche per fare emergere, come chiarisce Viglialoro
nella seconda
Introduzione,
«alcune realtà effettivamente condivise o
condivisibili, modi di vita e conoscenze talmente
variegate tra di loro da non poter essere che
richiamati da questo tipo di riflessione».
Il valore letterario delle Meditazioni di Cartesio
Nel saggio
Il teatro di Descartes. Sulla funzione della
“teatralità”
nella
Prima Meditazione,
Simone Guidi incentra il discorso sulle
Meditazioni metafisiche,
l’opera in cui Cartesio riassume il proprio sistema
filosofico, volendo dimostrare che il capolavoro
cartesiano può essere considerato «un vero e proprio
elaborato filosofico-letterario, non privo di
peculiarità narrative e stilistiche tipicamente
barocche».
L’autore prende in esame in particolare la
Prima Meditazione,
dove il filosofo francese critica il sapere
tradizionale, fondato sull’esperienza sensibile:
egli, elaborato il dubbio metodico, lo converte poi
in quello “iperbolico”, attraverso l’ipotesi che un
“genio maligno” ingannatore ci faccia illusoriamente
credere nell’esistenza del nostro Io e del mondo,
fino ad approdare (nelle meditazioni successive)
alla formulazione del «cogito, ergo sum», grazie a
cui ogni dubbio si scioglie.
Guidi fa notare come le
Meditazioni metafisiche
assumano quale proprio
leit-motiv
l’idea del «mondo come palcoscenico» e si snodino
attraverso «un
incipit,
uno svolgimento e una conclusione», secondo una
trama ben delineata. Descartes, dunque, fu a tutti
gli effetti un letterato e va annoverato «tra gli
esponenti di una letteratura “dissimulativa”
largamente in voga tra i suoi contemporanei».
Ungaretti tra Platone e Husserl
In
Ungaretti e il sentimento della parola,
Giuseppe D’Acunto pone in risalto la stretta
analogia che intercorre tra l’arte poetica di
Giuseppe Ungaretti e le istanze filosofiche di
Edmund Husserl e di Platone. Il poeta ermetico,
infatti, di fronte all’enigma dell’esistenza assume
l’atteggiamento tipico del fenomenologo tedesco,
compiendo «il gesto dell’epochè»,
ossia la «riduzione fenomenologica» che serve ad
affrancare la mente dai preconcetti e dalle false
nozioni per consentirle di attingere l’essenza
ultima delle cose.
Questa ricerca porta il soggetto a proiettarsi verso
una “realtà eidetica”, cui si può accedere
“platonicamente”, distogliendosi dal mondo delle
opinioni fallaci. Ecco, dunque, che la produzione
artistica di Ungaretti assume imperscrutabili
significati gnoseologici, poiché «si mette in
ascolto [...] di parole che sono un’eco di coloro
che non ci sono più», riuscendo a dar «“voce” al
mistero delle cose, così come al segreto della
nostra vita più intima».
Il narratore ideale secondo Benjamin
Luca Viglialoro, in
Esperienza e distanza: Benjamin e Leskov,
mutuando i concetti espressi da Benjamin in un
famoso saggio sullo scrittore russo Nikolaj Leskov (Il
narratore,
in
Scritti 1934-1937,
Einaudi), affronta il dilemma della decadenza della
narrazione, scaturita dall’esperienza traumatica
della guerra, e l’incomunicabilità che ne deriva,
individuando nel contempo un nuovo prototipo di
narrazione possibile.
Viglialoro, in tal senso, distingue due modelli
narrativi, apparentemente antitetici: l’uno
attribuibile al «“narratore che viene da lontano”»,
l’altro al «sedentario [...] “rimasto nella sua
terra”». Nel primo caso prevale lo sguardo
cosmopolitico peculiare del viaggiatore che
racconta, nell’altro la prospettiva esistenziale di
chi è fortemente legato alle tradizioni del proprio
milieu
da cui non riesce a distaccarsi.
Il narratore ideale deve saper coniugare queste due
forme di espressione letteraria, esattamente come –
secondo Benjamin – ha saputo fare Leskov. Lo
scrittore russo, infatti, «ha descritto [...] tanto
l’universo insincero della burocrazia ecclesiastica
greco-ortodossa, quanto le varie realtà rurali di
tutta la Russia che egli attraversò in lungo e in
largo».
Il narratore perfetto, inoltre, deve lavorare come
un artigiano, cioè saper rielaborare «in modo
solido, utile e irripetibile» le esperienze proprie
e altrui, «intagliando pazientemente i profili dei
personaggi che sono nelle sue storie».
Il nesso tra Io e mondo in Guido Morselli
Il quarto saggio de
L’esperienza dell’arte,
curato da Alessandro Gaudio, s’intitola
Il romanzo come esperienza. Coerenza del realismo
morselliano
ed è dedicato alla figura e all’opera narrativa di
Guido Morselli, lo scrittore varesino morto suicida
nel 1973, che pubblicò numerosi saggi e romanzi di
valore (tra cui
Diario,
Realismo e fantasia, Incontro col comunista,
Contro-passato prossimo, Dissipatio H.G.,
Roma senza papa),
ma che divenne famoso soltanto
post mortem.
I romanzi di
Morselli ruotano attorno alla dicotomia tra due
concetti opposti e complementari: l’«Io» e
l’«Esistenza». Il primo è il soggetto che si
rapporto col mondo, il secondo è l’insieme di
relazioni oggettive dentro le quali ogni individuo
si trova immerso. Tra le due realtà ontologiche vige
un nesso naturale irrecusabile, che tuttavia la
civiltà moderna, con l’evoluzione tecnologica, ha
finito per spezzare, determinando l’avvento di un
antropocentrismo esasperato, che spesso sfocia nel
solipsismo e nel superomismo.
Gaudio coglie nell’opera morselliana la ricerca
della «realtà concreta», intesa come epifania di un
«rapporto biunivoco tra organismo e ambiente, tra
particolare e universale [...], tra sensazione e
ragione e tra percezione e concettualizzazione».
Morselli, in tal senso, pur continuando a muoversi
«in un ambito antropologico o, più propriamente,
umanistico»,
non scade mai nell’antropocentrismo e nella visione
semplificata del reale, tenendo sempre nel dovuto
conto la «piena responsabilizzazione dell’uomo di
fronte alla natura».
Le «esperienze-limite» nel cinema di Werner Herzog
Andrea Amoroso, in
Werner Herzog:
l’immagine oltre il limite dei sensi,
analizza l’opera cinematografica del noto regista
tedesco, focalizzando la propria attenzione sulle
tecniche narrative sottese a due suoi celebri film:
Woyzeck
(1979) e
Aguirre,
furore di Dio
(1972).
Herzog gli appare, insieme, come «grande
documentarista e grande manipolatore di immagini»,
in quanto da lui «fiction
e
non fiction
[...] vengono sussunte in qualcosa di terzo che
riesce a diventare un vero e proprio organismo
vivente (visivo/vedente)».
Woyzeck,
tratto dall’omomino dramma di
Georg Büchner, viene commentato da Amoroso a partire
dalla nozione di «deterritorializzazione» elaborata
da Gilles Deleuze e Felix Guattari, oltre che dal
concetto di «Grande Altro» di Jacques Lacan.
Egli, in tal modo, porta alla luce il senso più
profondo dell’opera di Herzog: esprimere il
«processo di spersonalizzazione» di cui è vittima il
protagonista del film (un umile e scialbo soldato,
il quale, in preda alla follia, uccide la moglie che
lo tradisce), che assurge a «emblema dell’uomo
postmoderno», spaesato, schizofrenico, mutante e
solitario.
Aguirre, furore di Dio
narra, invece, la vicenda di un
conquistador
spagnolo del XVI secolo (realmente esistito), che
tenta di scoprire la leggendaria città di El Dorado,
inseguendo con ogni mezzo questo suo folle sogno,
fino a mettersi contro le istituzioni e a portare
alla rovina, dentro la foresta amazzonica, se stesso
e i suoi commilitoni.
Amoroso coglie in questo personaggio i tratti del
«contro-conquistatore» che, in realtà, è
«assolutamente privo di scopo», in quanto,
inventandosi una realtà improbabile, finisce per
«annullare il senso della dicotomia vero/falso»,
diventando così «puro essere sensibile».
L’antitesi tra Natura e Cultura è un altro dei
concetti che Amoroso evidenzia nella sua lettura
dell’opera herzoghiana: Aguirre, similmente al
colonnello Kurtz di
Cuore di tenebra
e di
Apocalypse Now,
si pone fuori dalla comunità umana e regredisce a
uno stadio primitivo e animale, conseguendo «una
compenetrazione [...] più profonda, indissolubile,
con la Natura». A differenza di Kurz, però, Aguirre
non giustifica i suoi misfatti in nome della Patria,
ma sembra quasi andare alla ricerca di
«esperienze-limite» sempre più eccezionali:
«esperire l’orrore e la morte, quasi come
un’espiazione necessaria che il mondo richiede
perché possa continuare a sussistere in quanto
tale».
L’«aura» nei film di David Linch
Mattia Artibani, in
L’esperienza estetica della riproduzione
cinematografica.
Inland Empire di David Lynch, prova a
esaminare l’ultima opera del famoso regista
statunitense, risalente al 2006, alla luce delle
riflessioni filosofiche sviluppate da Benjamin nel
celebre scritto
L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica
(1936).
L’intento di Artibani è quello di dimostrare che
Lynch in
Inland Empire
(2006) ha preso le distanze dalla mentalità
meramente commerciale, tipica del cinema
hollywoodiano, per valorizzare gli aspetti
prettamente artistici del linguaggio
cinematografico, attraverso «un’esaltazione della
forma che va a mettere in discussione lo stesso
modello classico del film, inteso come prodotto di
consumo» e una «costruzione metalinguistica»
finalizzata ad oltrepassare «la stessa
barriera tra attore e spettatore», creando una sorta
di compartecipazione estetica.
Mentre in altri suoi film (Elephant
Man, Blue Velvet, Mulholland Drive),
il regista americano si è rifatto a modelli
espressivi classici, «anche se sempre e comunque
inseriti in un contesto aleatorio, quasi onirico»,
in
Inland Empire
egli adotta una tecnica narrativa molto complessa e
ingarbugliata, che ricorda «lo schema delle scatole
cinesi», con continui rimandi a contesti e
personaggi diversificati, instaurando costanti
parallelismi tra vari livelli narrativi e incessanti
sovrapposizioni di verità e finzione.
Il «continuo spostamento tra ciò che è diegetico e
ciò che è extra» produce nello spettatore «un forte
smarrimento nel senso di realtà», che
successivamente si converte in «un’esperienza
estetica fuori del comune». Riprendendo il concetto
di «aura», elaborato da Benjamin a proposito
dell’unicità e irripetibilità della vera opera
d’arte, Artibani ritiene che esso si attagli
perfettamente a
Inland Empire,
un film assolutamente «irriproducibile» attraverso i
normali canali commerciali e fruibile soltanto «per
un pubblico volenteroso e capace di avere una vera
esperienza estetica».
Musica e psiche secondo Peter Sloterdijk
Nel saggio
Esperire la musica, sparire dal mondo. Antropologia
e filosofia della musica in Peter Sloterdijk,
Antonio Lucci commenta le tesi del filosofo tedesco
Peter Sloterdijk, esposte nel volume
Sfere I
(1998), nel quale egli riprende la nozione di “noggetto”,
a suo tempo elaborata da Thomas Macho, che rimanda a
qualcosa di non ancora definibile in termini di
“soggettività” (come, ad esempio, il feto).
Sloterdijk avanza «una critica radicale
dell’approccio psicanalitico alla relazione intima»,
ritenendo insufficiente la teoria freudiana
dell’evoluzione sessuale infantile (imperniata sulla
tripartizione tra “fase orale”, “fase anale” e “fase
genitale”), cui prepone una triade pre-orale: “fase
coabitativa fetale”, “iniziazione psico-acustica del
feto nel mondo sonoro uterino”, “fase respiratoria”.
Egli affronta il problema del nesso tra le
sensazioni psico-acustiche intrauterine e il
comportamento adulto ne
La musique retrouvée
(2007), individuando nel «battito cardiaco materno»
e nella «voce della madre» gli eventi cruciali della
vita prenatale, che avviluppano il feto in una sorta
di «continuum acustico», suscitando in lui un «feedback
retroattivo positivo».
L’atto della nascita, tuttavia, crea una situazione
traumatica, poiché il neonato passa dalla condizione
prenatale di osmosi con la madre alla dimensione del
silenzio,
inteso come rottura dell’unità spazio-temporale
primordiale e immersione in un mondo di rumori
assordanti, privi di armonia. Solo la musica può, in
qualche misura, riprodurre nell’animo del soggetto
le sensazioni delle fasi prenatali, in quanto essa è
«un tentativo di ricreare quel
continuum
musicale che rappresenta il nostro mondo prima che
un mondo propriamente detto venisse dato».
In
Sfere II
(1999) Sloterdijk espone una «grande narrazione
dell’avventura umana» che va «dalla tarda grecità
fino alle soglie del mondo contemporaneo»,
ricostruendo la genesi della «metafisica
onto-teo-cristo-logica» e di altre religioni
(gnostica, brahma, buddhista) sulla base del loro
«valore immunologico», cioè «della loro efficacia al
fine di liberare l’uomo dal peso della contingenza»
(alla stessa stregua, quindi, delle droghe e
dell’alcool).
A differenza di queste “anestesie” artificiali, la
musica rappresenta un modo più efficace per
liberarsi, anche se solo temporaneamente, dalle
angustie dell’esistenza, perché ci consente di
rientrare, psicologicamente, dentro il «paradiso
acosmico uterino».
La fruizione estetico-musicale assurge, dunque, a
«movimento di pendolarità esistenziale
insuperabile», per cui ineluttabilmente «siamo
condannati alla musica, come alla nostalgia e alla
libertà».
Glenn Gould e la riproducibilità dell’opera d’arte
Nell’ultimo saggio de
L’esperienza dell’arte,
dal titolo Esperienza musicale e volontà
politica: il suono materiale di Glenn Gould,
Marco Gatto prende in esame la figura del grande
concertista canadese Glenn Gould, riferendo che nel
1964 egli decise di non tenere più esibizioni in
pubblico e di dedicarsi esclusivamente alle
registrazioni in studio, pur essendo all’apice della
carriera concertistica.
Le ragioni di questa scelta sono individuate da
Gatto soprattutto in una «presa di posizione
radicale nei confronti della riproducibilità tecnica
dell’arte», sulla scorta delle tesi beniaminiane,
motivate dal rifiuto di Gould della «posizione
narcisistica, esibizionistica, autolesionistica del
concertista», ma anche dell’atteggiamento «sadico e
feticistico» dell’ascoltatore, il quale, almeno
inconsciamente, spesso entra in conflitto con
l’esecutore e gli «augura di sbagliare o di offrire
un’interpretazione inadeguata».
Il concerto pubblico, infatti, si impernia «su una
relazione subdola che mette tra parentesi la musica,
focalizzando al contrario l’esperienza
dell’ascoltatore sul soggetto-esecutore», senza che
si possa instaurare tra i due un’effettiva
interazione dialettica.
Come ben evidenziato anche da Theodor Adorno in
Dissonanze
(1956) o in
Introduzione alla sociologia della musica
(1961-62), in questa circostanza si assiste anche
all’affermarsi del «progetto di annichilimento delle
potenzialità critiche dell’arte» da parte
dell’industria culturale, che finisce per ridurre il
«tempo libero a semplice
divertissement».
Gould, dunque, ha compiuto una scelta di tipo
politico, volendo «scardinare la conservazione» e
contestando il «processo di spettacolarizzazione
consumistica della
perfomance»
e il «progressivo allontanamento della musica dalla
formazione culturale e civile degli individui».
Egli, pertanto, mira a restituire all’ascoltatore
«un ruolo-chiave nell’interpretazione», inducendolo
a rapportarsi in modo «diretto, individuale, [...]
intimo» con il brano musicale non più ascoltato dal
vivo.
Riprendendo l’impianto critico adorniano, Gatto
mette in discussione «la deriva consumistica» insita
nei gusti musicali della società postmoderna, in cui
l’ascoltatore medio corrisponde «all’assiduo
frequentatore delle occasioni pubbliche di musica,
segnato dal carattere psicologico del
collezionista», definibile come «feticistico-accumulativo».
Gatto termina il suo lavoro riflettendo
sull’accostamento tra il musicista canadese e la
filosofia ermeneutica proposto da Carmelo Di Gennaro
e ribadendo, infine, il carattere “rivoluzionario”
dell’estetica gouldiana, nella quale «la
demistificazione del reale e dell’acquisito è sempre
unita al richiamo a un’utopia salvifica».
Giuseppe Licandro
(www.excursus.org,
anno III, n. 28, novembre 2011)
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