Anno III             n.19                    Febbraio 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Lettere da una posta

 in stato di allarme

 di Jessica Ingrami

 

Intervista a Donatella Orecchia

 su Corrispondenze da Snova,

 uno dei progetti di ricerca 

 più innovativi presenti sul web

 

  

 

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Il Progetto “Snova” è un collettivo di ricerca nato nel 2004 e uscito nelle librerie con un primo volume nel 2006: Costellazioni. Letture critiche sull’immaginario (Edizioni Lithos, pp. 132, € 9,00). I membri del collettivo originario, Massimiliano Borelli, Katia Cappellini, Donatella Orecchia e Gianmarco Mecozzi (quest’ultimo oggi non più parte integrante del progetto) sono presenti all’interno del portale con nomi ed eterònimi come Max Slesia, Ludovica Riga, Vladimiro Tamerlano e Manolita Durry.

 
Corrispondenze da Snova. Lettere da una posta in stato d’allarme (raggiungibile all’indirizzo www.corrispondenzedasnova.com) è un portale che, attraverso l’epistola nelle sue varie forme (privata e pubblica, in poesia o in prosa, autentica o fittizia, inviata o no) esprime riflessioni, punti di vista critici e opinioni su alcuni nodi della società contemporanea. L’ufficio postale di Snova, è questo il luogo in cui virtualmente arrivano lettere e telegrammi, ha aperto i battenti il 5 febbraio 2008 segnalando con preoccupazione un contesto culturale e politico allarmante.

Abbiamo parlato del progetto con Donatella Orecchia.

 

Perché nasce il Progetto “Snova”? Come vi definireste?

Ripropongo qui quel che scrivemmo nel gennaio 2008 nella prima newsletter in cui ci presentavamo ai nostri futuri lettori. La ripropongo perché credo sia ancor valida e credo che abbia caratterizzato il nostro percorso fin qui: «Molti sono oggi i segnali che ci costringono in uno stato di allarme. La fase così aggressiva e brutale a cui è giunto il capitalismo contemporaneo sembrerebbe chiedere la resa totale allo stato delle cose, la resa all’impotenza, alla rassegnazione.

 

La crisi profonda della democrazia che coinvolge ormai in modo eclatante l’intero mondo occidentale, l’affermazione di fondamentalismi e di una regressione neo-oligarchica che investe tanto l’economia quanto la politica, l’aggressione alle libertà civili e ai diritti costituzionali, lo sviluppo di logiche repressive interne ed esterne agli Stati Nazionali devono costringerci in uno stato d’allarme.

 

La prepotenza con cui l’ideologia della fine della storia e della fine del conflitto sociale e politico ha investito negli anni Ottanta e Novanta molta parte del pensiero occidentale, il parallelo abbandono della politica come luogo del conflitto e della lotta per la collettività, il diffondersi di uno scetticismo antipolitico e di una percezione sempre più privatistica dell’esistenza devono costringerci in uno stato d’allarme.

 

La fitta ramificazione con cui l’industria culturale investe ormai la maggior parte delle espressioni della vita contemporanea, la violenza con la quale lo “spettacolo” – nel senso in cui Debord ne scrisse con lucida preveggenza ormai quarant’anni fa – caratterizza gran parte degli aspetti della nostra società devono costringerci in stato d’allarme.

Eppure la realtà sociale, politica, economica e culturale esprime incessanti contraddizioni. Anche oggi. Per questo dobbiamo costringerci in uno stato d’allarme.

 

Aprire un ufficio postale per fare critica (letteraria, teatrale, artistica ma anche, più ambiziosamente, dei nostri tempi) in una prospettiva che si dichiara apertamente di parte, intende essere un modo per non accettare il ricatto dell’industria culturale che chiede, fra le altre cose, di essere strumenti atomizzati e impotenti, perennemente inadeguati, se non rassegnati, alle sue logiche. Un luogo di confronto, quindi, che aiuti e sproni a inserirsi in con occhio critico in tali incoerenze.

 

Per chi, dunque? Per coloro che, non riconoscendosi nella rappresentazione che la società odierna dà di sé e del proprio passato, avvertono l’urgenza di verificare e di discutere i propri strumenti d’analisi, rifiutando letture postmoderne e assumendosi la responsabilità di un punto di vista critico (parziale e partigiano).

Per continuare a pensare che il mondo sia ancora, in qualche modo, trasformabile».

Non ho molto altro da aggiungere se non che, rispetto al gennaio 2008, per alcuni versi l’allarme si è fatto oggi ancora più pressante e inquietante.

 

Perché “Snova”?

La domanda viene a proposito perché mi permette di mettere subito in luce due componenti del collettivo, e dunque del progetto, a cui teniamo molto: una componente ludica e una forte affezione intellettuale all’avanguardia. E mi spiego. A casa io ho un bellissimo manifesto di Majakovskij. Buona parte delle riunioni del collettivo, almeno per tutti i primi tre anni, si fecero a casa mia al tavolo della cucina, “osservati” dall’occhio di Majakovskij di cui tutti andavamo assai fieri. Al momento della scelta del nome, scegliemmo a caso tre parole del manifesto (scritto ovviamente in cirillico) di cui non conoscevamo assolutamente il senso.

 

Ora non ricordo le altre due, ma la terza era appunto “snova”, “dinuovo”, che ci parve “giusta” nel senso di “esatta” e “precisa” rispetto al nostro progetto: nuovamente, cioè, con una spinta propulsiva verso il futuro e con uno sguardo alla tradizione; “dinuovo” nel senso di qualcosa che si rinnova e che fa i conti con i cambiamenti ma porta con sé il proprio passato, la storia, le radici; infine, “dinuovo” mi pare indichi anche la tenacia del rilancio, la caparbietà dell’ancora e ancora, nonostante tutto…

 

Insomma, i riferimenti a cui questo nome rimanda sono molteplici: Majakovskij e la sua polemica contro il “nuovismo” da una prospettiva futurista (che nulla ha a che vedere con il culto del nuovo di buona parte del nostro futurismo italiano), ma anche Benjamin dell’Angelus Novus, senza dimenticare l’aspetto ludico e il caso (come “occasione”, però) quasi dadà.

 

Corrispondenze da Snova è la diretta conseguenza della nascita del Progetto “Snova”? Di cosa si occupa in particolare?

Il progetto di ricerca nasce nel 2004 e per mesi si è espresso nella forma del seminario di studi. Solo al termine di questi lunghi incontri il collettivo ha pubblicato un volume e, chiusa quell’esperienza, ha scelto questa nuova strada. Se rispondessi che si occupa di “critica dell’ideologia” forse userei termini che possono suonare obsoleti eppure credo che, più che una specificità tematica o di settore, Corrispondenze da Snova abbia questo interesse principale.

 

Premesso questo, credo che la sua caratteristica più interessante consista nel modo in cui lo fa: attraverso un ufficio postale on line. Non è una rivista, è proprio concettualmente un’altra cosa o meglio, e qui sta in parte la nostra difficoltà, l’intenzione e la “poetica” del progetto non è mai stata quella di creare una rivista, piuttosto un luogo virtuale di raccolta, smistamento, provocazione e appello in cui ciascun messaggio abbia chiaro non solo l’oggetto o il taglio critico, ma anche l’interlocutore. Insomma, capovolgendo il titolo del primo romanzo edito di Moresco Lettere a nessuno, l’intenzione di Snova è porre in luce fin dalla forma della sua espressione che si parla sempre a qualcuno.

 

Avete scelto la lettera come mezzo di comunicazione. Cosa veicola questa metafora?

La lettera, come strumento di comunicazione nel contesto specifico in cui si trovava il Progetto “Snova” nel 2007, ci parve avere molte potenzialità. La lettera è dialogo o, almeno, apertura verso il dialogo perché presuppone un preciso interlocutore a cui ci si rivolge esplicitamente; la lettera chiede una risposta, non sempre reale ma in qualche modo sempre implicitamente desiderata.

 

Di qui due punti: da un lato la scelta di una forma, e dunque di una “situazione comunicativa” che rifiuta l’autoreferenzialità o il compiacimento del proprio punto di vista; dall’altro il desiderio o, meglio, la necessità dell’altro e della sua reazione. A ciò si aggiunge un terzo punto che coinvolge tutte le lettere così definite “impossibili”, quelle i cui destinatari sono immaginari (Paolino Paperino) o storici (Gramsci, Benjamin, Eleonora Duse, Majakovskij): qui il rilievo è posto sulla necessità di dialogo anche con la storia e con i pensieri che l’hanno attraversata.

 

Chi sono i vostri lettori? O come dovrebbe essere il prototipo del vostro lettore ideale?

Credo che la questione più urgente, ma anche quella la cui risposta è più complessa, sia proprio la domanda sul lettore ideale. Tanto più complessa nel caso di una rivista on line. La rete permette, da parte di chi scrive, costi molto contenuti, un rapido e ampio diffondersi delle notizie e una componente alta di casualità nel raggiungimento di persone assolutamente non previste né prevedibili. Contemporaneamente si deve tenere in considerazione anche i tempi limitati di attenzione dei lettori, la funzionalità con la quale per lo più si accede alle risorse del web per ricerche, approfondimenti, notizie e la parallela difficoltà ad affezionare qualcuno a un progetto che si dipani nel tempo.

 

Questi sono solo alcuni dei moltissimi nodi che ruotano intorno alla questione del lettore reale e modello. Ora, con Snova, abbiamo scelto di non inseguire un lettore generico della rete, ma creare interessi specifici su alcuni temi; di non tentare la via del commento alla quotidianità ma di selezionare dal reale le occasioni che permettessero una riflessione più ampia su questi nostri tempi. Purtroppo abbiamo ricevuto poche reazioni ai nostri appelli, anche quando abbiamo scritto, per esempio, ad artisti contemporanei, viventi e spesso conosciuti bene. Segno, credo, della diffusissima incapacità/disinteresse al dialogo e al confronto, se non supermediatizzato. Per questo, fra l’altro, da un certo momento in avanti, abbiamo arricchito il sito con numerosi colloqui che hanno permesso così di aprire nuove e concrete vie di dialogo con molti artisti e intellettuali contemporanei.

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A quasi tre anni dalla nascita del blog e a cinque dal collettivo, come sono cambiati i vostri obiettivi o le vostre considerazioni sia sul progetto stesso che sul mondo che ci circonda?

Certamente rispetto al 2008 lo stato di allarme si è intensificato e il contesto sociale e politico appare oggi ancora più inquietante: il tessuto sociale è più disarticolato, l’attacco alle istituzioni democratiche è sempre più frequente, la strategia volta a indebolire i luoghi di formazione culturale e civile (la scuola e l’università) è sempre più determinata mentre la “politica” viene sempre più delegittimata.

 

Certo le reazioni ci sono state e ci sono, e il conflitto sociale ha ripreso in parte a segnare questo ultimo anno ma di pari passo il tiro si sta alzando: la violenza aumenta, il ritorno a forme di intolleranza razzista e a un nazionalismo violento si moltiplicano; la crisi economica rende più fragili molte categorie e più disposte al ritiro nel privato, all’intolleranza nei confronti del diverso (e straniero) e all’adesione ad appelli populistici.

 

Corrispondenze da Snova ha fatto e fa tuttora i conti con questo contesto e, dopo una pausa di riflessione, ha ripreso la propria attività in una forma in parte rinnovata. Restano, ovviamente, le linee essenziali del progetto, il taglio critico e gli obiettivi cardine ma la necessità di rinnovare le energie interne, coinvolgendo un numero maggiore di collaboratori, e di variare la tipologia degli interventi sono diventate un’urgenza. Ora Corrispondenze avrà anche una “posta del cuore” e un “oroscopo”, amplierà la sezione dedicata al recupero delle lettere smarrite, avrà corrispondenti da altre città italiane (finora gravitavamo tutti intorno a Roma), una sezione di telelettere (per ampliare la riflessione sulla televisione) e tenterà un maggior rapporto con alcune realtà sociali, del mondo del lavoro e così via. Insomma, “dinuovo”, nonostante tutto, e come cittadini, più di quanto non si sia fatto fin qui. Chiudo l’intervista con un riferimento a Gramsci e a un suo testo giovanile.

 

«Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

Lindifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

Lindifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella allintelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto alliniziativa dei pochi che operano, quanto allindifferenza, allassenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.

Dei fatti maturano nellombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di unepoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa.

Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nellombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, uneruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anchio fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità.

E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere».

(A. Gramsci, Indifferenti, in La città futura, 1917)

 

Jessica Ingrami

 

Ps: Nella foto, la favicon del portale www.corrispondenzedasnova.com.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 19, febbraio 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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