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Il Progetto “Snova”
è un collettivo di ricerca nato nel 2004 e uscito
nelle librerie con un primo volume nel 2006:
Costellazioni. Letture critiche sull’immaginario
(Edizioni Lithos, pp. 132, € 9,00). I membri del
collettivo originario, Massimiliano Borelli, Katia
Cappellini, Donatella Orecchia e Gianmarco Mecozzi
(quest’ultimo oggi non più parte integrante del
progetto) sono
presenti
all’interno del portale con nomi ed eterònimi come
Max Slesia, Ludovica Riga, Vladimiro Tamerlano e
Manolita Durry.
Corrispondenze da Snova. Lettere da una posta in
stato d’allarme (raggiungibile all’indirizzo
www.corrispondenzedasnova.com) è un
portale che, attraverso l’epistola nelle sue varie
forme (privata e pubblica, in poesia o in prosa,
autentica o fittizia, inviata o no) esprime
riflessioni, punti di vista critici e opinioni su
alcuni nodi della società contemporanea. L’ufficio
postale di Snova, è questo il luogo in cui
virtualmente arrivano lettere e telegrammi, ha
aperto i battenti il 5 febbraio 2008 segnalando con
preoccupazione un contesto culturale e politico
allarmante.
Abbiamo parlato del
progetto con Donatella Orecchia.
Perché nasce il Progetto “Snova”? Come vi
definireste?
Ripropongo qui quel
che scrivemmo nel gennaio 2008 nella prima
newsletter in cui ci presentavamo ai nostri futuri
lettori. La ripropongo perché credo sia ancor valida
e credo che abbia caratterizzato il nostro percorso
fin qui: «Molti sono oggi i segnali che ci
costringono in uno stato di allarme. La fase così
aggressiva e brutale a cui è giunto il capitalismo
contemporaneo sembrerebbe chiedere la resa totale
allo stato delle cose, la resa all’impotenza, alla
rassegnazione.
La crisi profonda
della democrazia che coinvolge ormai in modo
eclatante l’intero mondo occidentale, l’affermazione
di fondamentalismi e di una regressione
neo-oligarchica che investe tanto l’economia quanto
la politica, l’aggressione alle libertà civili e ai
diritti costituzionali, lo sviluppo di logiche
repressive interne ed esterne agli Stati Nazionali
devono costringerci in uno stato d’allarme.
La prepotenza con
cui l’ideologia della fine della storia e della fine
del conflitto sociale e politico ha investito negli
anni Ottanta e Novanta molta parte del pensiero
occidentale, il parallelo abbandono della politica
come luogo del conflitto e della lotta per la
collettività, il diffondersi di uno scetticismo
antipolitico e di una percezione sempre più
privatistica dell’esistenza devono costringerci
in uno stato d’allarme.
La fitta
ramificazione con cui l’industria culturale investe
ormai la maggior parte delle espressioni della vita
contemporanea, la violenza con la quale lo
“spettacolo” – nel senso in cui Debord ne scrisse
con lucida preveggenza ormai quarant’anni fa –
caratterizza gran parte degli aspetti della nostra
società devono costringerci in stato d’allarme.
Eppure la realtà
sociale, politica, economica e culturale esprime
incessanti contraddizioni. Anche oggi. Per questo
dobbiamo costringerci in uno stato d’allarme.
Aprire un ufficio
postale per fare critica (letteraria, teatrale,
artistica ma anche, più ambiziosamente, dei nostri
tempi) in una prospettiva che si dichiara
apertamente di parte, intende essere un modo per non
accettare il ricatto dell’industria culturale che
chiede, fra le altre cose, di essere strumenti
atomizzati e impotenti, perennemente inadeguati, se
non rassegnati, alle sue logiche. Un luogo di
confronto, quindi, che aiuti e sproni a inserirsi in
con occhio critico in tali incoerenze.
Per chi, dunque?
Per coloro che, non riconoscendosi nella
rappresentazione che la società odierna dà di sé e
del proprio passato, avvertono l’urgenza di
verificare e di discutere i propri strumenti
d’analisi, rifiutando letture postmoderne e
assumendosi la responsabilità di un punto di vista
critico (parziale e partigiano).
Per continuare a
pensare che il mondo sia ancora, in qualche modo,
trasformabile».
Non ho molto altro
da aggiungere se non che, rispetto al gennaio 2008,
per alcuni versi l’allarme si è fatto oggi ancora
più pressante e inquietante.
Perché “Snova”?
La domanda viene a
proposito perché mi permette di mettere subito in
luce due componenti del collettivo, e dunque del
progetto, a cui teniamo molto: una componente ludica
e una forte affezione intellettuale all’avanguardia.
E mi spiego. A casa io ho un bellissimo manifesto di
Majakovskij. Buona parte delle riunioni del
collettivo, almeno per tutti i primi tre anni, si
fecero a casa mia al tavolo della cucina,
“osservati” dall’occhio di Majakovskij di cui tutti
andavamo assai fieri. Al momento della scelta del
nome, scegliemmo a caso tre parole del manifesto
(scritto ovviamente in cirillico) di cui non
conoscevamo assolutamente il senso.
Ora non ricordo le
altre due, ma la terza era appunto “snova”,
“dinuovo”, che ci parve “giusta” nel senso di
“esatta” e “precisa” rispetto al nostro progetto:
nuovamente, cioè, con una spinta propulsiva verso il
futuro e con uno sguardo alla tradizione; “dinuovo”
nel senso di qualcosa che si rinnova e che fa i
conti con i cambiamenti ma porta con sé il proprio
passato, la storia, le radici; infine, “dinuovo” mi
pare indichi anche la tenacia del rilancio, la
caparbietà dell’ancora e ancora, nonostante tutto…
Insomma, i
riferimenti a cui questo nome rimanda sono
molteplici: Majakovskij e la sua polemica contro il
“nuovismo” da una prospettiva futurista (che nulla
ha a che vedere con il culto del nuovo di buona
parte del nostro futurismo italiano), ma anche
Benjamin dell’Angelus Novus, senza
dimenticare l’aspetto ludico e il caso (come
“occasione”, però) quasi dadà.
Corrispondenze da Snova è la diretta conseguenza
della nascita del Progetto “Snova”? Di cosa si
occupa in particolare?
Il progetto di
ricerca nasce nel 2004 e per mesi si è espresso
nella forma del seminario di studi. Solo al termine
di questi lunghi incontri il collettivo ha
pubblicato un volume e, chiusa quell’esperienza, ha
scelto questa nuova strada. Se rispondessi che si
occupa di “critica dell’ideologia” forse userei
termini che possono suonare obsoleti eppure credo
che, più che una specificità tematica o di settore,
Corrispondenze da Snova abbia questo
interesse principale.
Premesso questo,
credo che la sua caratteristica più interessante
consista nel modo in cui lo fa: attraverso un
ufficio postale on line. Non è una rivista, è
proprio concettualmente un’altra cosa o meglio, e
qui sta in parte la nostra difficoltà, l’intenzione
e la “poetica” del progetto non è mai stata quella
di creare una rivista, piuttosto un luogo virtuale
di raccolta, smistamento, provocazione e appello in
cui ciascun messaggio abbia chiaro non solo
l’oggetto o il taglio critico, ma anche
l’interlocutore. Insomma, capovolgendo il titolo del
primo romanzo edito di Moresco Lettere a nessuno,
l’intenzione di Snova è porre in luce fin
dalla forma della sua espressione che si parla
sempre a qualcuno.
Avete
scelto la lettera come mezzo di comunicazione. Cosa
veicola questa metafora?
La lettera, come
strumento di comunicazione nel contesto specifico in
cui si trovava il Progetto “Snova” nel 2007, ci
parve avere molte potenzialità. La lettera è dialogo
o, almeno, apertura verso il dialogo perché
presuppone un preciso interlocutore a cui ci si
rivolge esplicitamente; la lettera chiede una
risposta, non sempre reale ma in qualche modo sempre
implicitamente desiderata.
Di qui due punti:
da un lato la scelta di una forma, e dunque di una
“situazione comunicativa” che rifiuta
l’autoreferenzialità o il compiacimento del proprio
punto di vista; dall’altro il desiderio o, meglio,
la necessità dell’altro e della sua reazione. A ciò
si aggiunge un terzo punto che coinvolge tutte le
lettere così definite “impossibili”, quelle i cui
destinatari sono immaginari (Paolino Paperino) o
storici (Gramsci, Benjamin, Eleonora Duse,
Majakovskij): qui il rilievo è posto sulla necessità
di dialogo anche con la storia e con i pensieri che
l’hanno attraversata.
Chi
sono i vostri lettori? O come dovrebbe essere il
prototipo del vostro lettore ideale?
Credo che la
questione più urgente, ma anche quella la cui
risposta è più complessa, sia proprio la domanda sul
lettore ideale. Tanto più complessa nel caso di una
rivista on line. La rete permette, da parte di chi
scrive, costi molto contenuti, un rapido e ampio
diffondersi delle notizie e una componente alta di
casualità nel raggiungimento di persone
assolutamente non previste né prevedibili.
Contemporaneamente si deve tenere in considerazione
anche i tempi limitati di attenzione dei lettori, la
funzionalità con la quale per lo più si accede alle
risorse del web per ricerche, approfondimenti,
notizie e la parallela difficoltà ad affezionare
qualcuno a un progetto che si dipani nel tempo.
Questi sono solo
alcuni dei moltissimi nodi che ruotano intorno alla
questione del lettore reale e modello. Ora, con
Snova, abbiamo scelto di non inseguire un
lettore generico della rete, ma creare interessi
specifici su alcuni temi; di non tentare la via del
commento alla quotidianità ma di selezionare dal
reale le occasioni che permettessero una riflessione
più ampia su questi nostri tempi. Purtroppo abbiamo
ricevuto poche reazioni ai nostri appelli, anche
quando abbiamo scritto, per esempio, ad artisti
contemporanei, viventi e spesso conosciuti bene.
Segno, credo, della diffusissima
incapacità/disinteresse al dialogo e al confronto,
se non supermediatizzato. Per questo, fra l’altro,
da un certo momento in avanti, abbiamo arricchito il
sito con numerosi colloqui che hanno permesso così
di aprire nuove e concrete vie di dialogo con molti
artisti e intellettuali contemporanei.
.
A
quasi tre anni dalla nascita del blog e a cinque dal
collettivo, come sono cambiati i vostri obiettivi o
le vostre considerazioni sia sul progetto stesso che
sul mondo che ci circonda?
Certamente rispetto
al 2008 lo stato di allarme si è intensificato e il
contesto sociale e politico appare oggi ancora più
inquietante: il tessuto sociale è più disarticolato,
l’attacco alle istituzioni democratiche è sempre più
frequente, la strategia volta a indebolire i luoghi
di formazione culturale e civile (la scuola e
l’università) è sempre più determinata mentre la
“politica” viene sempre più delegittimata.
Certo le reazioni
ci sono state e ci sono, e il conflitto sociale ha
ripreso in parte a segnare questo ultimo anno ma di
pari passo il tiro si sta alzando: la violenza
aumenta, il ritorno a forme di intolleranza razzista
e a un nazionalismo violento si moltiplicano; la
crisi economica rende più fragili molte categorie e
più disposte al ritiro nel privato, all’intolleranza
nei confronti del diverso (e straniero) e
all’adesione ad appelli populistici.
Corrispondenze
da Snova
ha fatto e fa tuttora i conti con questo contesto e,
dopo una pausa di riflessione, ha ripreso la propria
attività in una forma in parte rinnovata. Restano,
ovviamente, le linee essenziali del progetto, il
taglio critico e gli obiettivi cardine ma la
necessità di rinnovare le energie interne,
coinvolgendo un numero maggiore di collaboratori, e
di variare la tipologia degli interventi sono
diventate un’urgenza. Ora Corrispondenze avrà
anche una “posta del cuore” e un “oroscopo”,
amplierà la sezione dedicata al recupero delle
lettere smarrite, avrà corrispondenti da altre città
italiane (finora gravitavamo tutti intorno a Roma),
una sezione di telelettere (per ampliare la
riflessione sulla televisione) e tenterà un maggior
rapporto con alcune realtà sociali, del mondo del
lavoro e così via. Insomma, “dinuovo”, nonostante
tutto, e come cittadini, più di quanto non si sia
fatto fin qui. Chiudo l’intervista con un
riferimento a Gramsci e a un suo testo giovanile.
«Odio gli
indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere
vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i
solamente uomini, gli estranei alla città.
Chi vive veramente non può non essere cittadino, e
parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo,
è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli
indifferenti.
L’indifferenza
è il peso morto della storia. È la palla di piombo
per il novatore, è la materia inerte in cui affogano
spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude
che recinge la vecchia città e la difende meglio
delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi
guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi
limosi gli assalitori, e li decima e li scora e
qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L’indifferenza
opera potentemente nella storia. Opera passivamente,
ma opera. È la fatalità; e ciò su cui non si può
contare; è ciò che sconvolge i programmi, che
rovescia i piani meglio costruiti; è la materia
bruta che si ribella all’intelligenza
e la strozza. Ciò che succede, il male che si
abbatte su tutti, il possibile bene che un atto
eroico (di valore universale) può generare, non è
tanto dovuto all’iniziativa
dei pochi che operano, quanto all’indifferenza,
all’assenteismo dei
molti.
Ciò che avviene,
non avviene tanto perché alcuni vogliono che
avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica
alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i
nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia
promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà
abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi
solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità
che sembra dominare la storia non è altro appunto
che apparenza illusoria di questa indifferenza, di
questo assenteismo.
Dei fatti maturano
nell’ombra, poche
mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono
la tela della vita collettiva, e la massa ignora,
perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca
sono manipolati a seconda delle visioni ristrette,
degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni
personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli
uomini ignora, perché non se ne preoccupa.
Ma i fatti che
hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela
tessuta nell’ombra
arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità
a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non
sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione,
un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi
ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non
sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E
questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle
conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non
ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni
piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano
oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se
avessi anch’io fatto
il mio dovere, se avessi cercato di far valere la
mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò
che è successo?
Ma nessuno o pochi
si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro
scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la
loro attività a quei gruppi di cittadini che,
appunto per evitare quel tal male, combattevano, di
procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti,
preferiscono parlare di fallimenti ideali, di
programmi definitivamente crollati e di altre simili
piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da
ogni responsabilità.
E non già che non
vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non
siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei
problemi più urgenti, o di quelli che, pur
richiedendo ampia preparazione e tempo, sono
tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni
rimangono bellissimamente infeconde, ma questo
contributo alla vita collettiva non è animato da
alcuna luce morale; è prodotto di curiosità
intellettuale, non di pungente senso di una
responsabilità storica che vuole tutti attivi nella
vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di
nessun genere».
(A. Gramsci,
Indifferenti, in La città futura, 1917)
Jessica Ingrami
Ps: Nella foto,
la favicon del portale
www.corrispondenzedasnova.com.
(www.excursus.org,
anno III, n. 19, febbraio 2011)
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