Anno II             n. 6                    Gennaio 2010

Speciale NO PONTE: le ragioni per essere fermamente contro un'opera inutile e negativa sotto molteplici aspetti.                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia

 

Scilla e Cariddi, mito

da sempre affascinante

 di Luigi Grisolia

 

Da fanciulle a mostri, pericolo

 per tutti i naviganti. Il racconto

 dell'Odissea: l'avviso di Circe

 e il tremendo passaggio di Ulisse

 

  

 

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Il mito di Scilla e Cariddi è certamente tra le leggende che più appartengono al patrimonio culturale italiano. Come spesso accade nella mitologia greca, ne esistono diverse versioni e varianti: in questa sede raccontiamo di quella che pare essere la più diffusa.

 

Si narra che Cariddi era una grassa fanciulla, affamata e irrequieta; espulsa dall’Olimpo da Zeus, decise di “accasarsi” presso lo Stretto di Messina cibandosi di pesci e animali selvatici. Un giorno, Ercole e suo nipote Iolao, venendo dalla Calabria, attraversarono il mare con la loro mandria di buoi rossi (sottratta a Gerione d’Iberia), attaccandosi alle corna di un bue-guida. Giunti a terra, e passati tutti gli animali, Ercole contò il bestiame e vide che mancavano diversi capi: la vorace Cariddi se li era mangiati, mentre l’eroe era distratto, immerso nell’ammirare le bellezze della costa siciliana.

 

Esplose quindi l’ira di Ercole, che invocò subito l’intervento del padre. Ecco come Salvino Greco, nell’interessante volume Miti e leggende di Sicilia (Dario Flaccovio Editore) immagina il fatto, con un tocco di ironia che non guasta mai.

 

«”Oh Zeus!” – allora invocò – “O padre mio! E tu permetti che una ninfetta famelica mi rechi disonore? Vendicami, o io ucciderò in questa terra ogni uomo che incontrerò!....”. Dall’alto dell’Olimpo l’infastidito Zeus scosse la testa: “Ahuffa, che seccature mi danno questi mortali!... Va bene che Cariddi è stata scostumata, ma tu figlio mio, potervi starci più attento ai tuoi bovini... Comunque ti accontenterò!”. E detto ciò batté sull’Olimpo la sua verga e il monte rimbombò come una campana di bronzo. Gli dei e le dee uscirono dalle loro stanze e accorsero al suo trono. “Che fu? Che fu?” – si udì gridare da più parti. La brutta novella corse allora tra di essi. Ermete, più di tutti, la diffuse. Poi, d’improvviso, si fece silenzio e in quel silenzio s’udì tonare la voce di Zeus. “Ascoltate, figli miei, perché giustizia ho da fare! Perciò ascoltate... dopo essermi consultato.. documentato... eccetera eccetera... mi sono convinto che... la piccioletta Cariddi è colpevole di... furto maldestro. Perciò... io la condanno... anzi la trasformo in gorgo marino. Visto che ha sempre fame, si mangi le navi... eh, eh!.. Ma poi, beninteso, le rigetti!... Insomma, ormai ho detto... e quel che è detto è scritto!”» (p. 73).

 

Cariddi fu così tramutata in un gorgo marino, posto all’imbocco dello Stretto di Messina (Fretum Messanae), tremendo pericolo per qualsiasi navigante. Chi, miracolosamente, riusciva a sfuggire alle latranti fauci di Scilla, cadeva inesorabilmente preda di Cariddi.

 

Per quanto riguarda Scilla, si racconta che era una dolce ragazza, che un dì giunse a Capo Peloro. Qui scorse Glauco, da molti considerato figlio di Nettuno, un bellissimo e generoso giovane pescatore. Timida, Scilla mai avrebbe avuto il coraggio di confessargli il suo amore. Così si accontentava di guardarlo la mattina, quando montava sulla sua barca per andare a pescare, e di attenderlo fino al tramonto, quando rincasava.  Un giorno passò da quelle parti la maga Circe, che fece subito amicizia con Scilla. La dolce ragazza decise, sventuratamente, di confidarle il suo amore per Glauco: ma anche Circe era segretamente innamorata del pescatore! Offesa, e seccata dalle suppliche della ragazza, Circe la trasformò in un mostro marino, con sei teste latranti e dodici deformi gambe. La pelle di Scilla si ricoprì di squame, e la sua voce divenne rauca e abbaiante: disperata, si gettò nel mare dello Stretto; il suo cuore si inaridì, e diventò terrore per tutti i naviganti che da lì passavano.

Si narra anche che Ercole, proprio mentre attraversava lo Stretto con i buoi rossi, infastidito dal mostro, riuscì ad ucciderlo; ma Scilla fu riportata in vita, grazie alla sue arti magiche, dal padre Crateide.

 

Il mito di Scilla e Cariddi ha affascinato tantissimi letterati e intellettuali. Tra questi, non possiamo evitare di riportare le parole di Omero nell’Odissea nel Libro XII (vv. 73-126, dove Circe avvisa Ulisse di quel che l’attende al suo passaggio per lo Stretto di Messina, dopo aver superato le insidie delle Sirene, e vv. 223-263, in cui si narra appunto del passaggio).

Citiamo dalla traduzione di Rosa Calzecchi Onesti per gli Oscar Mondadori del 1968.

 

«E poi i due Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge

con la cima puntata: e l’avviluppa una nube

livida: e questa mai cede, mai lume sereno

la sua vetta circonda, né autunno né estate;

né potrebbe mortale scalarlo, né in vetta salire,

quand’anche i suoi piedi fossero venti e venti le mani:

perché nuda è la roccia, che par levigata.

A metà dello Scoglio c’è una buia spelonca,

volta verso la notte, all’Erebo: qui voi dovete

drizzare la concava nave, splendido Odisseo.

Ma da concava nave, un uomo nel fior delle forze

con l’arco mirando la grotta cupa, non la potrebbe raggiungere.

Là dentro Scilla vive, orrendamente latrando:

la voce è come quella di cagna neonata,

ma essa è mostra pauroso, nessuno

potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra-

I piedi son dodici, tutti invisibili:

sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa

da fare spavento; in bocca su tre file i denti,

fitti e serrati, pieni di nera morte.

Per metà nella grotta profonda è nascosta,

ma spinge le teste fuori dal baratro orribile,

e lì pesca, e lo scoglio intorno intorno frugando

delfini e cani di mare e a volte anche mostri più grandi

afferra, di quelli che a mille nutre l’urlante Anfitrìte.

Mai naviganti si vantano d’averla potuta fuggire

Indenni sulla nave: ghermisce con ogni testa

Un uomo, afferrandolo dalla nave prua azzurra.

L’altro scoglio più in basso tu lo vedrai, Odisseo,

vicini uno all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di freccia.

Se questo c’è un fico grande, ricco di foglie:

e sotto Cariddi gloriosa l’acqua livida assorbe.

Tre volte al giorno la vomita e tre la riassorbe

paurosamente. Ah che tu non sia là quando assorbe!

Non ti salverebbe dalla rovina neppur l’Enosìctono.

Piuttosto lungo lo scoglio di Scilla navigando veloce

fa passare la nave, perché è molto meglio

piangere sulla nave sei uomini che tutti quanti!».

Così diceva, e io l’interruppi e le chiesi:

«Ma dunque, o dea, questo dimmi sincero:

se riuscirò a scampare dalla funesta Cariddi,

dall’altra potrei difendermi se mi rubasse i compagni!».

Parlavo così, e subito mi rispondeva la dea luminosa:

«Pazzo, tu sempre azioni di guerra hai nel cuore,

e lotta; non cederai davanti ai numi immortali?

Essa non è mortale, è un’immortale sciagura,

tremenda, atroce, selvaggia, che non si può vincere,

non c’è riparo, la cosa migliore è fuggire.

Se perdi tempo armandoti presso lo scoglio,

temo che ti s’avventi ancora e t’arrivi

con altrettante teste, ghermisca altrettanti compagni».

(vv. 73-126)

 

Ma non dissi di Scilla, inesorabile male,

ché atterriti i compagni non mi lasciassero andare

i remi, e non si appiattassero in fondo alla nave.

Anzi in quel punto la dura ingiunzione di Circe

scordai, perché m’aveva proibito d’armarmi;

e io invece, vestite l’armi gloriose e due lunghe

aste impugnando, sul ponte della nave salii,

a prora: di qui m’aspettavo che dovesse mostrarsi

Scilla petrosa, prima di massacrarmi i compagni:

ma in nessun luogo poteva scorgerla, e mi si stancavano gli occhi

a scrutare da tutte le parti lo scoglio nebbioso.

Così per lo stretto navigavamo gemendo.

Da una parte era Scilla, dall’altra la divina Cariddi

paurosamente ingoiava l’acqua salsa del mare;

ma quando la vomitava, come su grande fuoco caldaia,

tutta rigorgogliava sconvolta: dall’altro la schiuma

pioveva giù, sulle cime d’entrambi gli scogli.

E quando ancora ingoiava l’acqua salsa del mare,

tutta sembrava rimescolarsi di dentro, e la roccia

rombava terribile; in fondo la terra s’apriva,

nereggiante di sabbia. Verde spavento prese i compagni.

Guardavamo Cariddi, paventando la fine.

E proprio in quel punto Scilla ghermì dalla concava nave

sei compagni, i più vigorosi per la forza del braccio.

Mi volsi all’agile nave e ai compagni,

ma potei solo scorgere braccia e gambe lassù,

sollevate nell’aria: mi chiamavan gridando

invocando il mio nome – per l’ultima volta – angosciati.

Così il pescatore su un picco, con la lenza lunghissima,

insidia ai piccoli pesci l’esca gettando,

butta nel mare il corno di bove selvatico,

poi, preso un pesce, lo scaglia fuori guizzante;

come guizzavano quelli, tratti su per le rocce.

E sulla bocca dell’antro se li divorò, che gridavano

e mi tendevan le mani nell’orrendo macello:

fu quella la cosa più atroce ch’io vidi con gli occhi,

fra quanti orrori ho affrontato, le vie del mare cercando.

Ed ecco, appena sfuggimmo agli scogli, l’orrenda Cariddi

e Scilla, subito dopo all’isola meravigliosa del dio

giungemmo: qui c’erano le belle vacche ampia fronte

e le infinite floride greggi del Sole Iperìone.

 

Ps: Nell’immagine, Odisseo di fronte a Scilla e Cariddi, di Johann Heinrich Fussli.

 

Luigi Grisolia


(www.excursus.org, anno II, n. 6, gennaio 2010)

 

                  

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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