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Il mito di Scilla e
Cariddi è certamente tra le leggende che più
appartengono al patrimonio culturale italiano. Come
spesso accade nella mitologia greca, ne esistono
diverse versioni e varianti: in questa sede
raccontiamo di quella che pare essere la più
diffusa.
Si narra che
Cariddi era una grassa fanciulla, affamata e
irrequieta; espulsa dall’Olimpo da Zeus, decise di
“accasarsi” presso lo Stretto di Messina cibandosi
di pesci e animali selvatici. Un giorno, Ercole e
suo nipote Iolao, venendo dalla Calabria,
attraversarono il mare con la loro mandria di buoi
rossi (sottratta a Gerione d’Iberia), attaccandosi
alle corna di un bue-guida. Giunti a terra, e
passati tutti gli animali, Ercole contò il bestiame
e vide che mancavano diversi capi: la vorace Cariddi
se li era mangiati, mentre l’eroe era distratto,
immerso nell’ammirare le bellezze della costa
siciliana.
Esplose quindi
l’ira di Ercole, che invocò subito l’intervento del
padre. Ecco come Salvino Greco, nell’interessante
volume Miti e leggende di Sicilia (Dario
Flaccovio Editore) immagina il fatto, con un tocco
di ironia che non guasta mai.
«”Oh Zeus!” –
allora invocò – “O padre mio! E tu permetti che una
ninfetta famelica mi rechi disonore? Vendicami, o io
ucciderò in questa terra ogni uomo che
incontrerò!....”. Dall’alto dell’Olimpo
l’infastidito Zeus scosse la testa: “Ahuffa, che
seccature mi danno questi mortali!... Va bene che
Cariddi è stata scostumata, ma tu figlio mio,
potervi starci più attento ai tuoi bovini...
Comunque ti accontenterò!”. E detto ciò batté
sull’Olimpo la sua verga e il monte rimbombò come
una campana di bronzo. Gli dei e le dee uscirono
dalle loro stanze e accorsero al suo trono. “Che fu?
Che fu?” – si udì gridare da più parti. La brutta
novella corse allora tra di essi. Ermete, più di
tutti, la diffuse. Poi, d’improvviso, si fece
silenzio e in quel silenzio s’udì tonare la voce di
Zeus. “Ascoltate, figli miei, perché giustizia ho da
fare! Perciò ascoltate... dopo essermi consultato..
documentato... eccetera eccetera... mi sono convinto
che... la piccioletta Cariddi è colpevole di...
furto maldestro. Perciò... io la condanno... anzi la
trasformo in gorgo marino. Visto che ha sempre fame,
si mangi le navi... eh, eh!.. Ma poi, beninteso, le
rigetti!... Insomma, ormai ho detto... e quel che è
detto è scritto!”» (p. 73).
Cariddi fu così
tramutata in un gorgo marino, posto all’imbocco
dello Stretto di Messina (Fretum Messanae),
tremendo pericolo per qualsiasi navigante. Chi,
miracolosamente, riusciva a sfuggire alle latranti
fauci di Scilla, cadeva inesorabilmente preda di
Cariddi.
Per quanto riguarda
Scilla, si racconta che era una dolce ragazza, che
un dì giunse a Capo Peloro. Qui scorse Glauco, da
molti considerato figlio di Nettuno, un bellissimo e
generoso giovane pescatore. Timida, Scilla mai
avrebbe avuto il coraggio di confessargli il suo
amore. Così si accontentava di guardarlo la mattina,
quando montava sulla sua barca per andare a pescare,
e di attenderlo fino al tramonto, quando
rincasava. Un giorno passò da quelle parti la maga
Circe, che fece subito amicizia con Scilla. La dolce
ragazza decise, sventuratamente, di confidarle il
suo amore per Glauco: ma anche Circe era
segretamente innamorata del pescatore! Offesa, e
seccata dalle suppliche della ragazza, Circe la
trasformò in un mostro marino, con sei teste
latranti e dodici deformi gambe. La pelle di Scilla
si ricoprì di squame, e la sua voce divenne rauca e
abbaiante: disperata, si gettò nel mare dello
Stretto; il suo cuore si inaridì, e diventò terrore
per tutti i naviganti che da lì passavano.
Si narra anche che
Ercole, proprio mentre attraversava lo Stretto con i
buoi rossi, infastidito dal mostro, riuscì ad
ucciderlo; ma Scilla fu riportata in vita, grazie
alla sue arti magiche, dal padre Crateide.
Il mito di Scilla e
Cariddi ha affascinato tantissimi letterati e
intellettuali. Tra questi, non possiamo evitare di
riportare le parole di Omero nell’Odissea nel
Libro XII (vv. 73-126, dove Circe avvisa Ulisse di
quel che l’attende al suo passaggio per lo Stretto
di Messina, dopo aver superato le insidie delle
Sirene, e vv. 223-263, in cui si narra appunto del
passaggio).
Citiamo dalla
traduzione di Rosa Calzecchi Onesti per gli Oscar
Mondadori del 1968.
«E poi i due
Scogli: uno l’ampio cielo raggiunge
con la cima
puntata: e l’avviluppa una nube
livida: e questa
mai cede, mai lume sereno
la sua vetta
circonda, né autunno né estate;
né potrebbe mortale
scalarlo, né in vetta salire,
quand’anche i suoi
piedi fossero venti e venti le mani:
perché nuda è la
roccia, che par levigata.
A metà dello
Scoglio c’è una buia spelonca,
volta verso la
notte, all’Erebo: qui voi dovete
drizzare la concava
nave, splendido Odisseo.
Ma da concava nave,
un uomo nel fior delle forze
con l’arco mirando
la grotta cupa, non la potrebbe raggiungere.
Là dentro Scilla
vive, orrendamente latrando:
la voce è come
quella di cagna neonata,
ma essa è mostra
pauroso, nessuno
potrebbe aver gioia
a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra-
I piedi son dodici,
tutti invisibili:
sei colli ha,
lunghissimi: e su ciascuno una testa
da fare spavento;
in bocca su tre file i denti,
fitti e serrati,
pieni di nera morte.
Per metà nella
grotta profonda è nascosta,
ma spinge le teste
fuori dal baratro orribile,
e lì pesca, e lo
scoglio intorno intorno frugando
delfini e cani di
mare e a volte anche mostri più grandi
afferra, di quelli
che a mille nutre l’urlante Anfitrìte.
Mai naviganti si
vantano d’averla potuta fuggire
Indenni sulla nave:
ghermisce con ogni testa
Un uomo,
afferrandolo dalla nave prua azzurra.
L’altro scoglio più
in basso tu lo vedrai, Odisseo,
vicini uno
all’altro, dall’uno potresti colpir l’altro di
freccia.
Se questo c’è un
fico grande, ricco di foglie:
e sotto Cariddi
gloriosa l’acqua livida assorbe.
Tre volte al giorno
la vomita e tre la riassorbe
paurosamente. Ah
che tu non sia là quando assorbe!
Non ti salverebbe
dalla rovina neppur l’Enosìctono.
Piuttosto lungo lo
scoglio di Scilla navigando veloce
fa passare la nave,
perché è molto meglio
piangere sulla nave
sei uomini che tutti quanti!».
Così diceva, e io
l’interruppi e le chiesi:
«Ma dunque, o dea,
questo dimmi sincero:
se riuscirò a
scampare dalla funesta Cariddi,
dall’altra potrei
difendermi se mi rubasse i compagni!».
Parlavo così, e
subito mi rispondeva la dea luminosa:
«Pazzo, tu sempre
azioni di guerra hai nel cuore,
e lotta; non
cederai davanti ai numi immortali?
Essa non è mortale,
è un’immortale sciagura,
tremenda, atroce,
selvaggia, che non si può vincere,
non c’è riparo, la
cosa migliore è fuggire.
Se perdi tempo
armandoti presso lo scoglio,
temo che ti
s’avventi ancora e t’arrivi
con altrettante
teste, ghermisca altrettanti compagni».
(vv. 73-126)
Ma non dissi di
Scilla, inesorabile male,
ché atterriti i
compagni non mi lasciassero andare
i remi, e non si
appiattassero in fondo alla nave.
Anzi in quel punto
la dura ingiunzione di Circe
scordai, perché
m’aveva proibito d’armarmi;
e io invece,
vestite l’armi gloriose e due lunghe
aste impugnando,
sul ponte della nave salii,
a prora: di qui
m’aspettavo che dovesse mostrarsi
Scilla petrosa,
prima di massacrarmi i compagni:
ma in nessun luogo
poteva scorgerla, e mi si stancavano gli occhi
a scrutare da tutte
le parti lo scoglio nebbioso.
Così per lo stretto
navigavamo gemendo.
Da una parte era
Scilla, dall’altra la divina Cariddi
paurosamente
ingoiava l’acqua salsa del mare;
ma quando la
vomitava, come su grande fuoco caldaia,
tutta rigorgogliava
sconvolta: dall’altro la schiuma
pioveva giù, sulle
cime d’entrambi gli scogli.
E quando ancora
ingoiava l’acqua salsa del mare,
tutta sembrava
rimescolarsi di dentro, e la roccia
rombava terribile;
in fondo la terra s’apriva,
nereggiante di
sabbia. Verde spavento prese i compagni.
Guardavamo Cariddi,
paventando la fine.
E proprio in quel
punto Scilla ghermì dalla concava nave
sei compagni, i più
vigorosi per la forza del braccio.
Mi volsi all’agile
nave e ai compagni,
ma potei solo
scorgere braccia e gambe lassù,
sollevate
nell’aria: mi chiamavan gridando
invocando il mio
nome – per l’ultima volta – angosciati.
Così il pescatore
su un picco, con la lenza lunghissima,
insidia ai piccoli
pesci l’esca gettando,
butta nel mare il
corno di bove selvatico,
poi, preso un
pesce, lo scaglia fuori guizzante;
come guizzavano
quelli, tratti su per le rocce.
E sulla bocca
dell’antro se li divorò, che gridavano
e mi tendevan le
mani nell’orrendo macello:
fu quella la cosa
più atroce ch’io vidi con gli occhi,
fra quanti orrori
ho affrontato, le vie del mare cercando.
Ed ecco, appena
sfuggimmo agli scogli, l’orrenda Cariddi
e Scilla, subito
dopo all’isola meravigliosa del dio
giungemmo: qui
c’erano le belle vacche ampia fronte
e le infinite
floride greggi del Sole Iperìone.
Ps:
Nell’immagine,
Odisseo di fronte a
Scilla e Cariddi, di Johann Heinrich Fussli.
Luigi Grisolia
(www.excursus.org,
anno II, n. 6, gennaio 2010)
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