Anno IV             n.31                    Febbraio 2012

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Versi e parole alla ricerca

 di un luogo di significato

di Maria Gerace

Ritrovare uno spazio dove riporre

 le cose che fanno parte della vita:

 il tema base delle strofe racchiuse

 in una silloge edita da Pungitopo

 

  

 

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Dove vanno a finire le cose? Quale posto occupano nello spazio e nel tempo delle nostre vite e memorie? Questi interrogativi sembra porre, innanzi alla nostra riflessione, il volume di versi di Saverio Vasta Il posto delle cose (Prefazione di Emilio Isgrò, Pungitopo, pp. 56, € 10,00), che alza il sipario su un mondo quanto mai concreto, fatto e costruito di cose e sulle cose, nella loro accezione reale ma anche figurativa. In un mosaico di immagini, a volte crude a volte velate, l’autore presenta al lettore un mondo che sembra sempre più attratto da un’energia entropica, atta a preservare un certo stato di caos. Tra ciò che si ha e si può stringer con mano, sebbene misero e imperfetto, e ciò che si desidera e difficilmente si otterrà, come recita l’emblematico titolo d’apertura: Altrove è l’oro.

 

Istantanee di un’esistenza personale che riprende vita nel ricordo; di una città che, nonostante il brusio di innumerevoli voci, rimane assopita e inerme; di una realtà dal sapore aspro come il succo di un limone. «È tempo di sogni rateali / di cani ciechi e pastori senza gregge / di rapiti e deviati amori. / È futuro anteriore il nostro giorno» recitano i versi de Il nostro giorno, e ancora l’amarezza del tempo che viviamo ci assale ne Il male dei numeri, perché «Ti giochi la sorte con i numeri/ le favole ti racconti».

 

Uno spazio popolato da pensieri e forme, dipinte col chiaro scuro dei contrasti, in cerca di qualcosa, desiderose di lasciare dietro di se qualcos’altro. E l’occhio del poeta, attento osservatore, volge lo sguardo verso i propri simili, nella speranza di scorgere tra di essi gli ultimi brandelli di un’individualità che sembra aver ceduto il passo a un apatico livellamento di coscienze: «Vorrei trovare il buio dentro l’antro / e riconoscere la forma nella luce / più voci stonate e meno coro / e qualche personaggio senza autore». Tra slanci pindarici che terminano in una rovinosa caduta, perché «È un’ardita partenza il volo / […] d’ali si può fare a meno / d’ali si può morire», Vasta concede più di un momento alla città di Messina, attraversata dal vento di scirocco e da un «su e giù di viandanti / per la bocca di Giano», luogo geografico ed emozionale per eccellenza di discordanti impressioni. Amata e odiata come la donna ammaliatrice che si desidera follemente, ma con la quale si intrattiene un rapporto burrascoso, una «passione furtiva d’amante / odio puberale di figlio».

 

Il tempo scorre tra memorie d’infanzia e gioventù riportate alla mente, flashback di una vita passata che, nel bene e nel male, più non ci appartiene. Le radici che un tempo crescevano ben salde nel terreno sono state sradicate e quello che chiamavamo casa ha mutato i suoi contorni; in una condizione che riduce le esistenze a un’incessante corsa, anche ciò che è di passaggio, come un treno in movimento, «edifica la casa». Dunque, dove sono le cose? Dappertutto e in nessun luogo, nel disordine dei nostri giorni, nella selettività dei nostri ricordi, ad affollare i nostri cassetti e le nostre dimore. Cose che vorremmo ritrovare, cose che non avremmo mai voluto avere, cose di cui vorremmo liberarci, nell’incessante ricerca di chi «umano troppo umano», parafrasando il filosofo Nietzsche, non ha requie.

 

Le strofe che chiudono il volume sono come una macchia indelebile, impossibile da eliminare senza che, irreversibilmente, ne rimanga l’alone. I versi ripercorrono, infatti, le vicende di mafia che, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, hanno disseminato il panico nel comune di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

 

Facendo uso di un linguaggio privo di orpelli, l’autore porta in superficie un sentimento di angoscia, paralizzante, disperata, crudele: «Siamo venuti su a latte caldo e paura / all’ombra del silenzio e dell’ossequio / per i potenti di ogni risma / che hanno preso tanto e avuto tutto / lasciando intriso con lo sdegno / l’odore del formaggio / e delle arance amare», in un frangente storico in cui era prudente «rintanare prima / […] camminare al passo / non trattenersi troppo per la strada». Tutto sembra essere stato risucchiato in questo riprovevole stato di cose, persino il ricordo delle consuetudini tanto amate perde vigore, colore, sapore e odore, di fronte a un tale scempio. Con Incubo si richiudono le tende su uno scorcio di mondo, che sia la realtà siciliana i cui riferimenti ci appaiono evidenti nelle parole e nei termini utilizzati da chi scrive, oppure la condizione dell’uomo moderno più in generale, senza confini di sorta.

 

Saverio Vasta, abile nello scolpire momenti fissandoli nel libro senza fine del tempo, orchestra le parole per dare significato ed evocare alla presenza uno spazio circostante difficile, per quanti sforzi noi facciamo, da collocare in una categoria ben precisa.

 

Sfuggendo al nostro controllo, la vita così come la viviamo, ci rende indifesi e confusi di fronte al vortice di cose che turbinano insensate ai nostri occhi. Il disagio provocato da una tale comprensiva incapacità sprofonda l’uomo in uno stato di paralisi, «sprofonda anche il bocciolo nella neve». Così, per sfuggire alla coscienza, sembra suggerire l’autore, ci affidiamo a dei surrogati di realtà, sempre pronti e disposti a salire su una giostra che allontani da noi gli affanni. «Salti, obliteri il biglietto / […] Acceleri a ogni metro / obliquo alla vertigine / in gallerie di giorni intermittenti / al culmine dell’entropia. / È solo un giro di giostra / fino alla prossima fermata».

 

Maria Gerace

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 31, febbraio 2012)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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