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Dove vanno a finire le cose? Quale posto occupano
nello spazio e nel tempo delle nostre vite e
memorie? Questi interrogativi sembra porre, innanzi
alla nostra riflessione, il volume di versi di
Saverio Vasta Il posto delle cose (Prefazione
di Emilio Isgrò, Pungitopo, pp. 56, € 10,00), che
alza il sipario su un mondo quanto mai concreto,
fatto e costruito di cose e sulle cose, nella loro
accezione reale ma anche figurativa. In un mosaico
di immagini, a volte crude a volte velate, l’autore
presenta al lettore un mondo che sembra sempre più
attratto da un’energia entropica, atta a preservare
un certo stato di caos. Tra ciò che si ha e si può
stringer con mano, sebbene misero e imperfetto, e
ciò che si desidera e difficilmente si otterrà, come
recita l’emblematico titolo d’apertura: Altrove è
l’oro.
Istantanee di un’esistenza personale che riprende
vita nel ricordo; di una città che, nonostante il
brusio di innumerevoli voci, rimane assopita e
inerme; di una realtà dal sapore aspro come il succo
di un limone. «È tempo di sogni rateali / di cani
ciechi e pastori senza gregge / di rapiti e deviati
amori. / È futuro anteriore il nostro giorno»
recitano i versi de Il nostro giorno, e
ancora l’amarezza del tempo che viviamo ci assale ne
Il male dei numeri, perché «Ti giochi la
sorte con i numeri/ le favole ti racconti».
Uno spazio popolato da pensieri e forme, dipinte col
chiaro scuro dei contrasti, in cerca di qualcosa,
desiderose di lasciare dietro di se qualcos’altro. E
l’occhio del poeta, attento osservatore, volge lo
sguardo verso i propri simili, nella speranza di
scorgere tra di essi gli ultimi brandelli di
un’individualità che sembra aver ceduto il passo a
un apatico livellamento di coscienze: «Vorrei
trovare il buio dentro l’antro / e riconoscere la
forma nella luce / più voci stonate e meno coro / e
qualche personaggio senza autore». Tra slanci
pindarici che terminano in una rovinosa caduta,
perché «È un’ardita partenza il volo / […] d’ali si
può fare a meno / d’ali si può morire», Vasta
concede più di un momento alla città di Messina,
attraversata dal vento di scirocco e da un «su e giù
di viandanti / per la bocca di Giano», luogo
geografico ed emozionale per eccellenza di
discordanti impressioni. Amata e odiata come la
donna ammaliatrice che si desidera follemente, ma
con la quale si intrattiene un rapporto burrascoso,
una «passione furtiva d’amante / odio puberale di
figlio».
Il tempo scorre tra memorie d’infanzia e gioventù
riportate alla mente, flashback di una vita passata
che, nel bene e nel male, più non ci appartiene. Le
radici che un tempo crescevano ben salde nel terreno
sono state sradicate e quello che chiamavamo casa ha
mutato i suoi contorni; in una condizione che riduce
le esistenze a un’incessante corsa, anche ciò che è
di passaggio, come un treno in movimento, «edifica
la casa». Dunque, dove sono le cose? Dappertutto e
in nessun luogo, nel disordine dei nostri giorni,
nella selettività dei nostri ricordi, ad affollare i
nostri cassetti e le nostre dimore. Cose che
vorremmo ritrovare, cose che non avremmo mai voluto
avere, cose di cui vorremmo liberarci,
nell’incessante ricerca di chi «umano troppo umano»,
parafrasando il filosofo Nietzsche, non ha requie.
Le strofe che chiudono il volume sono come una
macchia indelebile, impossibile da eliminare senza
che, irreversibilmente, ne rimanga l’alone. I versi
ripercorrono, infatti, le vicende di mafia che, tra
la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta,
hanno disseminato il panico nel comune di Barcellona
Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.
Facendo uso di un linguaggio privo di orpelli,
l’autore porta in superficie un sentimento di
angoscia, paralizzante, disperata, crudele: «Siamo
venuti su a latte caldo e paura / all’ombra del
silenzio e dell’ossequio / per i potenti di ogni
risma / che hanno preso tanto e avuto tutto /
lasciando intriso con lo sdegno / l’odore del
formaggio / e delle arance amare», in un frangente
storico in cui era prudente «rintanare prima / […]
camminare al passo / non trattenersi troppo per la
strada». Tutto sembra essere stato risucchiato in
questo riprovevole stato di cose, persino il ricordo
delle consuetudini tanto amate perde vigore, colore,
sapore e odore, di fronte a un tale scempio. Con
Incubo si richiudono le tende su uno scorcio di
mondo, che sia la realtà siciliana i cui riferimenti
ci appaiono evidenti nelle parole e nei termini
utilizzati da chi scrive, oppure la condizione
dell’uomo moderno più in generale, senza confini di
sorta.
Saverio Vasta, abile nello scolpire momenti
fissandoli nel libro senza fine del tempo, orchestra
le parole per dare significato ed evocare alla
presenza uno spazio circostante difficile, per
quanti sforzi noi facciamo, da collocare in una
categoria ben precisa.
Sfuggendo al nostro controllo, la vita così come la
viviamo, ci rende indifesi e confusi di fronte al
vortice di cose che turbinano insensate ai nostri
occhi. Il disagio provocato da una tale comprensiva
incapacità sprofonda l’uomo in uno stato di
paralisi, «sprofonda anche il bocciolo nella neve».
Così, per sfuggire alla coscienza, sembra suggerire
l’autore, ci affidiamo a dei surrogati di realtà,
sempre pronti e disposti a salire su una giostra che
allontani da noi gli affanni. «Salti, obliteri il
biglietto / […] Acceleri a ogni metro / obliquo alla
vertigine / in gallerie di giorni intermittenti / al
culmine dell’entropia. / È solo un giro di giostra /
fino alla prossima fermata».
Maria Gerace
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)
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