|
Intorno al 1934,
Theodor W. Adorno stava progettando un libro
sull’esperienza musicale ed estetica di Beethoven.
Negli appunti per la stesura, l’oggetto di analisi
andava sempre più delineandosi come una riflessione
sulla natura delle opere artistiche della vecchiaia.
In esse – e dunque negli ultimi quartetti del
compositore, nelle ultime sonate per pianoforte o
nella magnifica Missa solemnis – Adorno
leggeva il loro carattere corrugato, dilaniato,
frastagliato e disarmonico. Vi leggeva anche una
rivolta senile alla tradizione e all’imposizione dei
canoni, alla norma assunta come crisma di
un’affiliazione alla grande cultura riconosciuta:
insomma, le opere tarde, per il filosofo, consegnano
al lettore o all’ascoltatore una ribellione
soggettiva nei confronti delle convenzioni, che le
rende, per questo motivo, aggressive e inconciliate,
contrastive e antiretoriche.
A raccogliere il
suggerimento di Adorno, proprio negli ultimi mesi
della sua vita, è stato un suo indiretto allievo
(come amava definirsi), l’intellettuale
arabo-americano Edward W. Said, scomparso nel 2003,
noto al grande pubblico per il suo impegno a favore
della causa palestinese. Said oggi è largamente
studiato e tradotto in Italia, e ciò non può che
rallegrarci. Il suo nome è legato agli studi
postcoloniali, ma inizia a diffondersi anche in
ambito filosofico. Professore alla Columbia University,
intellettuale dichiaratamente “outsider”, vittima
di un esilio che da condizione politica si fa
risposta culturale, Said è stato soprattutto uno
straordinario critico e teorico della letteratura,
nonché un attento interprete della condizione
musicale dell’Occidente. Non è un caso, pertanto, se
le riflessioni contenute nel postumo Sullo stile
tardo (Il Saggiatore, pp. 166, € 19,00) –
importante tassello per la conoscenza dell’autore
nel nostro Paese, di cui si attende ancora la
traduzione di due fondamentali contributi come
The World, the Text, and the Critic e Musical
Elaborations – siano indirizzate in via
prioritaria alla musica e alla letteratura.
Quel che interessa
particolarmente all’autore di Orientalismo è
la condizione di «esilio autoimposto» e volontario
che diviene centrale nelle opere della maturità:
grazie a questo salto dialettico che coinvolge la
produzione artistica e la condizione corporea, la
soggettività creatrice sembra illuminare il
carattere storico della sua rivolta e inaugura una
forma condivisa di autocoscienza. Il libro è allora
una messa in evidenza di questa peculiarità in
autori come Jean Genet, Thomas Mann. Giuseppe Tomasi
di Lampedusa, in musicisti come Richard Strauss o
Richard Wagner, in registi come Luchino Visconti. Ed
è forse il saggio su Glenn Gould, l’ormai
leggendario pianista canadese entrato nell’alveo dei
grandi interpreti del secolo scorso, e purtroppo
oggetto di un odierno feticismo che ne trascura la
portata politica, a rappresentare potenzialmente il
messaggio dell’intero libro. In Gould, Said pare
scorgere un’allegoria stringente della possibilità
soggettiva di fondare, attraverso la propria
protesta, una proposta di critica alla realtà
condivisa, che cerca il rapporto con l’Altro come
fondamento di una vita democratica e civile. La
presunta lontananza dell’intellettuale dal mondo è
in realtà un modo per ritrovare un legame più
diretto con la contingenza.
Non può non stupire
la constatazione che va delineandosi pagina dopo
pagina: il fatto che lo stesso Said sia in realtà un
prodotto della sua “tardività” rispetto al mondo. In
fondo, quanto possiamo sentirci eredi noi, in un
tempo così profondamente segnato dal nichilismo e
dall’individualismo, di un intellettuale che ha
speso tutta la sua esistenza in una forma di impegno
militante e di demistificazione pubblica del potere?
Da questa prospettiva, dunque, Sullo stile tardo
è forse un atto di accusa contro gli intellettuali
di oggi, poco restii ad assumere la criticità come
fondamento della loro pratica culturale, e dunque
conniventi, responsabili, coinvolti, subordinati al
potere. Leggere Said è un primo antidoto a
quell’assenza di alternative e a quella sterilità di
pensiero che ha contraddistinto l’ilare nichilismo
dei postmoderni. E ciò pare non poco significativo
se diamo uno sguardo alla situazione politica e
culturale del nostro Paese.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno I, n. 4, novembre 2009)
|