Anno II             n.13                    Agosto 2010

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Una rinascenza letteraria

calabrese? Non esiste

 di Marco Gatto

 

La regione vive una decadenza

culturale evidente con l’assenza

di una letteratura calabrese.

Effimeri i (pochi) titoli di massa

 

  

 

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Su Il Messaggero del 6 maggio, Andrea Di Consoli parla di un imminente, o già in atto, “rinascimento culturale calabrese”. A rappresentarne i sintomi sarebbero alcuni libri recentemente pubblicati da editori più o meno noti, capaci di entrare nell’empireo del mercato editoriale e di affermarsi come “casi”. Fra questi, l’unico che mi pare degno di nota è il contributo del giudice Gratteri, capace di raccontare, con lucidità e professionalità, il destino di una regione ormai in mano alla delinquenza organizzata.

 

Trovo tuttavia nel ragionamento di Di Consoli alcune mancanze. Sarebbe opportuno chiedersi, prima di parlare di rinascenza letteraria, se sia davvero possibile discutere, oggi, di una letteratura calabrese. O meglio, se sia opportuno eleggere a criterio valutativo l’inaspettata crescita esponenziale di romanzi o opere letterarie, magari sorti sull’onda lunga di un consenso di massa. Esiste anche un federalismo regionale o metropolitano per la letteratura: lo confermano alcune collane scandite dall’appartenenza geografica o il ritorno a una narrativa che riscopre l’appartenenza territoriale. Anche nella critica si fa spazio la tendenza a specializzare la locazione geografica dei libri, per un’esigenza che richiama più le volontà del mercato e meno un tentativo, nobile, di offrire una cartografia dell’esistente. Può risultare dannoso, dunque, regionalizzare una letteratura ricorrendo ai dati dell’industria culturale; e ancor più grave può apparire la tendenza a elidere un ragionamento storico – l’unico a poter legittimare un discorso regionale.

 

Di Consoli tira in ballo La Cava, Répaci, Alvaro, le glorie del passato letterario calabrese. Ebbene, quel che è avvenuto o sta avvenendo non è, per quanto auspicabile, la ripresa della lezione di questi ultimi autori moderni, bensì la realizzazione più profonda di due anomalie insite nella nostra storia regionale: da un lato, l’assenza di una tradizione del romanzo, che è facile collegare all’assenza di un ceto borghese in grado di rappresentarsi e raccontarsi, cosicché tutta la produzione romanzesca degli scrittori calabresi diventa un interessante contenitore di scritture alternative e sperimentalmente antiromanzesche; dall’altro, la frattura, che si realizza dopo gli anni Sessanta, tra la lezione dei moderni e i possibili loro eredi, che non solo produce un “vuoto letterario”, ma diventa la cartina al tornasole di un processo più generale, che vede la vocazione rurale di un territorio schiacciata dall’industrializzazione di un paleocapitalismo incapace di garantire un decente sviluppo.

 

Con un’affermazione radicale, potremmo dire che la letteratura calabrese finisce in quegli anni. E cede il passo a un’involuzione culturale che conduce la Calabria a diventare l’allegoria pregnante di un’intera condizione italiana e occidentale. La fine del sapere umanistico, la totale inclusione della letteratura nel mercato, l’impossibilità di uno sviluppo culturale nell’era della spettacolarizzazione (di cui la mafia, secondo l’intuizione di Debord, è parte attiva): tutti questi fenomeni emergono e sono i dati essenziali per una diagnosi dello stato culturale della regione, che oggi appare come una sorta di avanguardia della decadenza occidentale. Eleggere, pertanto, una semplice lista di titoli recenti a manifestazione di un rinascimento letterario può essere un’operazione di speranza, ma mi pare evidenzi il rischio di ragionare più su un’etichetta di mercato che sulle condizioni reali della produzione letteraria. Sarebbe auspicabile entrare criticamente in quelle narrazioni, capirne le motivazioni profonde.

 

Non si vuole con ciò dire che non esistano autori in Calabria. Tra l’esistenza di una letteratura e l’attività letteraria degli individui c’è una grossa differenza. È anzi probabile che in questi tempi di Fanon, in cui Rosarno diventa il simbolo degli sfaceli umani prodotti dall’unione tra delinquenza neotribale e tardo capitalismo, possano nascere nuove esigenze di raccontare. Ma, si badi, interrogarsi sulla realtà, oggi più che mai, vuol dire non cedere alle lusinghe del mercato e alle leggi della produzione letteraria, che sforna romanzi in serie carpendo le pulsioni profonde dell’attenzione pubblica. Rappresentare la Calabria vuol dire, prima di tutto, fare i conti con un vuoto culturale e con l’assenza più che trentennale di un’autentica tradizione letteraria. Narrare la nostra condizione esistenziale o sociale significa oggi inventare modi e termini di ricostruzione del senso. In questa direzione, vorrei segnalare la raccolta di racconti dell’allora esordiente Sonia Serazzi, Non c’è niente a Simbari Crichi, che non a caso ha rappresentato un unicum e non certo un prolungato momento di riflessione. Non sono convinto, insomma, che assolvere queste esigenze possa voler legittimare una rinascenza letteraria, perché significherebbe assorbire una nascente e larvale pulsione culturale nelle etichette dell’industria libraria.

 

Perché in fondo, ci insegna Saviano, quando la parola fa proprio il bisogno di raccontare, qualsiasi stereotipo è messo in discussione e si apre la possibilità di un ragionamento realistico sul presente. Una lezione, questa, anche per la critica, il cui compito dovrebbe oggi concepirsi quale strumento d’opposizione ai tentativi di neutralizzare le rappresentazioni letterarie alternative e di monito al cedimento mercantilistico di certi scrittori, la cui propria esigenza di raccontare si scontra con il reale bisogno, da parte di un luogo, d’essere raccontato.

 

Marco Gatto

 

Ps: Il presente scritto è già stato pubblicato sul quotidiano Calabria Ora dell’11-05-2010. Lo riproponiamo in questa sede. Nella foto: Mario La Cava, uno degli ultimi tra i grandi letterati e intellettuali calabresi (immagine tratta dal portale www.zam.it).

 

(www.excursus.org, anno II, n. 13, agosto 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

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