|
Su Il Messaggero
del 6 maggio, Andrea Di Consoli parla di un
imminente, o già in atto, “rinascimento culturale
calabrese”. A rappresentarne i sintomi sarebbero
alcuni libri recentemente pubblicati da editori più
o meno noti, capaci di entrare nell’empireo del
mercato editoriale e di affermarsi come “casi”. Fra
questi, l’unico che mi pare degno di nota è il
contributo del giudice Gratteri, capace di
raccontare, con lucidità e professionalità, il
destino di una regione ormai in mano alla
delinquenza organizzata.
Trovo tuttavia nel
ragionamento di Di Consoli alcune mancanze. Sarebbe
opportuno chiedersi, prima di parlare di rinascenza
letteraria, se sia davvero possibile discutere,
oggi, di una letteratura calabrese. O meglio, se sia
opportuno eleggere a criterio valutativo
l’inaspettata crescita esponenziale di romanzi o
opere letterarie, magari sorti sull’onda lunga di un
consenso di massa. Esiste anche un federalismo
regionale o metropolitano per la letteratura: lo
confermano alcune collane scandite dall’appartenenza
geografica o il ritorno a una narrativa che riscopre
l’appartenenza territoriale. Anche nella critica si
fa spazio la tendenza a specializzare la locazione
geografica dei libri, per un’esigenza che richiama
più le volontà del mercato e meno un tentativo,
nobile, di offrire una cartografia dell’esistente.
Può risultare dannoso, dunque, regionalizzare una
letteratura ricorrendo ai dati dell’industria
culturale; e ancor più grave può apparire la
tendenza a elidere un ragionamento storico – l’unico
a poter legittimare un discorso regionale.
Di Consoli tira in
ballo La Cava, Répaci, Alvaro, le glorie del passato
letterario calabrese. Ebbene, quel che è avvenuto o
sta avvenendo non è, per quanto auspicabile, la
ripresa della lezione di questi ultimi autori
moderni, bensì la realizzazione più profonda di due
anomalie insite nella nostra storia regionale: da un
lato, l’assenza di una tradizione del romanzo, che è
facile collegare all’assenza di un ceto borghese in
grado di rappresentarsi e raccontarsi, cosicché
tutta la produzione romanzesca degli scrittori
calabresi diventa un interessante contenitore di
scritture alternative e sperimentalmente
antiromanzesche; dall’altro, la frattura, che si
realizza dopo gli anni Sessanta, tra la lezione dei
moderni e i possibili loro eredi, che non solo
produce un “vuoto letterario”, ma diventa la cartina
al tornasole di un processo più generale, che vede
la vocazione rurale di un territorio schiacciata
dall’industrializzazione di un paleocapitalismo
incapace di garantire un decente sviluppo.
Con un’affermazione
radicale, potremmo dire che la letteratura calabrese
finisce in quegli anni. E cede il passo a
un’involuzione culturale che conduce la Calabria a
diventare l’allegoria pregnante di un’intera
condizione italiana e occidentale. La fine del
sapere umanistico, la totale inclusione della
letteratura nel mercato, l’impossibilità di uno
sviluppo culturale nell’era della
spettacolarizzazione (di cui la mafia, secondo
l’intuizione di Debord, è parte attiva): tutti
questi fenomeni emergono e sono i dati essenziali
per una diagnosi dello stato culturale della
regione, che oggi appare come una sorta di
avanguardia della decadenza occidentale. Eleggere,
pertanto, una semplice lista di titoli recenti a
manifestazione di un rinascimento letterario può
essere un’operazione di speranza, ma mi pare
evidenzi il rischio di ragionare più su un’etichetta
di mercato che sulle condizioni reali della
produzione letteraria. Sarebbe auspicabile entrare
criticamente in quelle narrazioni, capirne le
motivazioni profonde.
Non si vuole con ciò
dire che non esistano autori in Calabria. Tra
l’esistenza di una letteratura e l’attività
letteraria degli individui c’è una grossa
differenza. È anzi probabile che in questi tempi di
Fanon, in cui Rosarno diventa il simbolo degli
sfaceli umani prodotti dall’unione tra delinquenza
neotribale e tardo capitalismo, possano nascere
nuove esigenze di raccontare. Ma, si badi,
interrogarsi sulla realtà, oggi più che mai, vuol
dire non cedere alle lusinghe del mercato e alle
leggi della produzione letteraria, che sforna
romanzi in serie carpendo le pulsioni profonde
dell’attenzione pubblica. Rappresentare la Calabria
vuol dire, prima di tutto, fare i conti con un vuoto
culturale e con l’assenza più che trentennale di
un’autentica tradizione letteraria. Narrare la
nostra condizione esistenziale o sociale significa
oggi inventare modi e termini di ricostruzione del
senso. In questa direzione, vorrei segnalare la
raccolta di racconti dell’allora esordiente Sonia
Serazzi, Non c’è niente a Simbari Crichi, che
non a caso ha rappresentato un unicum e non certo un
prolungato momento di riflessione. Non sono
convinto, insomma, che assolvere queste esigenze
possa voler legittimare una rinascenza letteraria,
perché significherebbe assorbire una nascente e
larvale pulsione culturale nelle etichette
dell’industria libraria.
Perché in fondo, ci
insegna Saviano, quando la parola fa proprio il
bisogno di raccontare, qualsiasi stereotipo è messo
in discussione e si apre la possibilità di un
ragionamento realistico sul presente. Una lezione,
questa, anche per la critica, il cui compito
dovrebbe oggi concepirsi quale strumento
d’opposizione ai tentativi di neutralizzare le
rappresentazioni letterarie alternative e di monito
al cedimento mercantilistico di certi scrittori, la
cui propria esigenza di raccontare si scontra con il
reale bisogno, da parte di un luogo, d’essere
raccontato.
Marco Gatto
Ps: Il presente
scritto è già stato pubblicato sul quotidiano
Calabria Ora dell’11-05-2010. Lo riproponiamo in
questa sede. Nella foto: Mario La Cava, uno degli
ultimi tra i grandi letterati e intellettuali
calabresi (immagine tratta dal portale
www.zam.it).
(www.excursus.org,
anno II, n. 13, agosto 2010)
|