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Con la
pubblicazione dell’antologia Le terre emerse.
Poesie scelte 1985-2008 (Einaudi, pp. 216, €
16,00), disponiamo di uno strumento in qualche modo
“riassuntivo” dell’esperienza poetica
pluriventennale di Fabio Pusterla. Poeta lontano dai
centri di diffusione culturale – ammesso che per la
poesia ne esistano ancora –, geograficamente
dislocato (abita nel Canton Ticino) e per questo
politicamente capace di vedute oppositive
differenti, Pusterla si conferma come una delle voci
più interessanti della nostra contemporaneità, non
solo per la sua attività di poeta, ma anche di
osservatore dei problemi della scuola (suo il saggio
Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola
nonostante tutto, edito da Casagrande lo scorso
anno) e di traduttore (specie delle opere di
Philippe Jaccottet). L’antologia einaudiana
permette, ad ogni modo, di cogliere i diversi
momenti della ricerca poetica di Pusterla, riassunti
in estratti da cinque raccolte e dagli ultimi versi
inediti.
È stata ribadita da
molti la filiazione diretta che avvicina il poeta
alla cosiddetta “linea lombarda” e, in particolar
modo, a Vittorio Sereni, dal quale Pusterla cerca
certamente di affrancarsi, sviluppando col tempo non
un rifiuto preconcetto per i padri, ma accompagnando
al gioco di antitesi e superamenti che caratterizza
la modernità letteraria una sempre lucida
consapevolezza dello stato di degrado in cui versa
la poesia contemporanea, in opposizione al quale
appare nullo e inefficace il rifiuto diretto della
tradizione. Bensì, in Pusterla si assiste a un
ripensamento sempre attualizzante dell’eredità
ermetica o post-ermetica, attraversata la quale il
poeta sembra capace di sperimentare nuove forme di
poesia civile, di discostarsi, cioè, da un
nichilismo fin troppo sovraesposto, e di approdare a
una sempre rinnovata vocazione sociale. Se dunque
nelle prime prove poetiche – specie nelle poesie di
Concessione all’inverno (1985) e di
Bocksten (1989) – molto di sereniano e molto di
montaliano è presente, nelle successive – e in
particolar modo con Folla sommersa (2004) –
Pusterla sembra giungere a una sua indiscutibile
autonomia, fondata sull’imprescindibile rigore
morale che anima la vocazione del poeta, ben
consapevole della fine di qualsiasi pretesa
umanistica, pronto sì a dialogare coi morti, a
rendersi testimone dei residui di un’arte e di una
realtà in estinzione, corrosa dalla comunicazione e
dall’evanescenza mediatica, eppure legato alla
convinzione che una possibilità poetica si dia
all’Io nel momento in cui questo si confronta senza
ritrosie e senza narcisismo con la verità. Per
farlo, tuttavia, non occorre – e questo Pusterla ci
insegna – spiattellare l’evento, la semplice
cronaca, il dato di fatto, o il proprio sentire
politico, bensì lentamente spendersi in una critica
che resista al tempo storico ma con esso,
contemporaneamente, stabilisca un contatto, cerchi
di comprenderlo per rovesciarlo. Misura e protesta:
ci paiono pertanto questi i due elementi attuali che
fuoriescono dalla recente produzione del poeta di
Mendrisio; dove per prima si intende la diretta
appartenenza a un sapere – quello poetico – ormai in
fuga; e per seconda il rifiuto di una rilassatezza
intellettuale e di una semplice presa d’atto, e il
responsabile accostarsi a una pagina civile che non
rinunci alla parola come arma di denuncia. Ne è un
esempio la coda – fortiniana, perché, a partire non
solo dall’occorrenza allegorica della rosa posta in
apertura della raccolta del 2004, di Fortini
nell’ultimo Pusterla ci sembra di scorgerne non solo
una parca presenza – di Dopo trent’anni (pp.
173-174): «Abbandonarsi e resistere, due fasi /
identiche del sangue e del respiro, dell’inchiostro
/ e del foglio, come sai. Cammina, scrivi» (vv.
39-41).
Gli inizi di
Pusterla erano stati contrassegnati dalla presa
d’atto di un’impossibilità di pervenire alla radice
delle cose. Un’estremizzazione del nichilismo
ermetico che trova sia nella prima raccolta che
nella seconda una sua figurazione nelle riscritture
montaliane di una poesia come Lettera a Tinizong
(p. 24) – dove l’anello che non tiene, l’«imprevista
/ smagliatura» (vv. 9-10) paiono irrealizzabili su
un piano ontologico, per presto affermare che ormai
«La disfunzione è altra, è nei vapori / che velano
le cose» (vv. 14-15) e dunque il poeta non può che
prendere atto che il suo «esilio» (v. 23) sta
nell’esser ridotto a frammento «sempre distante /
dal vero» (vv. 25-26) – o nel più palese rifacimento
de L’anguilla, divenuta L’anguilla del
Reno (p. 39), dove «persino il Baltico» – ovvero
il mondo stesso, la realtà di chi la vive – «è
perduto» (v. 12) – un’estremizzazione nichilistica,
si diceva, che via via va disfacendosi,
nell’allegoria di un mondo sommerso, di una «vita»
che «si conserva / solo come memoria disseccata,
muto sguardo / di fossile o carbone, minerale» (Sette
frammenti dalla terra di nessuno, p. 133, IV, vv.
13-15), che sta dunque per esplodere. È la Storia,
in qualche modo, che riannoda i fili dell’esistere
alla folla sommersa di morti, a esplodere, talvolta,
a riproporre quella realtà che persino la parola
stessa aveva sepolto e occultato. Per questo, negli
inediti, e specie in quelli scritti nel 2006, e che
trovano nelle elezioni politiche per stessa
ammissione del poeta un’occasione storica, paiono
esemplificare l’esigenza di appurare una verità che
sì si è spenta – «Un pezzetto di gioia per ciascuno:
era questo il disegno» (Lettere da Babel, p.
189, v. 29) – e di sforzarsi affinché l’Io, il
poeta, l’individuo ricominci a lavorare, lentamente,
a una ricostituzione del Noi. Obiettivo che pare
lontano, ma che la protesta di Pusterla, con misura
e senza vacue riottosità, pare metterci innanzi agli
occhi.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno I, n. 3, ottobre 2009)
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