Anno II             n.10                    Maggio 2010

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia

 

Sulla crisi della critica

letteraria e della poesia

 di Marco Gatto

 

Ripresentiamo una riflessione,

apparsa sulla rivista Capoverso:

dopo l’allarme di Cesare Segre,

è giunto il momento di proposte

 

  

 

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Giunti ormai a quindici anni dalla pubblicazione di Notizie dalla crisi di Cesare Segre (Einaudi, 1993), dopo dibattiti e libri sullo stato irrevocabilmente d’emergenza della critica letteraria in Italia, pare giunto il momento di accantonare i consueti bilanci per approdare a una serie di proposte concrete per il rilancio della tradizione umanistica. Ma il destino di una disciplina che ha il compito di scegliere, proporre, selezionare e attualizzare il sapere del testo è in modo indissolubile legato al suo oggetto di partenza, la letteratura.

 

Dopo i tentativi dello strutturalismo di alimentare il mito della letterarietà e una nuova, quanto inutile, dissociazione fra testo e non-testo, col risultato, almeno in Italia, della nascita di un accademismo specialistico che ha elevato la filologia, da disciplina ancella qual era, a forma mentis di qualunque interpretazione, si è assistito allo sbilanciamento sulla figura del lettore – una nuova sociologia delle attese, una sorta di mappatura delle emozioni, un rinnovato interesse per l’etica della lettura che ha fatto parlare di incontro col testo, di matrimoni con l’autore –, per finire ora alla ricerca esasperata di una sintesi che tenga insieme lo studio del testo con la sua fruizione. È vero che la nostra letteratura contemporanea non aiuta la critica militante; ma è pure verissimo che, in uno stato d’emergenza come il nostro, in cui le scritture narcisistiche disegnano un paesaggio di monadi totalmente assorbite dal sistema-mercato della nostra editoria, la critica dovrebbe trovare il terreno di lotta privilegiato, riabilitare la sua vecchia funzione di inesausta comprensione dell’esistente. È accaduto, però, che la stessa teoria letteraria, vecchio supporto di idee e metodi, sia divenuta, acquisendo una valenza “demoniaca”, un genere letterario a sé, incapace di dialogare con i testi e di offrire proposte interpretative.

 

Probabilmente l’Italia è il paese in cui lo scollamento fra critica e pubblico si è sentito maggiormente. La scomparsa della funzione civile ha creato sì sacche di resistenza, ma l’alternativa si è vista risucchiata da un sistema mass-mediatico, vicario dello strano e già marcio neocapitalismo della penisola, in cui l’assorbimento di qualunque opposizione e di qualsivoglia contraddizione è divenuto regola. Già Fortini parlava, nei saggi di Verifica dei poteri, di una capacità cieca del modo di produzione capitalistico di riuscire a tenere a freno le potenziali vie di uscita dallo sfruttamento del mercato. Il risultato è visibile nella nostra editoria, dove opere valide perdono la loro qualità nell’incontro stesso col mercato, venendo assorbite da un circolo vizioso di cui fa parte anche l’interessamento dei critici istituzionali su quotidiani a grossa tiratura. Alla figura del critico si è sostituita quella del padrino, e allo stesso modo alla scomparsa dell’elzeviro è corrisposta la nascita della scrittura giornalistica en artiste, della recensione idolatrante, dell’intervista stupita, del capolavoro gridato a piena voce.

 

Non che la situazione delle altre arti sia migliore – basti pensare al destino della musica classica, alla continua migrazione dei nostri compositori verso altre terre, in un paese incapace di sostenere gli artisti; alle lunghe polemiche che s’agitano ogniqualvolta si allestisce un’opera lirica nei nostri teatri (pensiamo al grido di dolore della Scala di qualche giorno fa); all’inefficienza di una politica culturale ormai priva di qualunque progetto a grande respiro. Quel che stupisce – e quel che ne caviamo – è che la postmodernità ha avuto il risultato (per altri, il pregio) di rompere con la tradizione: e ciò non può che voler dire rottura con la memoria storica, con gli insegnamenti del passato, istituzionalizzazione dell’orfanezza. Di fronte allo strapotere del mercato, alla cannibalizzazione della letteratura, che senza comprendere lo stato di cose presente manca di comprendere se stessa e il suo fine, e di fronte all’occultamento giornaliero delle ragioni vere e reali di una vita intellettuale mediocre e insopportabile, di una scuola incapace di offrire le basi di un sapere condiviso, suona strana qualsiasi dichiarazione di fine della postmodernità.

 

La tentazione apocalittica cresce. Le fa compagnia l’impossibilità di grandi modelli: non necessariamente grandi narrazioni, anche soltanto idee a lungo raggio, proposte costruttive che sappiano in qualche modo rendere pensabile la totalità. I tentativi di rappresentare attraverso l’immaginario le grandi sconfitte dell’umanità, le guerre di civiltà, le guerre senza ragione, e di proiettare sullo sfondo una qualche risoluzione utopica, vengono ormai fagocitati e resi nulli. Da chi? Da cosa? I bagliori di un rinnovato modernismo, di una letteratura che sappia proporsi come progetto guardando all’uomo e alla sua materialità di essere umano, le creazioni, cioè, di coloro i quali credono fermamente nella forza rivoluzionaria della parola, sembrano incidere sull’immaginario per un tempo troppo breve. Perché ormai il libro si è consumato e corroso nella perdita di valenza culturale: non è solo l’oggetto-merce disposto nella vetrina di una libreria, è divenuto ormai l’immagine povera di se stesso, giunto a uno stadio di mercificazione tale che si è dissolto, sublimato.

 

Non si è riflettuto abbastanza, a mio parere, sulla possibilità di saldare in una sola ragione due crisi parallele ma mutuamente scambiabili: la crisi del linguaggio poetico e la crisi della critica letteraria. Entrambe le discipline (sarebbe opportuno parlare di forme), divise probabilmente solo dalla storia della rispettiva tradizione, vengono oggi relegate alla nicchia degli specialisti e degli amatori. Se la poesia riesce a sopravvivere nei reading all’aperto, non senza qualche eccesso di spettacolarizzazione della parola, e ha un pubblico identificabile nelle congreghe degli appassionati o addirittura nelle sette, la critica letteraria è un mondo ormai frequentato solo da coloro i quali attendono l’uscita di un ulteriore libro che ne descriva il fallimento (rigorosamente senza proposta finale, senza nome e cognome dei colpevoli).

 

Eppure critica e poesia hanno rappresentato, nella civiltà del nostro umanesimo, la capacità dell’uomo, attraverso la letteratura, di andare oltre la letteratura, di praticare un giudizio di valore sul mondo, sulla vita, nel senso di una vera e propria militanza fatta di pensieri e azioni. Se la critica è stata la culla delle idee, la poesia ne ha vissuto sulla pelle i problemi. Il linguaggio poetico è l’unico che riesce a resistere alla sua stessa mercificazione, a costo di essere vetusto, di non corrispondere amorosamente al tempo in cui vive. Perché, è stato detto, capace di rendere meglio di qualunque altra arte la negazione, di esprimerne concettualmente le falle, gli inferni e le angosce. Quasi allo stesso modo, la critica dimentica di imparare dalla poesia: più portata a convivere con i tempi, essa si illude di poter far a meno del contrasto, del conflitto.

 

Ma ogni libertà, diceva Adorno, è strettamente legata alla non-libertà. Si ritiene da più parti che, proprio nel momento in cui la poesia (la critica) vive la subalternità del mercato, proprio nel momento in cui la poesia non viene letta, proprio nel momento in cui, cioè, qualsiasi autore (qualsiasi critico) è libero di sperimentare nel suo laboratorio di artigiano, la parola possa trovare quella risoluzione sperata e riproporsi all’attenzione del pubblico per l’ennesima volta come arte e come progetto. Come costruire questo nuovo pubblico non è dato saperlo. C’è il sospetto che l’estrema libertà del poeta contemporaneo sia una nuova ed autentica prigione dorata. All’insegna del narcisismo e dell’autoreferenzialità. Dal canto suo, anche il critico sa costruirsi bene le sue celle: pescando nel supermercato dei metodi, rifugiandosi nella sicurezza della filologia (proprio nel momento in cui la scrittura al pc distrugge la critica delle varianti e dei rimasugli), compiacendosi di storicizzare l’ultima ondata di narratori, sotto l’egida di una nuova collana editoriale, o al massimo tracciando grandi quadri sintetici o parabole sul tempo presente, con lo scopo di dire io e non più noi.

 

Francamente, se la dissociazione e la cancellazione del referente sociale sono frutto del neocapitalismo, se la critica e la poesia vivono ancora oggi il peso di una condizione che è prima di tutto sociale, civile ed economica, parlare di una mutazione imminente significherebbe parlare dell’entrata in gioco di un nuovo o comunque diverso modo di produzione economico, o addirittura di un avvento della dissoluzione del capitalismo stesso. Il che pare poco realistico.

 

Che destino dunque per la poesia, la critica e le altre arti in generale? Non potendo lavorare direttamente sulla struttura economica dei nostri tempi, non potendo cioè prolungare il nostro sguardo verso utopie salvifiche, dobbiamo sforzarci, nella specificità ineliminabile dei nostri strumenti, di adoperare modi e ritmi corrisposti per la costruzione di una strategia comune. Alimentando il dibattito, rendendo possibile l’idea che si possa approdare al cambiamento agendo sulle idee, rigettando qualsiasi teoria che non metta al centro la possibilità umana di un’alternativa: ritenendo sempre e comunque che la poesia, la critica, la letteratura sono prodotti storici, in quanto umani, e cioè tendenti sempre a una forma di collettività. Ricostruire il noi per poter dire nuovamente io: questo l’obiettivo, scommettendo sui testi che già lo identificano e lo sublimano come risoluzione immaginaria a una contraddizione materiale, immanente.

 

Ps: Il testo è già apparso in Capoverso, n. 15, gennaio-giugno 2008, pp. 76-79, con il titolo Modesti pensieri sulla crisi della critica letteraria (e della poesia).

Nell'immagine, la copertina dell'edizione dei Meridiani Mondadori dedicata alle opere di Franco Fortini.

 

Marco Gatto

 

(www.excursus.org, anno II, n. 10, maggio 2010)

 

  

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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