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Giunti ormai a
quindici anni dalla pubblicazione di Notizie
dalla crisi di Cesare Segre (Einaudi, 1993),
dopo dibattiti e libri sullo stato irrevocabilmente
d’emergenza della critica letteraria in Italia, pare
giunto il momento di accantonare i consueti bilanci
per approdare a una serie di proposte concrete per
il rilancio della tradizione umanistica. Ma il
destino di una disciplina che ha il compito di
scegliere, proporre, selezionare e attualizzare il
sapere del testo è in modo indissolubile legato al
suo oggetto di partenza, la letteratura.
Dopo i tentativi
dello strutturalismo di alimentare il mito della
letterarietà e una nuova, quanto inutile,
dissociazione fra testo e non-testo, col risultato,
almeno in Italia, della nascita di un accademismo
specialistico che ha elevato la filologia, da
disciplina ancella qual era, a forma mentis di
qualunque interpretazione, si è assistito allo
sbilanciamento sulla figura del lettore – una nuova
sociologia delle attese, una sorta di mappatura
delle emozioni, un rinnovato interesse per l’etica
della lettura che ha fatto parlare di incontro col
testo, di matrimoni con l’autore –, per finire ora
alla ricerca esasperata di una sintesi che tenga
insieme lo studio del testo con la sua fruizione. È
vero che la nostra letteratura contemporanea non
aiuta la critica militante; ma è pure verissimo che,
in uno stato d’emergenza come il nostro, in cui le
scritture narcisistiche disegnano un paesaggio di
monadi totalmente assorbite dal sistema-mercato
della nostra editoria, la critica dovrebbe trovare
il terreno di lotta privilegiato, riabilitare la sua
vecchia funzione di inesausta comprensione
dell’esistente. È accaduto, però, che la stessa
teoria letteraria, vecchio supporto di idee e
metodi, sia divenuta, acquisendo una valenza
“demoniaca”, un genere letterario a sé, incapace di
dialogare con i testi e di offrire proposte
interpretative.
Probabilmente
l’Italia è il paese in cui lo scollamento fra
critica e pubblico si è sentito maggiormente. La
scomparsa della funzione civile ha creato sì sacche
di resistenza, ma l’alternativa si è vista
risucchiata da un sistema mass-mediatico, vicario
dello strano e già marcio neocapitalismo della
penisola, in cui l’assorbimento di qualunque
opposizione e di qualsivoglia contraddizione è
divenuto regola. Già Fortini parlava, nei saggi di
Verifica dei poteri, di una capacità cieca
del modo di produzione capitalistico di riuscire a
tenere a freno le potenziali vie di uscita dallo
sfruttamento del mercato. Il risultato è visibile
nella nostra editoria, dove opere valide perdono la
loro qualità nell’incontro stesso col mercato,
venendo assorbite da un circolo vizioso di cui fa
parte anche l’interessamento dei critici
istituzionali su quotidiani a grossa tiratura. Alla
figura del critico si è sostituita quella del
padrino, e allo stesso modo alla scomparsa
dell’elzeviro è corrisposta la nascita della
scrittura giornalistica en artiste, della
recensione idolatrante, dell’intervista stupita, del
capolavoro gridato a piena voce.
Non che la
situazione delle altre arti sia migliore – basti
pensare al destino della musica classica, alla
continua migrazione dei nostri compositori verso
altre terre, in un paese incapace di sostenere gli
artisti; alle lunghe polemiche che s’agitano
ogniqualvolta si allestisce un’opera lirica nei
nostri teatri (pensiamo al grido di dolore della
Scala di qualche giorno fa); all’inefficienza di una
politica culturale ormai priva di qualunque progetto
a grande respiro. Quel che stupisce – e quel che ne
caviamo – è che la postmodernità ha avuto il
risultato (per altri, il pregio) di rompere con la
tradizione: e ciò non può che voler dire rottura con
la memoria storica, con gli insegnamenti del
passato, istituzionalizzazione dell’orfanezza. Di
fronte allo strapotere del mercato, alla
cannibalizzazione della letteratura, che senza
comprendere lo stato di cose presente manca di
comprendere se stessa e il suo fine, e di fronte
all’occultamento giornaliero delle ragioni vere e
reali di una vita intellettuale mediocre e
insopportabile, di una scuola incapace di offrire le
basi di un sapere condiviso, suona strana qualsiasi
dichiarazione di fine della postmodernità.
La tentazione
apocalittica cresce. Le fa compagnia l’impossibilità
di grandi modelli: non necessariamente grandi
narrazioni, anche soltanto idee a lungo raggio,
proposte costruttive che sappiano in qualche modo
rendere pensabile la totalità. I tentativi di
rappresentare attraverso l’immaginario le grandi
sconfitte dell’umanità, le guerre di civiltà, le
guerre senza ragione, e di proiettare sullo sfondo
una qualche risoluzione utopica, vengono ormai
fagocitati e resi nulli. Da chi? Da cosa? I bagliori
di un rinnovato modernismo, di una letteratura che
sappia proporsi come progetto guardando all’uomo e
alla sua materialità di essere umano, le creazioni,
cioè, di coloro i quali credono fermamente nella
forza rivoluzionaria della parola, sembrano incidere
sull’immaginario per un tempo troppo breve. Perché
ormai il libro si è consumato e corroso nella
perdita di valenza culturale: non è solo
l’oggetto-merce disposto nella vetrina di una
libreria, è divenuto ormai l’immagine povera di se
stesso, giunto a uno stadio di mercificazione tale
che si è dissolto, sublimato.
Non si è riflettuto
abbastanza, a mio parere, sulla possibilità di
saldare in una sola ragione due crisi parallele ma
mutuamente scambiabili: la crisi del linguaggio
poetico e la crisi della critica letteraria.
Entrambe le discipline (sarebbe opportuno parlare di
forme), divise probabilmente solo dalla storia della
rispettiva tradizione, vengono oggi relegate alla
nicchia degli specialisti e degli amatori. Se la
poesia riesce a sopravvivere nei reading all’aperto,
non senza qualche eccesso di spettacolarizzazione
della parola, e ha un pubblico identificabile nelle
congreghe degli appassionati o addirittura nelle
sette, la critica letteraria è un mondo ormai
frequentato solo da coloro i quali attendono
l’uscita di un ulteriore libro che ne descriva il
fallimento (rigorosamente senza proposta finale,
senza nome e cognome dei colpevoli).
Eppure critica e
poesia hanno rappresentato, nella civiltà del nostro
umanesimo, la capacità dell’uomo, attraverso la
letteratura, di andare oltre la letteratura, di
praticare un giudizio di valore sul mondo, sulla
vita, nel senso di una vera e propria militanza
fatta di pensieri e azioni. Se la critica è stata la
culla delle idee, la poesia ne ha vissuto sulla
pelle i problemi. Il linguaggio poetico è l’unico
che riesce a resistere alla sua stessa
mercificazione, a costo di essere vetusto, di non
corrispondere amorosamente al tempo in cui vive.
Perché, è stato detto, capace di rendere meglio di
qualunque altra arte la negazione, di esprimerne
concettualmente le falle, gli inferni e le angosce.
Quasi allo stesso modo, la critica dimentica di
imparare dalla poesia: più portata a convivere con i
tempi, essa si illude di poter far a meno del
contrasto, del conflitto.
Ma ogni libertà,
diceva Adorno, è strettamente legata alla
non-libertà. Si ritiene da più parti che, proprio
nel momento in cui la poesia (la critica) vive la
subalternità del mercato, proprio nel momento in cui
la poesia non viene letta, proprio nel momento in
cui, cioè, qualsiasi autore (qualsiasi critico) è
libero di sperimentare nel suo laboratorio di
artigiano, la parola possa trovare quella
risoluzione sperata e riproporsi all’attenzione del
pubblico per l’ennesima volta come arte e come
progetto. Come costruire questo nuovo pubblico non è
dato saperlo. C’è il sospetto che l’estrema libertà
del poeta contemporaneo sia una nuova ed autentica
prigione dorata. All’insegna del narcisismo e
dell’autoreferenzialità. Dal canto suo, anche il
critico sa costruirsi bene le sue celle: pescando
nel supermercato dei metodi, rifugiandosi nella
sicurezza della filologia (proprio nel momento in
cui la scrittura al pc distrugge la critica delle
varianti e dei rimasugli), compiacendosi di
storicizzare l’ultima ondata di narratori, sotto
l’egida di una nuova collana editoriale, o al
massimo tracciando grandi quadri sintetici o
parabole sul tempo presente, con lo scopo di dire io
e non più noi.
Francamente, se la
dissociazione e la cancellazione del referente
sociale sono frutto del neocapitalismo, se la
critica e la poesia vivono ancora oggi il peso di
una condizione che è prima di tutto sociale, civile
ed economica, parlare di una mutazione imminente
significherebbe parlare dell’entrata in gioco di un
nuovo o comunque diverso modo di produzione
economico, o addirittura di un avvento della
dissoluzione del capitalismo stesso. Il che pare
poco realistico.
Che destino dunque
per la poesia, la critica e le altre arti in
generale? Non potendo lavorare direttamente sulla
struttura economica dei nostri tempi, non potendo
cioè prolungare il nostro sguardo verso utopie
salvifiche, dobbiamo sforzarci, nella specificità
ineliminabile dei nostri strumenti, di adoperare
modi e ritmi corrisposti per la costruzione di una
strategia comune. Alimentando il dibattito, rendendo
possibile l’idea che si possa approdare al
cambiamento agendo sulle idee, rigettando qualsiasi
teoria che non metta al centro la possibilità umana
di un’alternativa: ritenendo sempre e comunque che
la poesia, la critica, la letteratura sono prodotti
storici, in quanto umani, e cioè tendenti sempre a
una forma di collettività. Ricostruire il noi per
poter dire nuovamente io: questo l’obiettivo,
scommettendo sui testi che già lo identificano e lo
sublimano come risoluzione immaginaria a una
contraddizione materiale, immanente.
Ps: Il testo è
già apparso in
Capoverso, n.
15, gennaio-giugno 2008, pp. 76-79, con il titolo
Modesti pensieri sulla crisi della critica
letteraria (e della poesia).
Nell'immagine,
la copertina dell'edizione dei Meridiani Mondadori
dedicata alle opere di Franco Fortini.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
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