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Autore ormai
canonico, dipinto come il nuovo esempio di
maledettismo contemporaneo, scrittore che non ha mai
smesso di alimentare le estenuanti discussioni sulla
sua qualità letteraria attraverso lo scandalo o la
dichiarazione improvvisa, Michel Houellebecq ha
raggiunto anche in Italia un grado di notorietà
indiscutibile. Un successo frutto senz’altro della
urlata specificità dei suoi romanzi, radicalmente
impegnati in una cartografia degli eccessi
occidentali (in campo non solo sessuale, persino in
quello speculativo), eppure pronti, più intimamente,
a essere dell’Occidente un atto d’accusa senza
precedenti.
Da Le particelle
elementari fino a Piattaforma, dall’Estensione
del dominio della lotta fino a La possibilità
di un’isola, Houellebecq ha proposto una visione
a tinte fosche della nostra contemporaneità,
inscenando il suo punto di vista spesso non
accettabile, in tutto e per tutto fuori dai canoni,
e battendo la strada dell’eccedenza, in questo degno
interprete ed erede della linea Sade-Bataille.
Ora Bompiani decide
di presentare al lettore italiano l’opera poetica
dello scrittore francese (un primo esemplare, Il
senso della lotta, aveva visto la luce nel 2000
ed oggi è praticamente introvabile), necessario
corollario alla comprensione della vicenda autoriale
o, quantomeno, pendant indispensabile per chi
voglia conoscere l’universo di Houellebecq, non
senza, per il suo estimatore, qualche sorpresa non
sempre positiva. Sono quattro, ad ogni modo, i libri
raccolti in La ricerca della felicità (pp.
384, € 18,00), con un’utile quanto appassionata
Postfazione di Stefano Barillari: Rester
Vivant suivi de La Poursuite du Bonheur (1997),
Interventions (1998), Renaissance
(1999), Prise de contrôle sur Numéris, Cieux
vides e La fête (entrambi del 1998) – non
solo brani poetici, ma illuminazioni, riflessioni
sulla poesia, scritti di critica poetica.
Lungi dal voler qui
tentare un’interpretazione a tutto campo e un
raffronto storicistico con l’attività preponderante
di Houellebecq, quella di romanziere, si può dire
che le poesie racchiudano, in un modo persino troppo
evidente, tutta la filosofia antiprogressista, ma
non per questo nichilista, e intimamente reazionaria
che ispira la sua opera. Restare vivi, per il
poeta, è lo sforzo da pagare per rendersi
consapevole dell’estrema irrisorietà dell’esistenza:
la fonte di qualsiasi discorso poetico e di
qualsiasi attività in versi è la sofferenza, giacché
il mondo stesso «è una sofferenza dispiegata» e «Il
primo passo poetico consiste nel risalire
all’origine. Cioè: alla sofferenza» (p. 9). Ne
emerge un’antropologia negativa, che tende a
individuare nella libertà la causa del disordine
contemporaneo: è essenziale, pertanto, la misura, la
prigionia della forma, ciò che renda in qualche modo
chi scrive succube della norma.
Eppure i brani
poetici di Houellebecq tutto sono fuorché modelli
formali regolari: scanditi in quartine o in terzine,
ricalcano la forma del verso libero, svincolando il
testo da qualsiasi tentazione rimica; l’unica norma
è quella di rimanere il più possibile all’interno
del verso stesso, ritrarre il pensiero in un estremo
attimo sintetico. Houellebecq, insomma, tradisce il
suo essere prosatore anche nella poesia. Valga solo
questo esempio: «Il mattino ero chiaro e
assolutamente bello; / volevi salvaguardare la tua
libertà. / Ti aspettavo guardando gli uccelli: /
qualunque cosa faccia, ci sarebbe sofferenza» (Una
sensazione di freddo, p. 56).
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno II, n. 7, febbraio 2010)
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