Anno I             n. 5                    Dicembre 2009

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      HOME        CHI SIAMO         IN ARRIVO         COLLABORA          LINK AMICI          ARCHIVIO      

 

 

Poesia

 

Insidie della lacerazione

nell'arte di Ottavio Fatica

 di Marco Gatto

 

Note sulla silloge d'esordio, edita

 da Einaudi nella Serie Bianca:

 tra volontà di sperimentazione

 e illusione di una proposta civile

 

  

 

   Leggi l'articolo in PDF

 

È un libro scisso e forse volutamente lacerato quello d’esordio di Ottavio Fatica, intitolato Le omissioni (pp. 88, € 10,00) e proposto dalla nostra maggiore collana di poesia italiana, la “bianca” Einaudi. Scisso perché ancora non giunto a maturazione è il cammino di un poeta che, se da un lato spesso si perde nel gusto postmodernistico della citazione colta, e gioca a costruire una serie di rimandi che ne fanno, prima di tutto, un lettore sensibile alla migliore produzione del recente Novecento – quella, per intenderci, che da Montale arriva fino a Zanzotto –, dall’altro lavora per introiettare nel gioco linguistico una realtà che gli appare irrimediabilmente lontana e inafferrabile, o almeno non facilmente dicibile, e aspira dunque a porsi come poeta, per così dire, civile.

 

Lo stile di Fatica è spesso ampolloso, antisintetico, fortemente letterario; pone l’accento sulla simmetria delle parole, sulla loro trasformazione, sul loro movimento e mutamento, tanto che il lettore si trova spesso prigioniero di un vortice di accorgimenti retorici, parodici e citazionali che sottraggono la possibilità di orientarsi. Figurazione di un marasma linguistico che si trova ancora a un livello primario di ricerca e di esperimento è, ad esempio, la tendenza virtuosistica all’accumulo e alla ripetizione («Lo scorrere del sangue ha un verso / che è del tempo qui la prima volta / ho assaporato il sangue del mio stesso sangue / quando ho inteso reclamare a viva voce / quella libbra di carne viva dalla vita / impura perdita», Largo del corpo di Napoli, p. 11, vv. 10-15); oppure, lo si diceva, il tentativo non spesso riuscito di parodizzare il passato bruciandolo sul terreno del presente (così rivivono alcune note domande petrarchesche, «è un censimento / il tuo? che fai? che pensi? di’ / di’ no // che aspetti?», in Un pieno di, p. 10, vv. 19-22; si ripropongono le «cimase» di montaliana memoria, in Un cielo tutto sgorbi sbaffi immobile, p. 14, v. 19; senza che tutto ciò aspiri a diventare un insegnamento, perdendosi in un reticolo testuale sempre più complesso).

 

L’idea che sta alla base del libro è presto detta nella poesia di apertura, Celidonia o La risma, dove lo scrivere è in qualche modo associato a un’illusione, o meglio a una condizione di esilio, qual è quella del poeta nella società contemporanea (lo stesso tema si ritrova nel primo Magrelli e in altri poeti esordienti nella postmodernità, pronti a non rinunciare al proprio mestiere di scrittori, pur nella marginalità cui la fine dell’umanesimo li relega): accumulate le carte «sullo scrittoio», a costituire «un catafascio di poesie una risma», esse saranno ancora una volta vittima della loro inutilità, espressioni di una «bianca muta tastiera faticata / a vuoto per un niente», largamente superate, nella loro impossibilità di proporsi come modello, come insegnamento, come espressione di un senso, dall’«occhio ustorio» della Storia (nuova citazione da Montale, Nuove stanze). E per tale motivo – un motivo che associa nuovamente Fatica a tutti i poeti postmoderni italiani, ormai disillusi di fronte alle potenzialità di un linguaggio espressione di un mondo ormai lontano – la poesia resta un luogo esclusivo del soggetto, del poeta, della letteratura, una panacea, una terapia che salvaguarda il proprio irriducibile essere individuale: «Una pietra sopra /come unica cura» (nuovo ammiccamento citazionale a Calvino?); «E sotto questa pietra in questo luogo / che non ha luogo come sempre sto per tutto quello che non è ma è sempre stato contro / tutto quello che è e non è mai stato» (vv. 3, 11, 20, 8, 13-14).

 

Seppure in uno stile che non veicola facilmente il linguaggio, e che rischia di creare scissioni debordanti tra contenuto e forma, Fatica di certo non sbaglia la diagnosi, specie quando la radicalizza ulteriormente («nella decrepitudine dell’arte sono io / il vero residuo», La vena, p. 31, vv. 5-6): la poesia diventa, in una società che la rigetta, esclusivo spazio soggettivo. Ma invece di problematizzare questa condizione, il poeta si immette in due corsie rischiose quanto inutili, che non possono valere come proposta esemplare, e dunque confermano lo stato di emergenza in cui versa la letteratura: da un lato, rinchiude il proprio mestiere di scrittore nel reame della letteratura, finendo per proporre una sorta di misticismo della parola (ne sia testimonianza Parola indivisa parola, p. 39) e un’iconicità della propria impossibilità poetica, espressa nelle figure della differenza e della ripetizione; dall’altro, non riesce a celare la propria volontà di immettere artificialmente la realtà nel linguaggio, facendola entrare dalla porta secondaria della storia e della cronaca, cosicché il libro inclina verso una contraddizione palese che lascia il lettore ancora una volta schiavo di un labirinto testuale costituito da inserzioni pseudorealistiche non meglio sedimentate nel dettato poetico, alla stregua di non riuscito “effetto-reale”. Si legga, ad esempio, Le lacrime in natura, dove all’improvviso e tra parentesi tonde appare «il mafioso più ricercato latita / nel cuore del suo cuore a Corleone» (p. 55, vv. 9-10). E tutto ciò raggiunge risultati più problematici quando, fuori dal riferimento esplicito, Fatica si sforza di cantare, col suo stile fin troppo educato e artificiale, il dramma di una Malaterra: «C’è un posto in terra / non travagliato dalle nostre mire? / Dov’è una plaga senza un contrassegno / di civiltà scarificato sulla pelle? / Quale fine assegnare a tanto strazio / quando non c’è nessuno da porre sotto accusa / solo complici. Le scorie bruciano. Brilla la storia / il cielo si scoperchia e piove pioggia acida. / La coda della storia va a cacciarsi nelle fauci / del serpente e il cerchio si sigilla?» (Altre voci dal Colle, p. 50, vv. 7-16).

 

Insomma, Le omissioni è un libro valido perché problematico, un sintomo della difficoltà in cui versa il poeta oggi; ma possiamo forse aspettarci di più da un’arte che stenta a presentare se stessa come credibile? E, dunque, per quale motivo sforzarsi di ripresentare una diagnosi che appare ormai irreversibile? Possiamo oggi chiedere alla poesia di continuare a essere ciò che nel passato è stata? Se il poeta Fatica ci spinge a riformulare questioni ormai antiche, è anche vero che non ci aiuta a trovare una risposta.    

 

Marco Gatto

 

(www.excursus.org, anno I, n. 5, dicembre 2009)

 

 

                       

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia