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È un libro scisso e
forse volutamente lacerato quello d’esordio di
Ottavio Fatica, intitolato Le omissioni (pp.
88, € 10,00) e proposto dalla nostra maggiore
collana di poesia italiana, la “bianca” Einaudi.
Scisso perché ancora non giunto a maturazione è il
cammino di un poeta che, se da un lato spesso si
perde nel gusto postmodernistico della citazione
colta, e gioca a costruire una serie di rimandi che
ne fanno, prima di tutto, un lettore sensibile alla
migliore produzione del recente Novecento – quella,
per intenderci, che da Montale arriva fino a
Zanzotto –, dall’altro lavora per introiettare nel
gioco linguistico una realtà che gli appare
irrimediabilmente lontana e inafferrabile, o almeno
non facilmente dicibile, e aspira dunque a porsi
come poeta, per così dire, civile.
Lo stile di Fatica
è spesso ampolloso, antisintetico, fortemente
letterario; pone l’accento sulla simmetria delle
parole, sulla loro trasformazione, sul loro
movimento e mutamento, tanto che il lettore si trova
spesso prigioniero di un vortice di accorgimenti
retorici, parodici e citazionali che sottraggono la
possibilità di orientarsi. Figurazione di un marasma
linguistico che si trova ancora a un livello
primario di ricerca e di esperimento è, ad esempio,
la tendenza virtuosistica all’accumulo e alla
ripetizione («Lo scorrere del sangue ha un verso /
che è del tempo qui la prima volta / ho assaporato
il sangue del mio stesso sangue / quando ho inteso
reclamare a viva voce / quella libbra di carne viva
dalla vita / impura perdita», Largo del corpo di
Napoli, p. 11, vv. 10-15); oppure, lo si diceva,
il tentativo non spesso riuscito di parodizzare il
passato bruciandolo sul terreno del presente (così
rivivono alcune note domande petrarchesche, «è un
censimento / il tuo? che fai? che pensi? di’ / di’
no // che aspetti?», in Un pieno di, p. 10,
vv. 19-22; si ripropongono le «cimase» di montaliana
memoria, in Un cielo tutto sgorbi sbaffi immobile,
p. 14, v. 19; senza che tutto ciò aspiri a diventare
un insegnamento, perdendosi in un reticolo testuale
sempre più complesso).
L’idea che sta alla
base del libro è presto detta nella poesia di
apertura, Celidonia o La risma, dove lo
scrivere è in qualche modo associato a un’illusione,
o meglio a una condizione di esilio, qual è quella
del poeta nella società contemporanea (lo stesso
tema si ritrova nel primo Magrelli e in altri poeti
esordienti nella postmodernità, pronti a non
rinunciare al proprio mestiere di scrittori, pur
nella marginalità cui la fine dell’umanesimo li
relega): accumulate le carte «sullo scrittoio», a
costituire «un catafascio di poesie una risma», esse
saranno ancora una volta vittima della loro
inutilità, espressioni di una «bianca muta tastiera
faticata / a vuoto per un niente», largamente
superate, nella loro impossibilità di proporsi come
modello, come insegnamento, come espressione di un
senso, dall’«occhio ustorio» della Storia (nuova
citazione da Montale, Nuove stanze). E per
tale motivo – un motivo che associa nuovamente
Fatica a tutti i poeti postmoderni italiani, ormai
disillusi di fronte alle potenzialità di un
linguaggio espressione di un mondo ormai lontano –
la poesia resta un luogo esclusivo del soggetto, del
poeta, della letteratura, una panacea, una terapia
che salvaguarda il proprio irriducibile essere
individuale: «Una pietra sopra /come unica cura»
(nuovo ammiccamento citazionale a Calvino?); «E
sotto questa pietra in questo luogo / che non ha
luogo come sempre sto per tutto quello che non è ma
è sempre stato contro / tutto quello che è e non è
mai stato» (vv. 3, 11, 20, 8, 13-14).
Seppure in uno
stile che non veicola facilmente il linguaggio, e
che rischia di creare scissioni debordanti tra
contenuto e forma, Fatica di certo non sbaglia la
diagnosi, specie quando la radicalizza ulteriormente
(«nella decrepitudine dell’arte sono io / il vero
residuo», La vena, p. 31, vv. 5-6): la poesia
diventa, in una società che la rigetta, esclusivo
spazio soggettivo. Ma invece di problematizzare
questa condizione, il poeta si immette in due corsie
rischiose quanto inutili, che non possono valere
come proposta esemplare, e dunque confermano lo
stato di emergenza in cui versa la letteratura: da
un lato, rinchiude il proprio mestiere di scrittore
nel reame della letteratura, finendo per proporre
una sorta di misticismo della parola (ne sia
testimonianza Parola indivisa parola, p. 39)
e un’iconicità della propria impossibilità poetica,
espressa nelle figure della differenza e della
ripetizione; dall’altro, non riesce a celare la
propria volontà di immettere artificialmente la
realtà nel linguaggio, facendola entrare dalla porta
secondaria della storia e della cronaca, cosicché il
libro inclina verso una contraddizione palese che
lascia il lettore ancora una volta schiavo di un
labirinto testuale costituito da inserzioni
pseudorealistiche non meglio sedimentate nel dettato
poetico, alla stregua di non riuscito
“effetto-reale”. Si legga, ad esempio, Le lacrime
in natura, dove all’improvviso e tra parentesi
tonde appare «il mafioso più ricercato latita / nel
cuore del suo cuore a Corleone» (p. 55, vv. 9-10). E
tutto ciò raggiunge risultati più problematici
quando, fuori dal riferimento esplicito, Fatica si
sforza di cantare, col suo stile fin troppo educato
e artificiale, il dramma di una Malaterra:
«C’è un posto in terra / non travagliato dalle
nostre mire? / Dov’è una plaga senza un contrassegno
/ di civiltà scarificato sulla pelle? / Quale fine
assegnare a tanto strazio / quando non c’è nessuno
da porre sotto accusa / solo complici. Le scorie
bruciano. Brilla la storia / il cielo si scoperchia
e piove pioggia acida. / La coda della storia va a
cacciarsi nelle fauci / del serpente e il cerchio si
sigilla?» (Altre voci dal Colle, p. 50, vv.
7-16).
Insomma, Le
omissioni è un libro valido perché problematico,
un sintomo della difficoltà in cui versa il poeta
oggi; ma possiamo forse aspettarci di più da un’arte
che stenta a presentare se stessa come credibile? E,
dunque, per quale motivo sforzarsi di ripresentare
una diagnosi che appare ormai irreversibile?
Possiamo oggi chiedere alla poesia di continuare a
essere ciò che nel passato è stata? Se il poeta
Fatica ci spinge a riformulare questioni ormai
antiche, è anche vero che non ci aiuta a trovare una
risposta.
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno I, n. 5, dicembre 2009)
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