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Con la sua ultima
raccolta di versi, Codice terrestre (Edizioni
La Vita Felice, € 12,00), la poetessa milanese
Gabriela Fantato ha certamente raggiunto un
obiettivo importante: integrare, riassumere e
portare a un parziale e apparente compimento gli
interrogativi che l’hanno accompagnata nelle
precedenti prove poetiche e che concernevano,
specialmente, il rapporto tra l’identità mutevole
del poeta e l’altrettanto cangiante fisionomia della
storia comune a tutti. Un libro di sperata sintesi,
pertanto, che lascia trasparire anche nella scelta
della forma deputata a esprimere una misura
compiutamente civile – vale a dire, il poemetto – il
travaglio di un’inarrivabile unità artistica, una
dissociazione trasparente tra il soggetto scrivente
e la società.
L’intero libro
fonda la sua ragione d’essere su una stratificazione
diversificata del tema identitario, da una
prospettiva che solleva il punto di vista da una
contingenza sociale e lo colloca nel solco del
memoriale interiore. Non c’è in Codice terrestre,
come del resto nei libri della Fantato che lo
precedono, alcuna tentazione sociologica o alcuna
professione non taciuta di impegno: la poetessa,
sola con il suo destino, problematizza il nodo della
sua identità e lo spiattella in contrasto alla furia
dei tempi; la scrittura registra, in qualche modo,
il trapasso a un’età adulta che si presenta
anzitutto come perdita, sconfitta, totale chiusura
nel mondo egoistico dell’Io e dei suoi spettri;
dall’«età prima che nomina / e divide» del poemetto
iniziale (Una geometria, forse, vv. 5-6) si
passa a quel che resta, che rimane avvinghiato a una
realtà che non si lascia afferrare e che, pur
mobile, appare senza vita. Restare è forse il
verbo che sintetizza, per la Fantato, la condizione
odierna del poeta, passivo e inevitabilmente
autistico nella dannazione della sua irriducibile
individualità (e forse il palinsesto qui è appunto
il Montale di Stanze: «La dannazione / è
forse questa vaneggiante amara / oscurità che scende
su chi resta»). Essere poeti oggi significa
rivolgersi a quel poco che è rimasto, scrivere per
quei pochi che designano il «perimetro» geometrico
del fare poesia, come lascia capire la poetessa nel
brano che chiude la raccolta, intitolato Ai pochi.
Si potrebbe pensare
a una poesia della rassegnazione. Tuttavia, nella
costante e corporale anamnesi di luoghi fatti
persone che hanno contribuito al formarsi della
propria identità, la Fantato rintraccia
l’essenzialità della sua ricerca: vale a dire lo
sforzo di costruire una possibile geometria
individuale dell’esistere, tale da poterle
giustificare anche quegli slanci utopici che
costellano il libro o quella sperata ricongiunzione
con l’Altro. È solo dopo la precisione del «taglio»
– altra parola che ricorre nel testo – ovvero del
colpo netto dell’espressione poetica che incide,
designa e individua il proprio essere nel mondo, che
si può sperare di condividere un significato, di
trasvolare verso un’affermazione comune della vita
(vedi ad esempio gli ultimi versi de l’invito).
Anima queste pagine un’insopprimibile tensione –
sarebbe meglio dire ostinazione – a un ordine che
appare inafferrabile e che deve riguardare, prima di
tutto, il soggetto per unificarlo e tentare di
trasformarlo in un’arma di senso, fuori dal
nichilismo conoscitivo di una poesia che rimarrebbe,
altrimenti, su se stessa. Così, ancora citando
Montale, la poetessa in Per un addio: «Forse
un mattino tutto sarà chiaro, / sarà un ordine nella
testa / pronta al colpo – sottomessa / come l’ape al
miele. // Forse sarà tutto chiaro, una sera come
tante e verrà la fine / nel giro di poche ore» (vv.
52-58). E non è certamente un caso che in questa
ricerca della propria ragione d’esistere, l’ultima
barriera oltre la quale rintracciare la compiutezza
materiale del senso sia appunto il corpo. La sua
spazialità è l’essenza stessa del corpo, mostrò
Maurice Merleau-Ponty nel lontano 1945 (Fenomenologia
della percezione, Milano, Bompiani, 2003, pp.
212-213 e sgg.), e all’intima connessione che si
instaura tra la ricerca dell’esattezza linguistica e
poetica che designa lo spazio delle nostre azioni e
tra la corporeità che proprio quello spazio riempie,
mi pare la poetessa possa alludere quando scrive:
«Se potessi afferrare quello spazio / dove lo zigomo
si fa angolo / e una fuga / potrei trovare le parole
/ per dirti che anch’io lo sento / – l’addio che non
si dice e viene» (Nel gesto incompiuto, vv.
1-6). Senza aggiungere che è proprio tale corporeità
che permette alla poesia di non trasformarsi in mera
declinazione lirica dell’individualità, la fisicità
essendo un’iniezione positiva di materialità
condivisa.
Una così precisa
individuazione del proprio vissuto poetico potrebbe
far sorgere qualche perplessità. Ed effettivamente
il rischio che si intravede in tutto Codice
terrestre, pur nella bellezza riuscita di molti
componimenti e nella tensione lirica, mai
esorbitante, che modella il dettato, sta
nell’indugiare troppo nell’autocompiacimento della
propria fisicità di parola, che probabilmente
impedisce alla Fantato di sentirsi pienamente
coinvolta nell’assunzione del proprio problematico
ruolo sociale di poetessa in un’epoca che rifiuta la
poesia. Se il libro si ferma, però, alla
constatazione di una perdita, e alla
“perimetrazione” del passato («Chiedo le parole per
designare / il perimetro / tra prima e questi anni
che si scordano», in Per un addio, vv.
101-103), non offre con forza quella che potrebbe
essere una proposta di uscita dalla crisi e che pure
nei versi trapela sommessamente: vale a dire una
prioritaria ricostruzione del proprio Io che mai
surclassi, però, il tentativo di riformulare un Noi
condiviso. Anzi, l’intero libro – ma in fondo, come
si potrebbe chiedere di più a un’arte che resiste a
se stessa? – si può dire tematizzi, non senza
meriti, l’impossibilità di non giungere a una
soluzione negativa e solipsistica, e nello stesso
tempo registri l’ampiezza sociale del suo
destinatario: quei pochi, amici di lettere che
costituiscono oggi il pubblico della poesia.
Laddove, e certamente, i versi della Fantato si
propongono come lettura non elitaria, godibile e
formativa, da indirizzare a un pubblico più vasto.
Alla ricerca di un
codice individuale di comprensione, la poetessa ha
mostrato l’amputazione di cui soffre qualsiasi
scrittore di versi nella nostra contemporaneità.
Documento di crisi, il libro della Fantato lascia
tuttavia aperta una porta verso il futuro: non è
difatti usuale poter leggere esemplari così riusciti
di poemetto – una forma che, opportunamente
investita di quel potenziale anti-sintetico che la
contraddistingue, fuori da qualsiasi pretesa di
recupero della forma chiusa, potrebbe attestare la
sua funzionalità civile, quantomeno nello sforzo di
recuperare quel pubblico che solo attende una poesia
meno chiusa in sé e più aperta al mondo; nonché
difficile poter apprezzare una tale densità figurale
e filosofica – come in alcuni versi di Città in
sotterranea, fra i più belli e incisivi della
raccolta: «Dov’è la parola? / La radice selvatica
che unisce / il tronco con le mani, / la punta al
taglio nel mio fianco / e fa una linea esatta – solo
per metà» (vv. 16-20).
Marco Gatto
Ps: Il testo è
già apparso in
Capoverso, n.
16, luglio-dicembre 2008, pp. 113-114, con il titolo
Identità e memoria individuale: sulla recente
poesia di Fantato.
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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