Anno II             n. 9                    Aprile 2010

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia

 

Gabriela Fantato: poesia

tra identità e memoria

 di Marco Gatto

 

 Riproponiamo un testo apparso

 su Capoverso, che recensisce

 l'ultima silloge della poetessa,

 per i tipi Edizioni La Vita Felice

 

  

 

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Con la sua ultima raccolta di versi, Codice terrestre (Edizioni La Vita Felice, € 12,00), la poetessa milanese Gabriela Fantato ha certamente raggiunto un obiettivo importante: integrare, riassumere e portare a un parziale e apparente compimento gli interrogativi che l’hanno accompagnata nelle precedenti prove poetiche e che concernevano, specialmente, il rapporto tra l’identità mutevole del poeta e l’altrettanto cangiante fisionomia della storia comune a tutti. Un libro di sperata sintesi, pertanto, che lascia trasparire anche nella scelta della forma deputata a esprimere una misura compiutamente civile – vale a dire, il poemetto – il travaglio di un’inarrivabile unità artistica, una dissociazione trasparente tra il soggetto scrivente e la società.

 

L’intero libro fonda la sua ragione d’essere su una stratificazione diversificata del tema identitario, da una prospettiva che solleva il punto di vista da una contingenza sociale e lo colloca nel solco del memoriale interiore. Non c’è in Codice terrestre, come del resto nei libri della Fantato che lo precedono, alcuna tentazione sociologica o alcuna professione non taciuta di impegno: la poetessa, sola con il suo destino, problematizza il nodo della sua identità e lo spiattella in contrasto alla furia dei tempi; la scrittura registra, in qualche modo, il trapasso a un’età adulta che si presenta anzitutto come perdita, sconfitta, totale chiusura nel mondo egoistico dell’Io e dei suoi spettri; dall’«età prima che nomina / e divide» del poemetto iniziale (Una geometria, forse, vv. 5-6) si passa a quel che resta, che rimane avvinghiato a una realtà che non si lascia afferrare e che, pur mobile, appare senza vita. Restare è forse il verbo che sintetizza, per la Fantato, la condizione odierna del poeta, passivo e inevitabilmente autistico nella dannazione della sua irriducibile individualità (e forse il palinsesto qui è appunto il Montale di Stanze: «La dannazione / è forse questa vaneggiante amara / oscurità che scende su chi resta»). Essere poeti oggi significa rivolgersi a quel poco che è rimasto, scrivere per quei pochi che designano il «perimetro» geometrico del fare poesia, come lascia capire la poetessa nel brano che chiude la raccolta, intitolato Ai pochi.

 

Si potrebbe pensare a una poesia della rassegnazione. Tuttavia, nella costante e corporale anamnesi di luoghi fatti persone che hanno contribuito al formarsi della propria identità, la Fantato rintraccia l’essenzialità della sua ricerca: vale a dire lo sforzo di costruire una possibile geometria individuale dell’esistere, tale da poterle giustificare anche quegli slanci utopici che costellano il libro o quella sperata ricongiunzione con l’Altro. È solo dopo la precisione del «taglio» – altra parola che ricorre nel testo – ovvero del colpo netto dell’espressione poetica che incide, designa e individua il proprio essere nel mondo, che si può sperare di condividere un significato, di trasvolare verso un’affermazione comune della vita (vedi ad esempio gli ultimi versi de l’invito). Anima queste pagine un’insopprimibile tensione – sarebbe meglio dire ostinazione – a un ordine che appare inafferrabile e che deve riguardare, prima di tutto, il soggetto per unificarlo e tentare di trasformarlo in un’arma di senso, fuori dal nichilismo conoscitivo di una poesia che rimarrebbe, altrimenti, su se stessa. Così, ancora citando Montale, la poetessa in Per un addio: «Forse un mattino tutto sarà chiaro, / sarà un ordine nella testa / pronta al colpo – sottomessa / come l’ape al miele. // Forse sarà tutto chiaro, una sera come tante e verrà la fine / nel giro di poche ore» (vv. 52-58). E non è certamente un caso che in questa ricerca della propria ragione d’esistere, l’ultima barriera oltre la quale rintracciare la compiutezza materiale del senso sia appunto il corpo. La sua spazialità è l’essenza stessa del corpo, mostrò Maurice Merleau-Ponty nel lontano 1945 (Fenomenologia della percezione, Milano, Bompiani, 2003, pp. 212-213 e sgg.), e all’intima connessione che si instaura tra la ricerca dell’esattezza linguistica e poetica che designa lo spazio delle nostre azioni e tra la corporeità che proprio quello spazio riempie, mi pare la poetessa possa alludere quando scrive: «Se potessi afferrare quello spazio / dove lo zigomo si fa angolo / e una fuga / potrei trovare le parole / per dirti che anch’io lo sento / – l’addio che non si dice e viene» (Nel gesto incompiuto, vv. 1-6). Senza aggiungere che è proprio tale corporeità che permette alla poesia di non trasformarsi in mera declinazione lirica dell’individualità, la fisicità essendo un’iniezione positiva di materialità condivisa.

 

Una così precisa individuazione del proprio vissuto poetico potrebbe far sorgere qualche perplessità. Ed effettivamente il rischio che si intravede in tutto  Codice terrestre, pur nella bellezza riuscita di molti componimenti e nella tensione lirica, mai esorbitante, che modella il dettato, sta nell’indugiare troppo nell’autocompiacimento della propria fisicità di parola, che probabilmente impedisce alla Fantato di sentirsi pienamente coinvolta nell’assunzione del proprio problematico ruolo sociale di poetessa in un’epoca che rifiuta la poesia. Se il libro si ferma, però, alla constatazione di una perdita, e alla “perimetrazione” del passato («Chiedo le parole per designare / il perimetro / tra prima e questi anni che si scordano», in Per un addio, vv. 101-103), non offre con forza quella che potrebbe essere una proposta di uscita dalla crisi e che pure nei versi trapela sommessamente: vale a dire una prioritaria ricostruzione del proprio Io che mai surclassi, però, il tentativo di riformulare un Noi condiviso. Anzi, l’intero libro – ma in fondo, come si potrebbe chiedere di più a un’arte che resiste a se stessa? – si può dire tematizzi, non senza meriti, l’impossibilità di non giungere a una soluzione negativa e solipsistica, e nello stesso tempo registri l’ampiezza sociale del suo destinatario: quei pochi, amici di lettere che costituiscono oggi il pubblico della poesia. Laddove, e certamente, i versi della Fantato si propongono come lettura non elitaria, godibile e formativa, da indirizzare a un pubblico più vasto.

 

Alla ricerca di un codice individuale di comprensione, la poetessa ha mostrato l’amputazione di cui soffre qualsiasi scrittore di versi nella nostra contemporaneità. Documento di crisi, il libro della Fantato lascia tuttavia aperta una porta verso il futuro: non è difatti usuale poter leggere esemplari così riusciti di poemetto – una forma che, opportunamente investita di quel potenziale anti-sintetico che la contraddistingue, fuori da qualsiasi pretesa di recupero della forma chiusa, potrebbe attestare la sua funzionalità civile, quantomeno nello sforzo di recuperare quel pubblico che solo attende una poesia meno chiusa in sé e più aperta al mondo; nonché difficile poter apprezzare una tale densità figurale e filosofica – come in alcuni versi di Città in sotterranea, fra i più belli e incisivi della raccolta: «Dov’è la parola? / La radice selvatica che unisce / il tronco con le mani, / la punta al taglio nel mio fianco / e fa una linea esatta – solo per metà» (vv. 16-20).

 

Marco Gatto

 

Ps: Il testo è già apparso in Capoverso, n. 16, luglio-dicembre 2008, pp. 113-114, con il titolo Identità e memoria individuale: sulla recente poesia di Fantato.

 

(www.excursus.org, anno II, n. 9, aprile 2010)

 

 

     

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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