Anno II             n.11                    Giugno 2010

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia

 

I versi di Emma Pretti

tra simbolo e quotidianità

 di Andrea Erelli

 

La sesta raccolta della poetessa,

 pubblicata dalla Sef, ondeggia

 attorno a tre tonalità dominanti,  

 rivolte verso allegoria e dialogo

 

  

 

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I giorni chiamati nemici (Società Editrice Fiorentina, pp. 84, € 10,00) è la sesta raccolta poetica di Emma Pretti, prima uscita della Collana di Poesia, Traduzione e Saggi “Ungarettiana” diretta da Paolo Valesio e Alessandro Polcri. Con una lingua sostanzialmente mediana, con qualche incursione tra alto e basso, l’autrice compone versi liberi che ruotano intorno a tre tonalità predominanti.

 

Da una parte ci si rivolge a frammenti di esistenza, a istantanee catturate dallo scorrere vitale che vengono però trasfigurate in momenti di un simbolismo lirico – come del resto sintetizza anche il titolo del libro, dove l’unità del tempo quotidiano viene investito di un significato aggiunto, di uno strato semantico esplicitamente connotato. Emerge quindi una tensione simbolica che si avvale del punto di osservazione di un “io” mobile, appuntato su diverse angolature nei confronti della vita, che qualche volta si appoggia anche su espressioni diffuse in letteratura («Così ho sognato di quella musica / l’indescrivibile gioia del mondo / in quella musica, dentro il mio cuore”», come recita un passo del testo d’apertura, Mendicante), caratterizzate da una sovrabbondanza di “cuori” e invocazioni a Dio, strumentali a un dialogo con un “tu” diviso dal sé da un “contraddittorio” (come si intitola la poesia di chiusura) schermo di tormento o con un’interiorità colta nell’interstizio tra «paura e minaccia».

 

Altri componimenti, perlopiù più brevi degli altri, si imperniano su quadri più apertamente allegorici, come Gli alberi non nati, dove la “redenzione” dalla «nebbia corrotta del mattino» annunciata dal loro «fruscio» si rivela un’illusoria «idea rapida che sorpassa / se stessa nel buio trasparente», una «sostanza» in precipitosa sparizione. Oppure come Tra i giganti, in cui i bagliori di una tempesta montana non servono a rischiarare ma anzi, minacciosamente a provocare «al mondo furiose emicranie / e un carico di promettente bellezza / da stritolare». O ancora come avviene in Sestante, dove però l’allegoria si fa più esplicita, presentando l’occidente come «un monaco armato di fiamma» che fronteggia «i monti» e lo «sguardo abbacinato del demonio». Sono rinvenibili anche prove “ecfrastiche” (come Davanti a un quadro d’Ignoto romantico: disfatta navale e ritorno a casa, che dà lo spunto per una scena virata su un registro che deborda verso un aulico figurativo – «Nella rigida armatura di un tempo antico / le navi non cambiano rotta verso questa spiaggia cupa», «Canterà il divino l’ira gloriosa / e le furiose armi che si agganciarono»).

 

Infine, la terza tonalità predominante della raccolta è di tipo più distesamente prosastico, anche propriamente narrativo, fino all’uso di passaggi dialogati (Apocalisse, Contraddittorio). A questo versante appartiene il testo che ci pare il migliore del libro, Erosione, dove l’ambiente naturale di uno stagno «mosso da una burachera di rane / che si raspano la gola fino in fondo» partecipa di una scena di inquieto trascolorare delle cose, di una «ruggine» che attecchisce su una vita colta nel suo «esaurirsi, prendere un’altra / forma, sempre più scarna e povera». Simile ispirazione informa Il piroscafo, dove una scena di festa si incrina nello spazio liquido di un’«Acqua che non scorre mai», che «Si consuma sotto il sole, filtra nella terra e diventa buia»; la chiusura è amara, poiché «A volte però le cose non tornano e lasciano un sapore / che si guasta». Questi testi più prosastici ondeggiano tra situazioni e descrizioni di eventi (È andata), ritratti di figure accentratrici di senso (Riflessioni personali, Fresco mistero), quadri da una vita comune, e però ripresa in una attualità che desta apprensione, allarme per una collettiva convivenza svuotata (Audience, Serendipity: «Vivono tutti in Italia per tacito consenso. / Quando il televisore è acceso / non si parla più»).

 

Andrea Erelli

 

(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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