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I giorni
chiamati nemici
(Società Editrice Fiorentina, pp. 84, € 10,00) è la
sesta raccolta poetica di Emma Pretti, prima uscita
della Collana di Poesia, Traduzione e Saggi
“Ungarettiana” diretta da Paolo Valesio e Alessandro
Polcri. Con una lingua sostanzialmente mediana, con
qualche incursione tra alto e basso, l’autrice
compone versi liberi che ruotano intorno a tre
tonalità predominanti.
Da una parte ci si
rivolge a frammenti di esistenza, a istantanee
catturate dallo scorrere vitale che vengono però
trasfigurate in momenti di un simbolismo lirico –
come del resto sintetizza anche il titolo del libro,
dove l’unità del tempo quotidiano viene investito di
un significato aggiunto, di uno strato semantico
esplicitamente connotato. Emerge quindi una tensione
simbolica che si avvale del punto di osservazione di
un “io” mobile, appuntato su diverse angolature nei
confronti della vita, che qualche volta si appoggia
anche su espressioni diffuse in letteratura («Così
ho sognato di quella musica / l’indescrivibile gioia
del mondo / in quella musica, dentro il mio cuore”»,
come recita un passo del testo d’apertura,
Mendicante), caratterizzate da una
sovrabbondanza di “cuori” e invocazioni a Dio,
strumentali a un dialogo con un “tu” diviso dal sé
da un “contraddittorio” (come si intitola la poesia
di chiusura) schermo di tormento o con
un’interiorità colta nell’interstizio tra «paura
e minaccia».
Altri componimenti,
perlopiù più brevi degli altri, si imperniano su
quadri più apertamente allegorici, come Gli
alberi non nati, dove la “redenzione” dalla
«nebbia corrotta del mattino» annunciata dal loro
«fruscio» si rivela un’illusoria «idea rapida che
sorpassa / se stessa nel buio trasparente», una
«sostanza» in precipitosa sparizione. Oppure come
Tra i giganti, in cui i bagliori di una tempesta
montana non servono a rischiarare ma anzi,
minacciosamente a provocare «al mondo furiose
emicranie / e un carico di promettente bellezza / da
stritolare». O ancora come avviene in Sestante,
dove però l’allegoria si fa più esplicita,
presentando l’occidente come «un monaco armato di
fiamma» che fronteggia «i monti» e lo «sguardo
abbacinato del demonio». Sono rinvenibili anche
prove “ecfrastiche” (come Davanti a un quadro
d’Ignoto romantico: disfatta navale e ritorno a casa,
che dà lo spunto per una scena virata su un registro
che deborda verso un aulico figurativo – «Nella
rigida armatura di un tempo antico / le navi non
cambiano rotta verso questa spiaggia cupa», «Canterà
il divino l’ira gloriosa / e le furiose armi che si
agganciarono»).
Infine, la terza
tonalità predominante della raccolta è di tipo più
distesamente prosastico, anche propriamente
narrativo, fino all’uso di passaggi dialogati (Apocalisse,
Contraddittorio). A questo versante
appartiene il testo che ci pare il migliore del
libro, Erosione, dove l’ambiente naturale di
uno stagno «mosso da una burachera di rane / che si
raspano la gola fino in fondo» partecipa di una
scena di inquieto trascolorare delle cose, di una
«ruggine» che attecchisce su una vita colta nel suo
«esaurirsi, prendere un’altra / forma, sempre più
scarna e povera». Simile ispirazione informa Il
piroscafo, dove una scena di festa si incrina
nello spazio liquido di un’«Acqua che non scorre
mai», che «Si consuma sotto il sole, filtra nella
terra e diventa buia»; la chiusura è amara, poiché
«A volte però le cose non tornano e lasciano un
sapore / che si guasta». Questi testi più prosastici
ondeggiano tra situazioni e descrizioni di eventi (È
andata), ritratti di figure accentratrici di
senso (Riflessioni personali, Fresco
mistero), quadri da una vita comune, e però
ripresa in una attualità che desta apprensione,
allarme per una collettiva convivenza svuotata (Audience,
Serendipity: «Vivono tutti in Italia per
tacito consenso. / Quando il televisore è acceso /
non si parla più»).
Andrea Erelli
(www.excursus.org,
anno II, n. 11, giugno 2010)
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