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Un netto cambiamento nel pensiero di Ali Podrimja si
percepisce agli inizi degli anni Settanta con la
silloge Credo, in cui le poesie vengono
spogliate della punteggiatura e lautore nasconde il
messaggio referenziale; il tono risulta privo di
retorica e poco autoritario. Assistiamo ad un
innalzamento dello stile e ad unespressione poetica
che comincia ad essere parsimoniosa, pur senza
giungere allermetismo. La preoccupazione per il suo
Paese č sempre presente e si manifesta come un
tronco in agonia, monco e mutilato.
Sotto questa luce avvertiamo una cupa visione poetica e una
concezione drammatica: «cung i
vetėm nė pyll / A i
ndjen vitet mordjen/Ujin
e zi nė rrėnjė» («tronco
solitario nella foresta / Sente gli anni la morte /
LAcqua nera nelle radici») [1]. Limmagine del
popolo come una foresta un tempo vigorosa si muta
nella figura di un albero mutilato, lontano dalla
foresta-madre, «lontano dal Frutto
e lontano dalla Radice».
Tuttavia, per il poeta, essere soli, mutilati e
subire cadute non porta allo smarrimento totale: «rėnia
/ sėshtė humbje/ humbje
sėshtė / me ra» («la caduta / non
č perdita / perdita non č / cadere») [2]. Sotto
questo aspetto il tronco-monco riesce a trovare un
faro dentro di sé con la speranza che nel futuro
qualcosa cambierą.
Gli anni Settanta sono anche gli anni della fioritura e dello
sviluppo del Minimalismo nellarte contemporanea
che, inevitabilmente, influenza anche le altre forme
estetiche, compresa la letteratura. Tale influenza
la riscontriamo anche nella raccolta poetica
Torzo (Torso), pubblicata per la prima
volta nel 1971 e successivamente nel 1976.
č un Podrimja, quello di Torzo,
attento ad allargare la gamma dei simboli e delle
metafore; fa riferimento ad altre culture e,
percorrendo un arco temporale che va dallantichitą
alla modernitą, ricerca il verso omerico, si
confronta con figure mitiche, come lOlimpo o la
Sfinge. Il poeta, emancipato sia nel linguaggio sia
nella forma, porta la figura del torso nel
mosaico albanese per arricchirlo, evidenziando,
tuttavia, le mancanze e le assurditą della realtą
contemporanea. Nelle poesie della raccolta, il poeta
mette in discussione quelle idee e quei fenomeni che
nella normalitą sono indiscutibili: «A
duhet guri gjithmonė tė
mbetet gur» («la pietra deve sempre
rimanere pietra?») «comunque sia,
deduce il poeta, luomo deve
cambiare qualche cosa!»
Il mondo si rivela mutilo, monco, imperfetto, sconfitto dal
male, il poeta ne č disgustato. Ecco allora emergere
il silenzio secolare del suo popolo, il silenzio
delle gesta, di una storia non scritta, di nomi
dimenticati: un silenzio che incombe sulla realtą
del poeta: «kanė shkuar kanė
ardhur / kanė ardhur kanė
shkuar / njerėzit me pisha
nė duar / heshtja emra
ka harruar» («sono partiti sono
ritornati / sono ritornati sono partiti / gli uomini
con le fiaccole nelle mani / il silenzio i nomi ha
dimenticato») [3].
Il silenzio č presente nella sua realtą, ha senzaltro una
causa; il poeta non la rivela, non puņ dirla; noi
conosciamo solo le conseguenze, ma possiamo
immaginarla: «nėse sflas / jeta
ime ska qetėsi / fjala
ime bėhu Unė / Plaga
ime/le tė marrė frymė
thellė» («se non parlo / la mia vita non č
tranquilla / parola mia diventa Me / la mia ferita /
che respiri profondamente») [4]. Il silenzio ha
anche un suo colore: č bianco; ha un nome, un tempo,
il suo dolore, e, nel suo vortice, luomo si perde e
si dimentica «nė kėtė fushė
tė bardhė njerinė vallė
si e harruam» («come abbiamo
potuto dimenticare luomo in questo campo bianco»).
Ma il poeta non vuole smarrirsi, non puņ; egli sente
il bisogno di parlare, č il termometro di ciņ che
accade e sente che sta per cedere. Il silenzio pesa
come una pietra, che al tempo dei miti fu animata
dal dolore del dio Prometeo incatenato alla roccia,
ed ecco che sul suo campo bianco spunta un papavero
rosso sangue: «se heshtja ime /
ka peshėn e gurit tė
mallkuar / dhe gjuhėn e
njeriut tė gozhduar nė
shkėmb» («perché il mio silenzio / ha il peso
della pietra maledetta / e la lingua delluomo
incatenata alla roccia»). In questo campo bianco,
luomo risulta completamente indifferente, misero,
insignificante, che respira in questo mondo nudo
con un «serpente avvolto al
collo al posto della
cravatta».
Con la metafora del serpente/cravatta, quintessenza della sua
simbologia poetica, Podrimja diagnostica un mondo
malato, pieno di dolori, inquinato, animato dal
Cavallo di Troia, da gatti neri e da Dei-Stregoni.
Serve, dunque, liberarsi da se stessi, per poi
liberarsi dalle maschere che indossiamo. Il Cavallo
di Troia non torna al verso di Omero se non gettiamo
via le maschere. Sebbene sembri impossibile gettar
via le maschere quando, «kurrkush nuk
mendon me kokėn e vet»
(«nessuno pensa con la propria testa») e «planeti
bosh / kokat plot varre»
(«il pianeta vuoto/le teste colme di tombe»).
Un topos ricorrente nella letteratura albanese e nella
tradizione popolare č la pietra, di cui Podrimja
costruisce un culto poetico: «ēdo gjė
ėshtė e pėrkryer nė
ty / dhe askujt si
falem / sa forcės sate»
(«tutto č perfetto in te / e a nessuno credo /
tranne che alla tua forza»). Inginocchiandosi
davanti ad essa, il poeta si interroga se riuscirą
con la sua poesia a costruire la Kulla o il
Ponte. Il poeta č un Prometeo moderno, e la
Pietra diventa il Padre-Culto, dal quale il poeta
vorrebbe scoprire come si fa a essere pazienti. La
domanda inevitabile č: ci saranno saggezza e forza,
come quella della pietra, in grado di sopportare i
tempi difficili come quelli del poeta?
Una caratteristica presente soprattutto nelle poesie scritte
durante gli anni Settanta e Ottanta č lattenzione
verso la rima, che a volte č visibile, altre volte č
nascosta tra allitterazioni, assonanze e altri
effetti eufonici, come testimoniano i seguenti
versi: «ē'gurron guri nė
gurinė / gur guri ndėr
gurė mė i guri / gur
i gurėzuar pranė gurit /
gurth i nguruar rreth
gurit / gurron guri nė
gurė gurėsh / guro guroje
gurin nė gurinė / ē'guri
pranė gurit gur guri /vrimė
e parė e fyellit tim»
[5]. Malgrado non ci sia unequivalenza semantica
nelle altre lingue, il ritmo gorgheggiante e
universale che traveste questi versi suggerisce
lunione tra il soggetto poetico e la pietra; il
poeta stesso si trasforma in una pietra.
Limmagine del poeta-scudo rappresentato dalla tartaruga
che difende il suo spazio, la sua terra, č
rafforzata dal ricorso ai miti classici delle
tradizione albanese: il mito delleroe epico Gjergj
Elez Alia e il mito della donna murata (Rozafat), in
cui entrambi evocano immagini di resistenza e
vengono paragonati alla pietra, «fortėsia
e tij na pėrjetėson» («la
sua forza ci rende eterni») [6]. La pietra
non deve essere solo un mezzo per costruire torri e
ponti stranieri, o ponti e torri che si innalzano il
giorno e vengono distrutte la notte, ma puņ e deve
essere eterna per insegnare alla gente che si deve
resistere fino alla fine, soprattutto in tempi
difficili [7].
Ed ecco che Podrimja decide di costruire una Kulla che
prende vita solo nei versi. La strada per andare
verso essa č nota e sconosciuta nello stesso tempo.
č nota
quando il poeta ha voglia di rifugiarsi nei suoi
versi, perché č guidato dal sogno-ideale poetico, č
sconosciuta quando, durante il cammino, si
incontrano imprevisti e diventa difficile difendere
la Kulla: «deri te Kulla
ime / udha e pa-njohur
me ēon / hap derėn
mbyll peisazhin / lėshoj grilat
ngjyrė gri rreth meje /
nėn kokė / vė Ēelėsin
dhe Shpatėn / dikund nė
mes meje dhe botės /
tufa kullot ėndrrat» [«fino alla
mia Kulla / la via (s)conosciuta mi guida /
apro la porta chiudo il paesaggio / lascio le
griglie grigie attorno a me / sotto la testa / metto
la Chiave e la Spada / da qualche parte tra me e il
mondo / il gregge pascola i sogni»] [8].
Il tema del ricorrere ad una fortezza poetica č ampiamente
descritto nella raccolta Sampo II,
pubblicata nel 1980, allinterno della quale
incontriamo i suoi abitanti leggendari intenti nella
lotta contro le intemperie della vita. Non č
difficile capire la loro origine; essi, come si
legge allinizio del libro, sono antenati del poeta;
a causa dellamore e dellodio suo padre ha
costruito una kulla: «Pėr shkak
tė dashurisė, pėr shkak
tė urrejtjes / baba im
ka ngritur njė kullė»
(«A causa dell'amore, a causa dell'odio/ mio padre
ha innalzato una kulla»). Lodio e lamore si
intrecciano da secoli e per proteggersi luomo di
Podrimja ha innalzato sempre pił in alto la Kulla
e allinterno di essa si č pietrificato in un tempo
senza tempo e in uno spazio indefinito.
Il microcosmo dellUomo, questo č dunque loggetto principale
delle sue poesie. E questuomo, che č anche nostro
padre, sangue del nostro sangue, nostro antenato e
capostipite, anche dei vari Amleto e Robinson, in un
tempo lontano, «pas njė mijė
vjetėsh, para njė milion
vjetėsh» («fra mille anni, un milione di anni
fa»), ha messo come fondamenta della sua Kulla,
gurin e pėrrallave («la pietra
delle fiabe»), incarnazione dellantichitą e della
bellezza che ti incanta e ti affascina. La Kulla
č fatta di carne, di pietra e di parola: «E
njė kullė ėshtė ngritur
njė mijė vje t /mbi
njė asht, mbi njė emėr
ajo flet / pėr shkak
tė dashurise, pėr shkak
tė urrejtjes» («e una Kulla č
stata innalzata mille anni fa / sopra un osso, su un
nome essa parla / a causa dellamore, a causa
dellodio») [9].
Tormentato da unagitazione esistenzialista il poeta si
sfoga: «Nė mes tė verbėrve
vetėm jam, / nė mes
tė hijeve, perėndive / Vetėm
para vetvetes e hapėsisė
e murit, / para dashurisė
e urrejtjes vetėm» («In mezzo
ai ciechi da solo sono, / Tra le ombre, gli dei / Da
solo davanti a me stesso e allo spazio del muro, /
davanti allamore e allodio da solo»). Di fronte
allimmagine di un mondo malato e corrotto, la vita
e il sacrificio non hanno senso: «njėsoj
ėshtė sonte: tė rrosh /
a tė mos rrosh o
hamlet i marrė» («stasera č lo
stesso: vivere / o morire, o folle Amleto»). Nella
notte pił buia dellesistenza il serpente
mangiava i sogni e le
balade e la Patria adesso č una Sposa
innocente simile a quella leggendaria di Rosafat che
si sacrifica per costruire i ponti e i castelli
stranieri. Questa Patria immaginaria ha dei confini
poetici e prende vita soltanto allinterno della
poesia. La via che porta a questa patria č stata
smarrita quando, «Dhelpra kur
harroi udhėn tė kthejė
nė pyll
» («la Volpe dimenticņ la via del
ritorno per il bosco»); «E pėr nė
Albanopol udhėtuam me pishė
e qiri» («ad Albanopoli viaggiammo con
fiaccola e lume»), per gridare atlantida
atlantida atlandidaaa
Sogni e illusioni, ma soprattutto progetto poetico realizzato
in modo artistico. Abbiamo battezzato questo
progetto con il termine non usuale di Geo-Poetica.
Allinterno di esso troviamo non solo la memoria
personale di Podrimja, ma anche quella funzionale e
storica nella quale sono archiviati nomi, luoghi,
eventi decisivi nel tracciare i lineamenti di quello
che oggi si chiama Kosovo. Le sue poesie hanno
dimostrato di essere in grado di rappresentare
grandi drammi spirituali e sociali. Labilitą di
questo poeta risiede nella consapevolezza che la sua
poesia č una pietra importante nella Kulla
di questa bizzarra etnia dal destino maldestro, ma
che comunque ha saputo resistere alle temperie della
storia. La sua Geo-Poetica comprende anche un
lato giuridico, uno schiaffo morale alle ingiustizie
citate in un Tribunale poetico, dove
le cose dovranno attrarre lattenzione dovuta.
Egli, il poeta, č allo stesso tempo accusatore, difensore,
testimone e giudice delle sue cause, riscoprendo le
dimensioni tragiche (di colpa), e prendendo le
posizioni pił poeticamente adeguate. Nello stato
chiamato atlantida, il cittadino Podrimja, il
moderno Robinson, difende con la poesia la
sua esistenza e quella della sua isola
situata in fondo al sogno. Lģ,
negli abissi di questisola il poeta impara
che il male e la decadenza dellumanitą non sono
effetti sovra-naturali, ma create dalluomo
stesso e dentro questuomo si dovrebbe cercare anche
la chiave per rimediare.
Dopo gli anni Novanta, quando i Balcani si preparavano ad
essere di nuovo teatro di guerre assurde e venivano
violati i diritti fondamentali delluomo, la poesia
di Podrimja cambia e si trasforma in un grido di
rabbia e di protesta contro le ingiustizie che
colpiscono la sua gente. Ciņ che prima veniva
avvolto da un velo di ironia adesso scoppia in un
acuto sarcasmo. Scrivere e gridare contro le
ingiustizie sembra essere indispensabile. Ecco come
si esprimeva Podrimja in un saggio dal titolo
Dentro uno scantinato del
XX secolo, scritto come Prefazione
alla raccolta Buzėqeshje nė kafaz
(Sorrisi in gabbia) che porta la data del
29.12.1991, Pristina:
«Da qualche
parte dei piani medi il
mio vicino non appena
mi vede apre la porta
e inizia a pulire
larma fredda. La lucida
e sorride con una strana
voce che ha ben poco
del riso umano Agisce
cosģ quasi ogni giorno,
ma io so chi gliela
ha data quellarma mortale
e so anche da quale
banda di assassini si
recherą. Non so solo una
cosa: č consapevole lui
del fatto che anchio
ho diritto di vivere di
Scrivere questo testo per
testimoniare che io vivo
in un paese chiamato
Kosova in cui né i
bambini né gli adulti
sanno quando č Natale e
nemmeno Capodanno oppure le
feste nazionali Dentro uno
scantinato del XX secolo
con la schiena voltata
scrivo e leggo le
stelle prima che si
spengano mentre sta per
finire anche lunitą
dellEuropa Forse č meglio
agire in questo modo
che scendere in mezzo
agli orchi i quali hanno
iniziato a bruciare la
coda allEuropa
O
Europa
Come
ti vedi
Senza
la coda».
Ciņ che segue č unatmosfera dantesca: «e asht
e lėkurė zbres unė /
nė rrethin e Nėntė te
ferrit / Tjerr terrin
verbues / Mėsoj veshin me
vetminė e fjalėve e
shkronjave / Me shushurimėn e
ujėrave / Dhe shpirtrave tė
fikur/Kėtu ēdo gjė
miku im paguhet me kokė»
(«pelle e ossa scendo io / al Nono cerchio
dellinferno / Tesso loscuritą accecante / Abituo
lorecchio con la solitudine delle parole e delle
lettere / Con il mormorio delle acque / E delle
anime spente / Qui ogni cosa amico mio si paga con
la testa») [10].
Per Podrimja, Satana agisce nella vita di tutti i giorni,
perché la violenza č
diventata legge e la
legge violenza, ma la libertą
non č lontana. Contrasti,
paradossi e simboli rovesciati sono parte integrante
del tessuto poetico: «Pa frikė se
e godas ma pret udhėn
Dhelpra / Bie nė gjunjė
/ Dhe e kafshoj trishtimin
nė ballė» («Senza timore di essere
colpita mi blocca la via la Volpe / Mi inginocchio /
E mordo la tristezza sulla fronte»), e ancora: «Pėrditė
e takoj Satanėn e
sokaqeve tė mia... / E
nėpėr xhamin e turbullt
shoh tė gjorin / Si vete
nė gjueti pėr miza»
(«Ogni giorno incontro il Satana dei miei vicoli
/
E tra il vetro offuscato vedo il miserabile / Come
va a caccia di mosche») [11].
Affrontando il destino del Kosovo con una camicia
insanguinata, il poeta gira per le strade
dellEuropa, e si sente solo nel suo camino verso la
libertą; ma la camicia
insanguinata, serve proprio a testimoniare
lesistenza di questo popolo agli occhi del mondo,
anche se gli albanesi moderni con il
sorriso gelato e le problematiche sociali
dellimmigrazione e della povertą, risultano agli
altri come relitti moderni che sconvolgono la
civiltą! Come abbiamo avuto modo di dimostrare,
lesperienza poetica di Podrimja č il risultato
dellempirismo letterario e nessun verso sembra
messo lģ per caso. Il suo vasto universo poetico č
continuamente macchiato di nero e Podrimja non ha
fatto altro che riportare i punti neri che hanno
disturbato la sua visione.
Anche le poesie della raccolta Pikė e zezė
nė blu (Punto nero sul blu)
pubblicato a Tirana nel 2005, danno la prova di un
poeta attento ai drammi dellesistenza umana.
Lesplosione di astio e di rabbia sono riflesso
dellassurda situazione del Kosovo tra il 1998 e il
1999, quando una guerra assurda lo sconvolgeva,
implora il poeta: «Ėngjėlli im /
Vėma dorėn mbi ballė /
Tė ndjej veten / A jetoj»
(«Angelo mio / Poggiami la mano sulla fronte / Per
sentire / Se sono vivo»). In questa realtą
paradossale dove luomo č alienato e disorientato,
dove «un morto comune /
violentatore e fastidioso
assassino / disturba la
moralitą cittadina e la
Pecora al prato porta a
spasso lUomo!» [12], lo spazio-etnico
č uno spazio ellittico e apocalittico dove la tanto
amata Kulla si č trasformata in un vortice
mortale e «Fėmijė tė vdekur
lindin» («bambini morti nascono»). Ma il poeta
continua a scrivere, raccontare e sognare: «unė
bredh fjalėve baladave
ėndrrave» («io rincorro parole, balade e
sogni»).
Anche nelle situazioni pił difficili Podrimja non ha
dimenticato di evidenziare i valori in cui crede,
rendendoli eterni e sublimi. Dalla sua Kulla
(poetica) il poeta origlia nelloscuritą
e riesce a captare e sentire lessenza del mondo.
Griselda Doka
Per leggere la
prima parte dell'analisi dell'opera di Podrimja
pubblicata nel numero di Maggio di Excursus,
clicca qui
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] Cfr. ALI PODRIMJA, Credo, Rilindja, Pristina,
1976, p. 17.
[2] Ivi, p. 21.
[5] Cfr. A. PODRIMJA, Credo, cit., p. 29.
[6] Gjergj Elez Alia č l'eroe leggendario presente nei
Canti dei Kreshnik e Rozafa, la sposa
innocente che secondo la leggenda, in sacrificio
viene murata viva nelle fondamenta del castello di
Scutari.
[7] Cfr. ALI ALIU, Poeti qė mund vdekjen (Il
poeta che vince la morte), Presentazione
della raccolta A. PODRIMJA, Kush do ta vrasė
ujkun (Chi ucciderą il lupo), Alb-Ass,
Tetovė-Tirana, 2002, p. 126.
[8] Cfr. A. PODRIMJA, Credo, cit., p. 40.
[9] Cfr. IDEM, Sampo II, Valet, Presheva,
1980, p. 5.
[10] Cfr. IDEM, Buzėqeshje nė kafaz (Sorrisi in
gabbia), Peja, 1994, p. 17.
[11] Ivi, p. 15.
[12] Cfr. IDEM, Pikė e zezė nė blu (Punto nero
sul blu), Onufri, Tirana, 2005, p. 5.
(www.excursus.org,
anno III, n. 23, giugno 2011)
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