Anno III             n.23                    Giugno 2011

Ogni poesia č misteriosa; nessuno sa interamente ciņ che gli č stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Ali Podrimja, pilastro

 della cultura kosovara

di Griselda Doka

Presentiamo un’analisi dell’opera

 del poeta albanese. Seconda parte:

 i suoi versi fino ai giorni nostri,

dimora fra le rovine della realtą

 

  

 

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Un netto cambiamento nel pensiero di Ali Podrimja si percepisce agli inizi degli anni Settanta con la silloge Credo, in cui le poesie vengono spogliate della punteggiatura e l’autore nasconde il messaggio referenziale; il tono risulta privo di retorica e poco autoritario. Assistiamo ad un innalzamento dello stile e ad un’espressione poetica che comincia ad essere parsimoniosa, pur senza giungere all’ermetismo. La preoccupazione per il suo Paese č sempre presente e si manifesta come un tronco in agonia, monco e mutilato.

 

Sotto questa luce avvertiamo una cupa visione poetica e una concezione drammatica: «cung i vetėm pyll / A i ndjen vitet mordjen/Ujin e zi rrėnjė» («tronco solitario nella foresta / Sente gli anni la morte / L’Acqua nera nelle radici») [1]. L’immagine del popolo come una foresta un tempo vigorosa si muta nella figura di un albero mutilato, lontano dalla foresta-madre, «lontano dal Frutto e lontano dalla Radice». Tuttavia, per il poeta, essere soli, mutilati e subire cadute non porta allo smarrimento totale: «rėnia / s’ėshtė humbje/ humbje s’ėshtė / me ra» («la caduta / non č perdita / perdita non č / cadere») [2]. Sotto questo aspetto il tronco-monco riesce a trovare un faro dentro di sé con la speranza che nel futuro qualcosa cambierą.

Gli anni Settanta sono anche gli anni della fioritura e dello sviluppo del Minimalismo nell’arte contemporanea che, inevitabilmente, influenza anche le altre forme estetiche, compresa la letteratura. Tale influenza la riscontriamo anche nella raccolta poetica Torzo (Torso), pubblicata per la prima volta nel 1971 e successivamente nel 1976.

 

č un Podrimja, quello di Torzo, attento ad allargare la gamma dei simboli e delle metafore; fa riferimento ad altre culture e, percorrendo un arco temporale che va dall’antichitą alla modernitą, ricerca il verso omerico, si confronta con figure mitiche, come l’Olimpo o la Sfinge. Il poeta, emancipato sia nel linguaggio sia nella forma, porta la figura del torso nel mosaico albanese per arricchirlo, evidenziando, tuttavia, le mancanze e le assurditą della realtą contemporanea. Nelle poesie della raccolta, il poeta mette in discussione quelle idee e quei fenomeni che nella normalitą sono indiscutibili: «A duhet guri gjithmonė mbetet gur» («la pietra deve sempre rimanere pietra?») – «comunque sia, deduce il poeta, l’uomo deve cambiare qualche cosa

 

Il mondo si rivela mutilo, monco, imperfetto, sconfitto dal male, il poeta ne č disgustato. Ecco allora emergere il silenzio secolare del suo popolo, il silenzio delle gesta, di una storia non scritta, di nomi dimenticati: un silenzio che incombe sulla realtą del poeta: «kanė shkuar kanė ardhur / kanė ardhur kanė shkuar / njerėzit me pisha duar / heshtja emra ka harruar» («sono partiti sono ritornati / sono ritornati sono partiti / gli uomini con le fiaccole nelle mani / il silenzio i nomi ha dimenticato») [3].

 

Il silenzio č presente nella sua realtą, ha senz’altro una causa; il poeta non la rivela, non puņ dirla; noi conosciamo solo le conseguenze, ma possiamo immaginarla: «nėse s’flas / jeta ime s’ka qetėsi / fjala ime bėhu Unė / Plaga ime/le marrė frymė thellė» («se non parlo / la mia vita non č tranquilla / parola mia diventa Me / la mia ferita / che respiri profondamente») [4]. Il silenzio ha anche un suo colore: č bianco; ha un nome, un tempo, il suo dolore, e, nel suo vortice, l’uomo si perde e si dimentica « kėtė fushė bardhė njerinė vallė si e harruam» («come abbiamo potuto dimenticare l’uomo in questo campo bianco»). Ma il poeta non vuole smarrirsi, non puņ; egli sente il bisogno di parlare, č il “termometro” di ciņ che accade e sente che sta per cedere. Il silenzio pesa come una pietra, che al tempo dei miti fu animata dal dolore del dio Prometeo incatenato alla roccia, ed ecco che sul suo campo bianco spunta un papavero rosso sangue: «se heshtja ime / ka peshėn e gurit mallkuar / dhe gjuhėn e njeriut gozhduar shkėmb» («perché il mio silenzio / ha il peso della pietra maledetta / e la lingua dell’uomo incatenata alla roccia»). In questo campo bianco, l’uomo risulta completamente indifferente, misero, insignificante, che respira in questo mondo nudo con un «serpente avvolto al collo al posto della cravatta».

 

Con la metafora del serpente/cravatta, quintessenza della sua simbologia poetica, Podrimja diagnostica un mondo malato, pieno di dolori, inquinato, animato dal Cavallo di Troia, da gatti neri e da Dei-Stregoni. Serve, dunque, liberarsi da se stessi, per poi liberarsi dalle maschere che indossiamo. Il Cavallo di Troia non torna al verso di Omero se non gettiamo via le maschere. Sebbene sembri impossibile gettar via le maschere quando, «kurrkush nuk mendon me kokėn e vet» («nessuno pensa con la propria testa») e «planeti bosh / kokat plot varre» («il pianeta vuoto/le teste colme di tombe»).

 

Un topos ricorrente nella letteratura albanese e nella tradizione popolare č la pietra, di cui Podrimja costruisce un culto poetico: «ēdo gjė ėshtė e pėrkryer ty / dhe askujt s’i falem / sa forcės sate» («tutto č perfetto in te / e a nessuno credo / tranne che alla tua forza»). Inginocchiandosi davanti ad essa, il poeta si interroga se riuscirą con la sua poesia a costruire la Kulla o il Ponte. Il poeta č un Prometeo moderno, e la Pietra diventa il Padre-Culto, dal quale il poeta vorrebbe scoprire come si fa a essere pazienti. La domanda inevitabile č: ci saranno saggezza e forza, come quella della pietra, in grado di sopportare i tempi difficili come quelli del poeta?

 

Una caratteristica presente soprattutto nelle poesie scritte durante gli anni Settanta e Ottanta č l’attenzione verso la rima, che a volte č visibile, altre volte č nascosta tra allitterazioni, assonanze e altri effetti eufonici, come testimoniano i seguenti versi: «ē'gurron guri gurinė / gur guri ndėr gurė i guri / gur i gurėzuar pranė gurit / gurth i nguruar rreth gurit / gurron guri gurė gurėsh / guro guroje gurin gurinė / ē'guri pranė gurit gur guri /vrimė e parė e fyellit tim» [5]. Malgrado non ci sia un’equivalenza semantica nelle altre lingue, il ritmo gorgheggiante e universale che traveste questi versi suggerisce l’unione tra il soggetto poetico e la pietra; il poeta stesso si trasforma in una pietra.

 

L’immagine del poeta-scudo rappresentato dalla “tartaruga” che difende il suo spazio, la sua terra, č rafforzata dal ricorso ai miti classici delle tradizione albanese: il mito dell’eroe epico Gjergj Elez Alia e il mito della donna murata (Rozafat), in cui entrambi evocano immagini di resistenza e vengono paragonati alla pietra, «fortėsia e tij na pėrjetėson» («la sua forza ci rende eterni») [6]. La pietra non deve essere solo un mezzo per costruire torri e ponti stranieri, o ponti e torri che si innalzano il giorno e vengono distrutte la notte, ma puņ e deve essere eterna per insegnare alla gente che si deve resistere fino alla fine, soprattutto in tempi difficili [7].

 

Ed ecco che Podrimja decide di costruire una Kulla che prende vita solo nei versi. La strada per andare verso essa č nota e sconosciuta nello stesso tempo. č nota quando il poeta ha voglia di rifugiarsi nei suoi versi, perché č guidato dal sogno-ideale poetico, č sconosciuta quando, durante il cammino, si incontrano imprevisti e diventa difficile difendere la Kulla: «deri te Kulla ime / udha e pa-njohur me ēon / hap derėn mbyll peisazhin / lėshoj grilat ngjyrė gri rreth meje / nėn kokė / Ēelėsin dhe Shpatėn / dikund mes meje dhe botės / tufa kullot ėndrrat» [«fino alla mia Kulla / la via (s)conosciuta mi guida / apro la porta chiudo il paesaggio / lascio le griglie grigie attorno a me / sotto la testa / metto la Chiave e la Spada / da qualche parte tra me e il mondo / il gregge pascola i sogni»] [8].

 

Il tema del ricorrere ad una fortezza poetica č ampiamente descritto nella raccolta Sampo II, pubblicata nel 1980, all’interno della quale incontriamo i suoi abitanti leggendari intenti nella lotta contro le intemperie della vita. Non č difficile capire la loro origine; essi, come si legge all’inizio del libro, sono antenati del poeta; a causa dell’amore e dell’odio suo padre ha costruito una kulla: «Pėr shkak dashurisė, pėr shkak urrejtjes / baba im ka ngritur njė kullė» («A causa dell'amore, a causa dell'odio/ mio padre ha innalzato una kulla»). L’odio e l’amore si intrecciano da secoli e per proteggersi l’uomo di Podrimja ha innalzato sempre pił in alto la Kulla e all’interno di essa si č pietrificato in un tempo senza tempo e in uno spazio indefinito.

 

Il microcosmo dell’Uomo, questo č dunque l’oggetto principale delle sue poesie. E quest’uomo, che č anche nostro padre, sangue del nostro sangue, nostro antenato e capostipite, anche dei vari Amleto e Robinson, in un tempo lontano, «pas njė mijė vjetėsh, para njė milion vjetėsh» («fra mille anni, un milione di anni fa»), ha messo come fondamenta della sua Kulla, gurin e pėrrallave («la pietra delle fiabe»), incarnazione dell’antichitą e della bellezza che ti incanta e ti affascina. La Kulla č fatta di carne, di pietra e di parola: «E njė kullė ėshtė ngritur njė mijė vje t /mbi njė asht, mbi njė emėr ajo flet / pėr shkak dashurise, pėr shkak urrejtjes» («e una Kulla č stata innalzata mille anni fa / sopra un osso, su un nome essa parla / a causa dell’amore, a causa dell’odio») [9].

 

Tormentato da un’agitazione esistenzialista il poeta si sfoga: « mes verbėrve vetėm jam, / mes hijeve, perėndive / Vetėm para vetvetes e hapėsisė e murit, / para dashurisė e urrejtjes vetėm» («In mezzo ai ciechi da solo sono, / Tra le ombre, gli dei / Da solo davanti a me stesso e allo spazio del muro, / davanti all’amore e all’odio da solo»). Di fronte all’immagine di un mondo malato e corrotto, la vita e il sacrificio non hanno senso: «njėsoj ėshtė sonte: rrosh / a mos rrosh o hamlet i marrė» («stasera č lo stesso: vivere / o morire, o folle Amleto»). Nella notte pił buia dell’esistenza il serpente mangiava i sogni e le balade e la Patria adesso č una Sposa innocente simile a quella leggendaria di Rosafat che si sacrifica per costruire i ponti e i castelli stranieri. Questa Patria immaginaria ha dei confini poetici e prende vita soltanto all’interno della poesia. La via che porta a questa patria č stata smarrita quando, «Dhelpra kur harroi udhėn kthejė pyll…» («la Volpe dimenticņ la via del ritorno per il bosco»); «E pėr Albanopol udhėtuam me pishė e qiri» («ad Albanopoli viaggiammo con fiaccola e lume»), per gridare atlantida atlantida atlandidaaa…

 

Sogni e illusioni, ma soprattutto progetto poetico realizzato in modo artistico. Abbiamo battezzato questo progetto con il termine non usuale di Geo-Poetica. All’interno di esso troviamo non solo la memoria personale di Podrimja, ma anche quella funzionale e storica nella quale sono archiviati nomi, luoghi, eventi decisivi nel tracciare i lineamenti di quello che oggi si chiama Kosovo. Le sue poesie hanno dimostrato di essere in grado di rappresentare grandi drammi spirituali e sociali. L’abilitą di questo poeta risiede nella consapevolezza che la sua poesia č una pietra importante nella Kulla di questa bizzarra “etnia” dal destino maldestro, ma che comunque ha saputo resistere alle temperie della storia. La sua Geo-Poetica comprende anche un lato giuridico, uno schiaffo morale alle ingiustizie citate in un Tribunale poetico, dove le cose dovranno attrarre l’attenzione dovuta.

 

Egli, il poeta, č allo stesso tempo accusatore, difensore, testimone e giudice delle sue cause, riscoprendo le dimensioni tragiche (di colpa), e prendendo le posizioni pił poeticamente adeguate. Nello stato chiamato atlantida, il cittadino Podrimja, il moderno Robinson, difende con la poesia la sua esistenza e quella della sua isola situata in fondo al sogno. Lģ, negli abissi di quest’isola il poeta impara che il male e la decadenza dell’umanitą non sono effetti sovra-naturali, ma create dall’uomo stesso e dentro quest’uomo si dovrebbe cercare anche la chiave per rimediare.

 

Dopo gli anni Novanta, quando i Balcani si preparavano ad essere di nuovo teatro di guerre assurde e venivano violati i diritti fondamentali dell’uomo, la poesia di Podrimja cambia e si trasforma in un grido di rabbia e di protesta contro le ingiustizie che colpiscono la sua gente. Ciņ che prima veniva avvolto da un velo di ironia adesso scoppia in un acuto sarcasmo. Scrivere e gridare contro le ingiustizie sembra essere indispensabile. Ecco come si esprimeva Podrimja in un saggio dal titolo Dentro uno scantinato del XX secolo, scritto come Prefazione alla raccolta Buzėqeshje kafaz (Sorrisi in gabbia) che porta la data del 29.12.1991, Pristina:

 

«Da qualche parte dei piani medi il mio vicino non appena mi vede apre la porta e inizia a pulire l’arma fredda. La lucida e sorride con una strana voce che ha ben poco del riso umano Agisce cosģ quasi ogni giorno, ma io so chi gliela ha data quell’arma mortale e so anche da quale banda di assassini si recherą. Non so solo una cosa: č consapevole lui del fatto che anch’io ho diritto di vivere di Scrivere questo testo per testimoniare che io vivo in un paese chiamato Kosova in cui i bambini gli adulti sanno quando č Natale e nemmeno Capodanno oppure le feste nazionali Dentro uno scantinato del XX secolo con la schiena voltata scrivo e leggo le stelle prima che si spengano mentre sta per finire anche l’unitą dell’Europa Forse č meglio agire in questo modo che scendere in mezzo agli orchi i quali hanno iniziato a bruciare la coda all’Europa

                                   O Europa

                                   Come ti vedi

                                   Senza la coda».

                                                                                 

Ciņ che segue č un’atmosfera dantesca: «e asht e lėkurė zbres unė / rrethin e Nėntė te ferrit / Tjerr terrin verbues / Mėsoj veshin me vetminė e fjalėve e shkronjave / Me shushurimėn e ujėrave / Dhe shpirtrave fikur/Kėtu ēdo gjė miku im paguhet me kokė» («pelle e ossa scendo io / al Nono cerchio dell’inferno / Tesso l’oscuritą accecante / Abituo l’orecchio con la solitudine delle parole e delle lettere / Con il mormorio delle acque / E delle anime spente / Qui ogni cosa amico mio si paga con la testa») [10].

 

Per Podrimja, Satana agisce nella vita di tutti i giorni, perché la violenza č diventata legge e la legge violenza, ma la libertą non č lontana. Contrasti, paradossi e simboli rovesciati sono parte integrante del tessuto poetico: «Pa frikė se e godas ma pret udhėn Dhelpra / Bie gjunjė / Dhe e kafshoj trishtimin ballė» («Senza timore di essere colpita mi blocca la via la Volpe / Mi inginocchio / E mordo la tristezza sulla fronte»), e ancora: «Pėrditė e takoj Satanėn e sokaqeve mia... / E nėpėr xhamin e turbullt shoh gjorin / Si vete gjueti pėr miza» («Ogni giorno incontro il Satana dei miei vicoli… / E tra il vetro offuscato vedo il miserabile / Come va a caccia di mosche») [11].

 

Affrontando il destino del Kosovo con una camicia insanguinata, il poeta gira per le strade dell’Europa, e si sente solo nel suo camino verso la libertą; ma la camicia insanguinata, serve proprio a testimoniare l’esistenza di questo popolo agli occhi del mondo, anche se gli albanesi moderni con il sorriso gelato e le problematiche sociali dell’immigrazione e della povertą, risultano agli altri come relitti moderni che sconvolgono la civiltą! Come abbiamo avuto modo di dimostrare, l’esperienza poetica di Podrimja č il risultato dell’empirismo letterario e nessun verso sembra messo lģ per caso. Il suo vasto universo poetico č continuamente “macchiato” di nero e Podrimja non ha fatto altro che riportare i “punti neri” che hanno disturbato la sua visione.

 

Anche le poesie della raccolta Pikė e zezė blu (Punto nero sul blu) pubblicato a Tirana nel 2005, danno la prova di un poeta attento ai drammi dell’esistenza umana. L’esplosione di astio e di rabbia sono riflesso dell’assurda situazione del Kosovo tra il 1998 e il 1999, quando una guerra assurda lo sconvolgeva, implora il poeta: «Ėngjėlli im / Vėma dorėn mbi ballė / ndjej veten / A jetoj» («Angelo mio / Poggiami la mano sulla fronte / Per sentire / Se sono vivo»). In questa realtą paradossale dove l’uomo č alienato e disorientato, dove «un morto comune / violentatore e fastidioso assassino / disturba la moralitą cittadina e la Pecora al prato porta a spasso l’Uomo!» [12], lo spazio-etnico č uno spazio ellittico e apocalittico dove la tanto amata Kulla si č trasformata in un vortice mortale e «Fėmijė vdekur lindin» («bambini morti nascono»). Ma il poeta continua a scrivere, raccontare e sognare: «unė bredh fjalėve baladave ėndrrave» («io rincorro parole, balade e sogni»).

 

Anche nelle situazioni pił difficili Podrimja non ha dimenticato di evidenziare i valori in cui crede, rendendoli eterni e sublimi. Dalla sua Kulla (poetica) il poeta origlia nell’oscuritą e riesce a captare e sentire l’essenza del mondo.

 

Griselda Doka

 

Per leggere la prima parte dell'analisi dell'opera di Podrimja pubblicata nel numero di Maggio di Excursus, clicca qui

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Cfr. ALI PODRIMJA, Credo, Rilindja, Pristina, 1976, p. 17.

[2] – Ivi, p. 21.

[3] – Cfr. IDEM, Torzo, Rilindja, Pristina, 1979, p. 27.

[4] – Cfr. BASHKIM KUĒUKU, Shprehja moderne e etnisė (Espressione moderna dell'Etnia), Introduzione al volume di poesie A. PODRIMJA, Litari i ankthit (La fune dell'incubo), Toena, Tirana, p. 31.

[5] – Cfr. A. PODRIMJA, Credo, cit., p. 29.

[6] – Gjergj Elez Alia č l'eroe leggendario presente nei Canti dei Kreshnik e Rozafa, la sposa innocente che secondo la leggenda, in sacrificio viene murata viva nelle fondamenta del castello di Scutari.

[7] – Cfr. ALI ALIU, Poeti qė mund vdekjen (Il poeta che vince la morte), Presentazione della raccolta A. PODRIMJA, Kush do ta vrasė ujkun (Chi ucciderą il lupo), Alb-Ass, Tetovė-Tirana, 2002, p. 126.

[8] – Cfr. A. PODRIMJA, Credo, cit., p. 40.

[9] – Cfr. IDEM, Sampo II, Valet, Presheva, 1980, p. 5.

[10] – Cfr. IDEM, Buzėqeshje nė kafaz (Sorrisi in gabbia), Peja, 1994, p. 17.

[11] – Ivi, p. 15.

[12] – Cfr. IDEM, Pikė e zezė nė blu (Punto nero sul blu), Onufri, Tirana, 2005, p. 5.

 

 

(www.excursus.org, anno III, n. 23, giugno 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

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Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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