Anno III             n.22                    Maggio 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Ali Podrimja, pilastro

 della cultura kosovara

di Griselda Doka

Presentiamo unanalisi dellopera

 del poeta albanese. Prima parte:

 dagli esordi agli anni Settanta,

 un’arte incentrata sul suo popolo

 

  

 

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Nello scenario della letteratura albanese Ali Podrimja è una delle personalità che spicca sia per la quantità delle opere pubblicate che per la qualità di esse. Egli è riuscito a farsi portavoce della sua gente e a coniugare il difficile rapporto con la storia, con il sentimento esistenziale, con la speranza di un cambiamento, in piena adesione ai modelli mitologici del suo popolo e ai drammi individuali. È un esempio vivente di poeta-bard del nostro presente. È nato il 28 agosto del 1942 a Gjakova, nel cuore del Kosovo. Dopo essersi laureato in Lingua e Letteratura Albanese all’Università di Pristina, inizia a curare la pagina culturale del giornale Rilindja, definita «una finestra verso l’occidente», e dal 1976 dirige la collana delle Edizioni Rilindja sulla poesia albanese, sulla letteratura mondiale e sulle letterature dell’ex-Jugoslavia.

 

Nel 1996 si candida a socio corrispondente dell’Ashak (Accademia delle Scienze e delle Arti del Kosovo) e dal 2000 ne diventa socio ordinario. Attualmente vive e opera a Pristina, ma è spesso coinvolto in eventi culturali nazionali e internazionali. Risale al 1961 la pubblicazione della sua prima raccolta, intitolata Thirrje (Richiami). Le poesie furono subito accolte presso i circoli intellettuali kosovari, ma destarono sospetto e dubbi presso l’area serba. In seguito a ciò, Podrimja, a causa di alcuni suoi versi, venne allontanato dalla scuola. Nel 1963 pubblica le raccolte di poesia Shamijat e Përshendetjeve (I fazzoletti dei saluti) e Dhimbë e bukur (Dolore bello), nel 1967 Loja nën diell (Gioco sotto il sole) e Drejtpeshimi (Equilibrio), nel 1969 in prima edizione Sampo I (nel 1980 la seconda), Fjalë të rilindura (Parole rinate) nel 1970, Torzo (Torso) nel 1971, Folja (Verbo) nel 1973, Credo nel 1976 e Poezi (Poesie) nel 1978.

 

Con Lum Lumi (Beato Lum), volume dedicato al figlio scomparso prematuramente, pubblicato per la prima volta nel 1982, Podrimja segna una svolta nella poesia kosovara. Continua a pubblicare raccolte di versi come Fund i gëzuar (Fine allegra, 1988), Zari (Dado, 1990), Buzëqeshje në kafaz (Sorrisi in gabbia, 1993), Ëndrra kallëzohet në mengjes (Il sogno si racconta al mattino, 2001), Pikë e zezë në blu (Punto nero sul blu, 2005), Libri mbi të qënit (Il libro sulla esistenza, 2009). Scrive anche in prosa e compone saggi: nel 1998 pubblica la raccolta di racconti Burgu i hapur (Prigione aperta), seguita poi da Harakiri (1999) e Dielli i zi (Sole nero, 2000). Collabora con riviste e giornali letterari sia nazionali che internazionali.

 

Si è dedicato anche alla stesura di varie antologie della poesia scritta in albanese. Nel 1999 ottiene a Stoccarda il noto Premio Letterario “Nikolas Linau”. In Albania, nel 2009, fu premiato con la “Penna d’Argento” per il libro Pikë e zezë në blu (Punto nero sul blu) al Festival della Poesia. La sua opera è tradotta in molte lingue e presente in varie riviste letterarie sia albanesi sia straniere.

 

La poesia di Podrimja assume molte sfaccettature: semplice, ma allo stesso tempo profonda, esortativa, che dialoga in continuazione con l’io poetico. Spesso è una poesia al servizio del suo popolo. Una poesia che abbraccia l’intera realtà umana con i suoi dolori, le tragedie storiche e la speranza di riscoprirsi e ritrovarsi migliori. Infatti, nella maggior parte dei suoi versi, Podrimja evita di scrivere direttamente del presente, ma utilizza riferimenti e miti del passato proiettati in un futuro idealizzato e di certo migliore.

 

Quale protagonista e voce della realtà contemporanea, con la sua arte riflette l’atmosfera della nazione, con un’immaginazione suggestiva ed estetica in cui la poesia trova la sua identità e comunica con le origini. Podrimja non dimentica nessun pezzo del mosaico della sua gente: oltre alla “Kosova”, come ama chiamare la sua patria, nei suoi versi troviamo luoghi carichi di significati storici e mitici riguardanti l’Albania, la regione della çamëria e gli Arbëresh d’Italia. La realtà è rappresentata in chiave simbolica attraverso il continuo ricorso a miti del passato, con un significato connotativo: un mito, cioè, che racconta un’esperienza generale umana concentrata nella gente del proprio ethnos. Quei miti e quelle leggende intrecciate a storie di grandi sacrifici e di eroi tragici, che sembra abbiano guidato da tempi immemorabili la gente dei Balcani.

 

Nel Kosovo la censura era forte e anche la parola soffriva della mancanza di libertà espressiva [1]. Da ciò alcune scelte stilistiche adottate dal poeta, come l’espressione laconica (dove la comunicazione risulta spesso difficile), o l’uso di simboli del passato, tale da prendere le distanze dal presente, con lo scopo di far notare sia il suo disagio sia il suo disaccordo. Podrimja, poeta complesso e uomo attivo nella società albanese, da sempre ha cercato di inglobare nella sua arte non solo le suggestioni individuali, ma anche di essere il portavoce del dolore universale. Quella albanese è una realtà eterna, distaccata dallo spazio e dal tempo in cui egli vive: il suo, però, non è certo un rifugio nei versi, ma un impegno quasi utopistico del poeta che immagina uno spazio presente illimitato, che vive e prende forma solo nelle sue parole.

 

Una delle caratteristiche tipiche della poesia di Podrimja, che ritroviamo in tutte le sue raccolte, è la stigmatizzazione della realtà oppressiva, accompagnata da una considerevole dose di ironia. Tramite l’ironia, infatti, egli descrive le zone più oscure della natura umana, mescolando il tutto con una profonda riflessione esopica, di matrice esistenzialista. Viste le contraddizioni del tempo in cui vive, Podrimja spesso accompagna il lettore verso l’inesausta ricerca di una ricomposizione e verso il bisogno di dover prendere una posizione.

 

Il poeta è consapevole di rispondere in prima persona al destino bruciante del suo popolo. Sempre nel quadro di riferimento alla tradizione, la poesia di Podrimja (soprattutto quella degli anni Settanta) sfrutta la musicalità della poesia orale, trasformandosi in una musica interna che si percepisce nella struttura complessiva. Il dolore come esperienza che segna l’individuo è trattato in maniera generale e universale e le preoccupazioni del poeta diventano preoccupazioni del lettore e viceversa. La poesia di Podrimja ha il sapore della testimonianza; egli è narratore di fatti sconvolgenti che si svolgono davanti ai suoi occhi e non può fare altro che riportarli in modo artistico nella sua opera. Il suo impegno umano, morale, collettivo diventa sublime tramite la sua poesia ed egli stesso è una metafora vivente di questa realtà paradossale, conciliando contemporaneamente la sensibilità personale ed etnica. Egli parte sì dalla testimonianza, ma per giungere alla Poesia.

 

In cinquant’anni di carriera letteraria (risale infatti al 1957 la sua prima pubblicazione), Podrimja ha sviluppato un modo di scrivere molto originale, facendo proprie le correnti letterarie moderne e contemporanee, a partire dal simbolismo, fino a giungere al surrealismo e all’ermetismo, tanto che oggi potremmo parlare di uno stile podrimjano. La sua voce poetica è rappresentata dal piffero, antico strumento musicale presente nel folclore albanese, ma anche dalla pietra, dalla spada, dalla Kulla [2]. Il luogo dove prende vita la sua poesia è la casa, intesa come sede comune dove si svolge la vita degli uomini. Essa viene rappresentata dal simbolo della Kulla, del prato, della foresta.

 

La Kulla poetica di Podrimja è protetta da pioppi, da querce (simboli di resistenza) e dall’aquila. Ma tanti pericoli attaccano la Kulla del poeta: lupi, topi, serpenti, cani, gatti neri, ecc. Alcuni di questi simboli a volte sono ambivalenti e rovesciati. Se dovessimo utilizzare una scala di colori per rappresentare la poesia di Podrimja potremmo dire che il giallo simboleggia il male presente nella società e la sfortuna. I colori nero e rosso il dolore e rabbia, il bianco viene adoperato quando il poeta non vuole “esprimersi, in quanto già le tanti immagini surreali parlano”. Il blu è il colore dei momenti di poesia tenera e serena, pieni di speranza e libertà.

 

Le prime raccolte poetiche scritte tra il 1960 e il 1970 sono un soffio di freschezza: il giovane Podrimja canta la vita, la famiglia e il suo primo amore, perduto in modo inevitabile. Oggetto di queste poesie sono gli uomini della sua terra e la loro semplice vita. Sono presenti elementi come la luce, il sole, il cielo azzurro, i colombi, come simboli di pace e serenità, i fiori e l’erba fresca… Oltre a questi simboli apparentemente limpidi, in queste poesie si nasconde anche un velo di malinconia e di sofferenza. Podrimja è abbastanza maturo da valorizzare il suo passato e le sue radici.

 

Egli avverte che ogni momento felice non può essere vissuto a pieno se non si perseguono i propri valori e di conseguenza la sua poesia non è completa, ma alla ricerca del canto antico per dare forza e vigore alla freschezza del suo dettato perché: «Pa ty mue s’ka qetësi / As kanga s’e ka emnin e vet» («Senza di te non c’è quiete in me / e Né il canto ha il suo nome») [3].

 

Possiamo notare come già dai primi esordi Podrimja fosse orientato a seguire il bello della vita e del mondo, che nella sua poesia ne diventano il soggetto e l’ideale. Metaforicamente i suoi occhi diventano nidi dei colombi bianchi, anche se è ben consapevole dello scontro tra bene e male, seppure quest’ultimo sia sconfitto dalla poesia: «Gëzimi puth gëzimin / E fuqija e vdekun shkrihet n’kangë» («La gioia bacia la gioia / e la forza estinta nel canto si scioglie»). Il famoso poema Hija e Tokës (L’Ombra della Terra), scritto nel 1960 e pubblicato nel 1971, è costruito come un mosaico, in cui l’opposizione Terra/Patria è il tessuto che connette i pezzi. Il poema ritrae la storia sconvolgente del Kosovo, dal passato antico fino al 1960. L’autore da subito dichiara il suo amore eterno alla sua patria e tesse gli ideali e i sogni della gente del suo popolo, raffigurando la miseria e la sofferenza, l’eroismo e la speranza di un cambiamento futuro, perché la sorte non è stata generosa con questo popolo, che nel corso dei secoli ha pagato con il sangue ogni suo percorso: «Me shekuj kam shitur gjakun / E jam rritur me gjakun e shitur / Me shekuj kam hëngër veten / E ditur s'kam qesh me veten e tepruar» («Nei secoli ho venduto il sangue / e sono cresciuto con il sangue venduto / Nei secoli mi sono cibato di me stesso / E ridere non ho saputo con il mio essere che abbondava») [4]. In queste circostanze la raccomandazione dolorosa del poeta incarnato nella sua patria è: «Miq, Kosova është gjaku im nuk falet!» («Amici, il Kosovo è il sangue mio a cui non c’è perdono!»).

 

Come ci suggerisce il titolo del poema, L’Ombra della Terra, l’immagine della sua terra viene raffigurata sotto la sua Ombra, creando così un’analogia con la realtà del Kosovo. Numerose in esso sono le parole-chiave, come Terra, Sangue, Ferita, Morte, Torre, Pietra, Fede, Cielo, cariche i diversi significati. Esse sono delle unità semantiche che assumono ampi significati anche all’interno della stessa parola. Così, troviamo la patria del poeta che si anima, ha un cuore che pulsa, sente e desidera, come un organismo vivente e come tale soffre e vorrebbe eruttare come un vulcano. Tutto questo il figlio/poeta lo sa e lo riporta nei versi. Attorno ad essa il poeta si avvolge con tutta la forza della sua poesia come un Serpente-Dio illiro. Egli si riconosce così profondamente nella sua patria, che la sua fronte, metaforicamente, ospita gli occhi del Kosovo e viceversa.

 

Il tragico percorso della sua gente e l’assurda realtà inducono il poeta ad usare toni duri,  senza sprofondare nello sconforto, ma cercando il bene, presente dentro di noi solo a patto di saperlo usare: «Pas shumë vjetësh durimi / Vrava urrejtjen time / Nga vetvetja jetoj i lirë» («Dopo tanti anni di pazienza / ho ucciso il mio odio / per vivere libero da me stesso») [5].

 

Griselda Doka

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Per ulteriori approfondimenti si confrontino le opere di Ibrahim Rugova, Çështja e Kosovës  (La questione del Kosovo), intervista di Marie Françoise Allain e Xavier Galmiche, con Prefazione di Ismail Kadare, Dukagjini, Pejë, 1994, e Rexhep Qosja, Çështja shqiptare. Historia dhe politica (La Questione Albanese. Storia e politica), Toena, Tirana, 1998.

[2] – “Kulla” ['kula'] (Fortezza o torre) è una tipica abitazione del Nord dell’Albania e del Kosovo. Essa assume grande valore nella vita sociale e nella psicologia del popolo albanese, motivo questo che ci induce a lasciare il termine nella sua forma originale.

[3] – Cfr. Ali Podrimja, Shamijat e përshendetjeve (I fazzoletti dei saluti), Rilindja, Pristina 1963, p. 25.

[4] – Cfr. Dritero Agolli, Një udhetim i shkrutër në poezinë e Ali Podrimjes (Breve viaggio nella poesia di Ali Podrimja), in Poezi (Poesie), a cura di D. Agolli e Xh. Spahiu, Tirana 1986, p. 40.

[5] – Ivi, p. 78.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 22, maggio 2011)

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

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