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Nello scenario della letteratura albanese Ali Podrimja è una
delle personalità che spicca sia per la quantità
delle opere pubblicate che per la qualità di esse.
Egli è riuscito a farsi portavoce della sua gente e
a coniugare il difficile rapporto con la storia, con
il sentimento esistenziale, con la speranza di un
cambiamento, in piena adesione ai modelli mitologici
del suo popolo e ai drammi individuali. È un esempio
vivente di poeta-bard del nostro presente. È
nato il 28 agosto del 1942 a Gjakova, nel cuore del
Kosovo. Dopo essersi laureato in Lingua e
Letteratura Albanese all’Università di Pristina,
inizia a curare la pagina culturale del giornale
Rilindja, definita «una finestra verso
l’occidente», e dal 1976 dirige la collana delle
Edizioni Rilindja sulla poesia albanese, sulla
letteratura mondiale e sulle letterature dell’ex-Jugoslavia.
Nel 1996 si candida a socio corrispondente dell’Ashak
(Accademia delle Scienze e delle Arti del Kosovo) e
dal 2000 ne diventa socio ordinario. Attualmente
vive e opera a Pristina, ma è spesso coinvolto in
eventi culturali nazionali e internazionali. Risale
al 1961 la pubblicazione della sua prima raccolta,
intitolata Thirrje (Richiami). Le
poesie furono subito accolte presso i circoli
intellettuali kosovari, ma destarono sospetto e
dubbi presso l’area serba. In seguito a ciò,
Podrimja, a causa di alcuni suoi versi, venne
allontanato dalla scuola. Nel 1963 pubblica le
raccolte di poesia Shamijat e Përshendetjeve
(I fazzoletti dei saluti) e Dhimbë e bukur
(Dolore bello), nel 1967 Loja nën diell
(Gioco sotto il sole) e
Drejtpeshimi (Equilibrio), nel 1969 in
prima edizione Sampo I (nel 1980 la seconda),
Fjalë të rilindura (Parole rinate)
nel 1970, Torzo (Torso) nel
1971, Folja (Verbo) nel 1973, Credo
nel 1976 e Poezi (Poesie) nel 1978.
Con Lum Lumi (Beato Lum), volume dedicato al
figlio scomparso prematuramente, pubblicato per la
prima volta nel 1982, Podrimja segna una svolta
nella poesia kosovara. Continua a pubblicare
raccolte di versi come Fund i gëzuar (Fine
allegra, 1988), Zari (Dado, 1990),
Buzëqeshje në kafaz (Sorrisi in gabbia,
1993), Ëndrra kallëzohet në mengjes (Il
sogno si racconta al mattino, 2001), Pikë e
zezë në blu (Punto nero sul blu, 2005),
Libri mbi të qënit (Il libro sulla
esistenza, 2009). Scrive anche in prosa e
compone saggi: nel 1998 pubblica la raccolta di
racconti Burgu i hapur (Prigione aperta),
seguita poi da Harakiri (1999) e Dielli i
zi (Sole nero, 2000). Collabora con
riviste e giornali letterari sia nazionali che
internazionali.
Si è dedicato anche alla stesura di varie antologie della
poesia scritta in albanese. Nel 1999 ottiene a
Stoccarda il noto Premio Letterario “Nikolas Linau”.
In Albania, nel 2009, fu premiato con la “Penna
d’Argento” per il libro Pikë e zezë në blu (Punto
nero sul blu) al Festival della Poesia.
La sua opera è tradotta in molte lingue e presente
in varie riviste letterarie sia albanesi sia
straniere.
La poesia di Podrimja assume molte sfaccettature: semplice,
ma allo stesso tempo profonda, esortativa, che
dialoga in continuazione con l’io poetico. Spesso è
una poesia al servizio del suo popolo. Una poesia
che abbraccia l’intera realtà umana con i suoi
dolori, le tragedie storiche e la speranza di
riscoprirsi e ritrovarsi migliori. Infatti, nella
maggior parte dei suoi versi, Podrimja evita di
scrivere direttamente del presente, ma utilizza
riferimenti e miti del passato proiettati in un
futuro idealizzato e di certo migliore.
Quale protagonista e voce della realtà contemporanea, con la
sua arte riflette l’atmosfera della nazione, con
un’immaginazione suggestiva ed estetica in cui la
poesia trova la sua identità e comunica con le
origini. Podrimja non dimentica nessun pezzo del
mosaico della sua gente: oltre alla “Kosova”, come
ama chiamare la sua patria, nei suoi versi troviamo
luoghi carichi di significati storici e mitici
riguardanti l’Albania, la regione della
çamëria
e gli Arbëresh d’Italia. La realtà è rappresentata
in chiave simbolica attraverso il continuo ricorso a
miti del passato, con un significato connotativo: un
mito, cioè, che racconta un’esperienza generale
umana concentrata nella gente del proprio ethnos.
Quei miti e quelle leggende intrecciate a storie di
grandi sacrifici e di eroi tragici, che sembra
abbiano guidato da tempi immemorabili la gente dei
Balcani.
Nel Kosovo la censura era forte e anche la parola soffriva
della mancanza di libertà espressiva [1]. Da ciò
alcune scelte stilistiche adottate dal poeta, come
l’espressione laconica (dove la comunicazione
risulta spesso difficile), o l’uso di simboli del
passato, tale da prendere le distanze dal presente,
con lo scopo di far notare sia il suo disagio sia il
suo disaccordo. Podrimja, poeta complesso e uomo
attivo nella società albanese, da sempre ha cercato
di inglobare nella sua arte non solo le suggestioni
individuali, ma anche di essere il portavoce del
dolore universale. Quella albanese è una realtà
eterna, distaccata dallo spazio e dal tempo in cui
egli vive: il suo, però, non è certo un rifugio nei
versi, ma un impegno quasi utopistico del poeta che
immagina uno spazio presente illimitato, che vive e
prende forma solo nelle sue parole.
Una delle caratteristiche tipiche della poesia di Podrimja,
che ritroviamo in tutte le sue raccolte, è la
stigmatizzazione della realtà oppressiva,
accompagnata da una considerevole dose di ironia.
Tramite l’ironia, infatti, egli descrive le zone più
oscure della natura umana, mescolando il tutto con
una profonda riflessione esopica, di matrice
esistenzialista. Viste le contraddizioni del tempo
in cui vive, Podrimja spesso accompagna il lettore
verso l’inesausta ricerca di una ricomposizione e
verso il bisogno di dover prendere una posizione.
Il poeta è consapevole di rispondere in prima persona al
destino bruciante del suo popolo. Sempre nel quadro
di riferimento alla tradizione, la poesia di
Podrimja (soprattutto quella degli anni Settanta)
sfrutta la musicalità della poesia orale,
trasformandosi in una musica interna che si
percepisce nella struttura complessiva. Il dolore
come esperienza che segna l’individuo è trattato in
maniera generale e universale e le preoccupazioni
del poeta diventano preoccupazioni del lettore e
viceversa. La poesia di Podrimja ha il sapore della
testimonianza; egli è narratore di fatti
sconvolgenti che si svolgono davanti ai suoi occhi e
non può fare altro che riportarli in modo artistico
nella sua opera. Il suo impegno umano, morale,
collettivo diventa sublime tramite la sua
poesia ed egli stesso è una metafora vivente di
questa realtà paradossale, conciliando
contemporaneamente la sensibilità personale ed
etnica. Egli parte sì dalla testimonianza, ma per
giungere alla Poesia.
In cinquant’anni di carriera letteraria (risale infatti al
1957 la sua prima pubblicazione), Podrimja ha
sviluppato un modo di scrivere molto originale,
facendo proprie le correnti letterarie moderne e
contemporanee, a partire dal simbolismo, fino a
giungere al surrealismo e all’ermetismo, tanto che
oggi potremmo parlare di uno stile podrimjano. La
sua voce poetica è rappresentata dal piffero, antico
strumento musicale presente nel folclore albanese,
ma anche dalla pietra, dalla spada, dalla Kulla
[2]. Il luogo dove prende vita la sua
poesia è la casa, intesa come sede comune dove si
svolge la vita degli uomini. Essa viene
rappresentata dal simbolo della Kulla, del
prato, della foresta.
La Kulla poetica di Podrimja è protetta da pioppi, da
querce (simboli di resistenza) e dall’aquila. Ma
tanti pericoli attaccano la Kulla del poeta:
lupi, topi, serpenti, cani, gatti neri, ecc. Alcuni
di questi simboli a volte sono ambivalenti e
rovesciati. Se dovessimo utilizzare una scala di
colori per rappresentare la poesia di Podrimja
potremmo dire che il giallo simboleggia il male
presente nella società e la sfortuna. I colori nero
e rosso il dolore e rabbia, il bianco viene
adoperato quando il poeta non vuole “esprimersi, in
quanto già le tanti immagini surreali parlano”. Il
blu è il colore dei momenti di poesia tenera e
serena, pieni di speranza e libertà.
Le prime raccolte poetiche scritte tra il 1960 e il 1970 sono
un soffio di freschezza: il giovane Podrimja canta
la vita, la famiglia e il suo primo amore, perduto
in modo inevitabile. Oggetto di queste poesie sono
gli uomini della sua terra e la loro semplice vita.
Sono presenti elementi come la luce, il sole, il
cielo azzurro, i colombi, come simboli di pace e
serenità, i fiori e l’erba fresca… Oltre a questi
simboli apparentemente limpidi, in queste poesie si
nasconde anche un velo di malinconia e di
sofferenza. Podrimja è abbastanza maturo da
valorizzare il suo passato e le sue radici.
Egli avverte che ogni momento felice non può essere vissuto a
pieno se non si perseguono i propri valori e di
conseguenza la sua poesia non è completa, ma alla
ricerca del canto antico per dare
forza e vigore alla freschezza del suo dettato
perché: «Pa ty në mue
s’ka qetësi / As kanga
s’e ka emnin e vet»
(«Senza di te non c’è quiete in me / e Né il canto
ha il suo nome») [3].
Possiamo notare come già dai primi esordi Podrimja fosse
orientato a seguire il bello della vita e del mondo,
che nella sua poesia ne diventano il soggetto e
l’ideale. Metaforicamente i suoi occhi diventano
nidi dei colombi bianchi,
anche se è ben consapevole dello scontro tra bene e
male, seppure quest’ultimo sia sconfitto dalla
poesia: «Gëzimi puth gëzimin /
E fuqija e vdekun
shkrihet n’kangë» («La gioia bacia la
gioia / e la forza estinta nel canto si scioglie»).
Il famoso poema Hija e Tokës (L’Ombra
della Terra), scritto nel 1960 e pubblicato nel
1971, è costruito come un mosaico, in cui
l’opposizione Terra/Patria è il tessuto che connette
i pezzi. Il poema ritrae la storia sconvolgente del
Kosovo, dal passato antico fino al 1960. L’autore da
subito dichiara il suo amore eterno alla sua patria
e tesse gli ideali e i sogni della gente del suo
popolo, raffigurando la miseria e la sofferenza,
l’eroismo e la speranza di un cambiamento futuro,
perché la sorte non è stata generosa con questo
popolo, che nel corso dei secoli ha pagato con il
sangue ogni suo percorso: «Me shekuj
kam shitur gjakun / E
jam rritur me gjakun e
shitur / Me shekuj kam
hëngër veten / E ditur
s'kam të qesh me
veten e tepruar» («Nei secoli ho
venduto il sangue / e sono cresciuto con il sangue
venduto / Nei secoli mi sono cibato di me stesso / E
ridere non ho saputo con il mio essere che
abbondava») [4]. In queste circostanze la
raccomandazione dolorosa del poeta incarnato nella
sua patria è: «Miq, Kosova është
gjaku im që nuk falet!»
(«Amici, il Kosovo è il sangue mio a cui non c’è
perdono!»).
Come ci suggerisce il titolo del poema, L’Ombra della
Terra, l’immagine della sua terra viene
raffigurata sotto la sua Ombra, creando così
un’analogia con la realtà del Kosovo. Numerose in
esso sono le parole-chiave, come Terra, Sangue,
Ferita, Morte, Torre, Pietra, Fede, Cielo, cariche i
diversi significati. Esse sono delle unità
semantiche che assumono ampi significati anche
all’interno della stessa parola. Così, troviamo la
patria del poeta che si anima, ha un cuore che
pulsa, sente e desidera, come un organismo vivente e
come tale soffre e vorrebbe eruttare come un
vulcano. Tutto questo il figlio/poeta lo sa e lo
riporta nei versi. Attorno ad essa il poeta si
avvolge con tutta la forza della sua poesia come un
Serpente-Dio illiro. Egli si riconosce così
profondamente nella sua patria, che la sua fronte,
metaforicamente, ospita gli occhi
del Kosovo e viceversa.
Il tragico percorso della sua gente e l’assurda realtà
inducono il poeta ad usare toni duri, senza
sprofondare nello sconforto, ma cercando il bene,
presente dentro di noi solo a patto di saperlo
usare: «Pas shumë vjetësh
durimi / Vrava urrejtjen time
/ Nga vetvetja të jetoj
i lirë» («Dopo tanti anni di pazienza
/ ho ucciso il mio odio / per vivere libero da me
stesso») [5].
Griselda Doka
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] – Per ulteriori approfondimenti si confrontino le opere
di Ibrahim Rugova, Çështja e Kosovës
(La questione del Kosovo), intervista di
Marie Françoise Allain e Xavier Galmiche, con
Prefazione di Ismail Kadare, Dukagjini, Pejë,
1994, e Rexhep Qosja, Çështja shqiptare.
Historia dhe politica (La Questione Albanese.
Storia e politica), Toena, Tirana, 1998.
[2] – “Kulla” ['kula'] (Fortezza o torre) è una tipica
abitazione del Nord dell’Albania e del Kosovo. Essa
assume grande valore nella vita sociale e nella
psicologia del popolo albanese, motivo questo che ci
induce a lasciare il termine nella sua forma
originale.
[3] – Cfr. Ali Podrimja, Shamijat e përshendetjeve (I
fazzoletti dei saluti), Rilindja,
Pristina 1963, p. 25.
[4] – Cfr. Dritero Agolli, Një udhetim i shkrutër në
poezinë e Ali Podrimjes (Breve viaggio nella
poesia di Ali Podrimja), in Poezi (Poesie),
a cura di D. Agolli e Xh. Spahiu, Tirana 1986, p.
40.
[5] – Ivi, p. 78.
(www.excursus.org,
anno III, n. 22, maggio 2011)
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