|
La poesia di
Podrimja è ormai divenuta inconfondibile per genere
e originalità; sono versi che scaturiscono dalle
circostanze, dagli eventi della realtà che circonda
il poeta.
Soprattutto è
un’arte travolta da una vasta gamma di simboli sia
tradizionali che originali, espressione di profondo
significato, anche di difficile comprensione per il
lettore che, a volte, coglie solo una parte di ciò
che l’autore ha voluto trasmettere attraverso tale
una simbologia che stenta a svelarsi fino in fondo,
in una poesia valida e sempre nuova.
Molte e suggestive
sono le immagini richiamate nelle sei poesie che qui
presentiamo, composte di recente e originali,
in cui si possono
individuare diversi simboli così suddivisi:
- simboli
tradizioni e storici: Kulla di Sulejman Vokshi, Uji
i Madh, la casa, la lampada, il bucaneve;
- simboli
fitonomici della mitologia primitiva: la foresta, il
bue, il serpente, le gazze, il cane;
- simboli
mitologici: il ciclope, le piovre, lillipuziani.
Podrimja, nel
complesso ci appare un poeta coerente con le scelte
sviluppate dal 1990
in poi, ma con meno rabbia e completamente disilluso
dalla volontà umana di cambiamento.
È un poeta stanco e
nostalgico, solitario nella “foresta misteriosa”,
nella quale si sente smarrito;
invece di continuare a tenere accesa la sua
“lampada” poetica, decide di spegnerla per i troppi
rumori e pericoli. Prevale in questi versi un senso
di perdita e di smarrimento di fronte a un presente
che sembra ricercare
il lusso e la futilità, ma che non offre molto a chi
è alla ricerca di altro.
Le chiavi del
potere sono tenute dalle piovre affamate e
rivoltanti, che in realtà non sono altro che piccoli
lillipuziani. Al poeta sembra
di non trovare
alcuna
ancora di salvezza e si aggrappa al ricordo
dei morti che piangono i vivi e la loro Patria, per
cui avevano donato
la vita.
Griselda Doka
LE POESIE
La lettura
della solitudine della casa
Bussa qualcuno
é da tempo che
bussa
Nella casa della
mia solitudine
Apro la porta e mi
smarrisco
Nel vuoto
Tra i gradini sento
il trotto
Colpi di tosse
graffianti
Il freddo sento che
mi avvolge
Rannicchiato
nell'angolo della stanza
Tra la fessura
accompagno
La caduta della
stella sul colle di Qyqe [1]
L'occhio del
ciclope
Se ci osserva tra i
gradini della solitudine
Sui muri terribili
graffi
Delle unghie di un
popolo
Musica mortale
eseguono
è da tempo che la
solitudine della mia casa
Sulla mia pelle la
leggo
(2006)
Commento
Solitario e confuso
in un mondo freddo e angusto il poeta soffre e
questa sofferenza è talmente forte e accentuata che
l’avverte anche fisicamente. Molti sono stati i
morti della sua “casa” e le loro tracce sono rimaste
indelebili. Difficilmente ci potrà essere giustizia
per i sacrificati; i “ciclopi” anche nella realtà
moderna non conoscono regole e diritti ed in questa
situazione il poeta si tiene nell’ombra, facendo
rivivere però i morti con la sua poesia.
Nota
bibliografica
[1] - I nomi
geografici non sono stati tradotti, ma lasciati
nell’originale; anche per il termine “vitrage”
(vetrate dipinte caratteristiche nei luoghi di
culto) di origine francese si è rispettata la
scelta dell’autore lasciandolo invariato.
La cieca via
Sulla cieca via
Sto e accendo solo
una lampada
Il bue nuota nel
pantano
Le gazze beccano
Le stelle solitarie
Scambiano la pelle
con quella del serpente
Sulla riva dondola
Una sedia
Di fronte a Uji
Madh
Appoggerà il
sovrano
Il sedere
lì?
(Ulqin, 2008)
Commento
L’ironia e il
sarcasmo da sempre sono state parte integrante della
poesia di Podrimja. Tramite l’ironia infatti riesce
ad esprimere il suo disaccordo con il presente senza
però risultare polemico, semplicemente accostando
immagini, simboli rovesciati e metafore originali.
La sua poesia in questo caso è una lampada nella
realtà buia, ferma: infatti il bue simbolo di forza
e fertilità non può fare molto nuotando nel pantano.
Un’altra immagine dissonante con la realtà è
rappresentata dalle gazze avide e traditrici, capaci
di spegnere anche le poche stelle. La patria di
Podrimja si avviò verso l'indipendenza e la libertà
proprio nel 2008, ma il poeta dubita in qualche
possibile positivo cambiamento: tutto è troppo
lento.
Scheletri
senza sepoltura
Due volte all'anno
dobbiate presentarvi
Me lo ricorda una
donna dai capelli biondi
Per testimoniare
che siete vivi
Mi guarda
tristemente
Si morde le labbra
e se ne va
Segnata dal passato
La carta d'identità
richiede
Nella stanza delle
testimonianze si chiude
Impossibile
sussurra sul tardi
Era lui che
tracciava il fondo
nel mio corpo
E i riccioli gli si
sono
schiariti o Signore
Dalle mani le cade
il bicchiere
I cancelli di vetro
sbattono
Uno squilibrato
vomita
Imputridiscono
degli scheletri senza sepoltura
Sotto inchiesta
l'umanità o la libertà
(Ulpiane, 2009)
Commento
Lo sfondo sociale e
il tema dei diritti umani ritornano anche in questa
poesia. L’immagine della donna probabilmente vittima
di violenze e abusi e dell’uomo carnefice e vittima
nello stesso tempo sono come reliquie rimaste sulla
terra: testimoni di fatti sconvolgenti e di
altrettante
vittime di una guerra senza senso e senza tempo.
Forte è il bisogno del ricordo e il diritto della
testimonianza, ma anche il senso di colpa nei
confronti della vita e dell’umanità intera.
Le piovre
Ogni giorno ho di
fronte il potere dei lillipuziani
in ogni ora
s'incamminano verso il fontanile mentre la Luna
vigila sopra le loro teste
davanti alle
fotografie degli amici scomparsi mi inginocchio
per la vergogna dei
vivi che impallidiscono ogni giorno
Appaiono gli
ex-combattenti e li saluto
Chiedono non più di
un pezzo di pane e un chicco di sale
Misero me che cosa
potrei fare quando non sono nemmeno l'ombra di un
uccello
Mi smarrisco nel
lusso delle piovre mentre cerco la via
Verso la luce
Dentro la Kulla di
Sylejman Vokshi mi rinchiudo
Osservo tra le
feritoie
I lillipuziani che
si muovono con occhiali neri e sputano a destra e a
sinistra
Sulla cieca via gli
scialbi partecipano all'ultima maratona
in nome degli dei
morti vengono chiamati
Qualche moneta
gliela gettano mentre sghignazzano a mo' di clown
Mi allontano
inorridito mentre le piovre divoranti si rivoltano
Olezza e vedo come
sbiadisce la Foresta misteriosa
Appena ci risveglia
l'inverno con i bucaneve
Dalle fotografie
ingiallite gli scomparsi scenderanno
La mia madre-Terra
che mestamente compiangono
(Ulpiane, 10
Febbraio 2010)
Commento
Quando si legge la
prima volta questa poesia un senso di stupore e
mistero ti avvolge per
alcune scelte dell’autore: in primo luogo
l’immagine apparentemente
poco poetica
delle piovre e dei lillipuziani,
in secondo luogo quella
del poeta
rinchiuso in una torre appartenente all’eroe
tradizionale Sylejman Vokshi e
agli
ex-combattenti. Una volta compreso lo scenario
surreale di questi versi si percepisce anche il
senso di disgusto che ne deriva, espresso dalle
piovre che qui simboleggiano il crimine,
l’ingiustizia e il lusso facile, come riflesso di
una classe dirigente incompetente e corrotta
rappresentata dai lillipuziani. Sulla loro scia
ovviamente ci sono altri che si dirigono verso
“l’ultima maratona” perché
gli dei
in
cui credono sono morti. Il poeta però
appartiene ad un altro asse e lo fa ben capire:
egli, rinchiuso nella Kulla eroica, cerca
una via d’uscita,
verso la “Foresta misteriosa”
in cui stanno
spuntando i bucanevi, simboli di rinascita e
speranza. Il ricordo dei morti per la Patria e la
libertà non deve essere vano, ma deve risvegliare
coscienze perché è facile perdersi.
Io spegnerò
la lampada
Anima ti trasformi
In lampada di luce
In questo tempo
senza tempo
Chi é da dove
arriva
Nella foresta ho
smarrito la via
I cani abbaiano e
non smettono
Non smettono i cani
e abbaiano
Io spegnerò la
lampada
(Ulpiane,
Ottobre 2010)
Commento
La poesia Io
spegnerò la lampada già nel titolo predice il
senso di smarrimento e pessimismo che travolge gli
otto versi. La metafora della luce che è costretta a
spegnersi dopo un cammino faticoso e pieno di
pericoli è presente in molti altri componimenti di
Podrimja. Anche il simbolo del cane, amico-nemico e
traditore, è un simbolo ricorrente nella poetica
podrimjana; qui i cani hanno circondato “la foresta”
e tutte le vie d’uscita; i versi che si ripetono
alla fine “abbaiano e non smettono / non smettono e
abbiano” ci fanno capire tutto questo e il desiderio
di rinuncia dalla lotta da parte del poeta.
Il
libro del dolore
La bellezza si
tramutò in cane ahimé
Si
scaraventa e sorpassa parole e tumuli di pietre
Inghiottisce Terra e Cielo e Fuochi
Si
chiudono le copertine del Libro del Dolore
affinché l'immagine non ingiallisca
La
rabbia cesserà perché la parola sgocciola
solitudine
E si
scrive il Libro del Dolore
Sui
miei occhi da Ciabrat cala la Luna
Sciacqua dalle mani la cenere dei sogni
tristi
(Gjakove, 2010)
Commento
La poesia Il
libro del Dolore, dedicata alla studiosa M.
Saneja, è una tenera dedica al ricordo del figlio
del poeta scomparso prematuramente nel 1982 e, nello
stesso tempo, una condivisione del dolore con chi
come lui ha perso un figlio. L'immagine del cane
traditore e pericoloso ritorna e rischia di
sconvolgere anche la pace della morte; i “tumuli di
pietre” infatti sono le lapidi. Ma oggi c’è
bisogno di pace, di rispetto della bellezza e della
pienezza che la vita aveva donato. Il Libro del
Dolore è stato scritto, ne è un esempio anche la
raccolta Lum Lumi (Poesie per Lumi)
nel quale il poeta ha riversato tutta la sua rabbia,
le sue emozioni di fronte all’impossibilità di agire
quando l’equilibrio della vita si perde. Oggi c’è
bisogno di custodire il ricordo, il bello che c’è
stato; ciò è reso possibile dalla Luna di Ciabrat,
qui una sorta di lanterna sublime.
La poesia e
la fanciulla
Lei scriveva poesie
erotiche
assomigliavano a
lei e ai vitrage
perché avevano
l'anima e la bellezza
Prima di farsi la
doccia
Le robe gettava nel
salotto
E guardava il suo
corpo allo specchio
Se c’era ancora
rimasto qualcosa
Si può interrompere
la comunicazione
Tra di lei e quello
oltre il vetro
Che guardava con
occhi annebbiati
Noi parlavamo della
bellezza
E della sensibilità
umana
E del tempo che ci
mancava
Ciò che toccava
causava irruzione, terremoti
E quella voce
interna
Che va protetta
Una ad una le
consegnavo le robe
Disperse chissà da
quanto tempo
Nello spazio blu
Desiderava sentire
il risveglio del proprio corpo
Sano, purificato
Che cosa può
togliere di più la mano del Creatore
(2010)
Commento
Le poesie di
Podrimja dedicate alla donna sono rare,
questa ne è un
esempio: più che
una semplice dedica è un inno al genere
femminile, alla donna in sé, bella di fisico, ma
anche di anima, eterna nelle emozioni che suscita,
ma provvisoria per
quanto riguarda l’arco della vita umana. La donna
per Podrimja è
avvicinabile
fisicamente, ma lontana e quasi
inarrivabile nelle
emozioni: mentre vive
nella stessa casa vicina
all’uomo e ne condivide gli spazi, in ciò
che esprime e rappresenta è eterna e indistruttibile
come un’opera d’arte dalla quale non si può togliere
e né aggiungere nulla.
Griselda Doka
Leggi le poesie in lingua originale (PDF)
(www.excursus.org,
anno III, n. 26, settembre 2011)
|