Anno III             n.26                    Settembre 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

L'ultimo Podrimja:

 coerente, ma disilluso

di Griselda Doka

Lanalisi dellopera del poeta

 si chiude con gli anni Duemila,

 tramite la traduzione inedita

 di sei recenti componimenti

 

  

 

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La poesia di Podrimja è ormai divenuta inconfondibile per genere e originalità; sono versi che scaturiscono dalle circostanze, dagli eventi della realtà che circonda il poeta.

Soprattutto è un’arte travolta da una vasta gamma di simboli sia tradizionali che originali, espressione di profondo significato, anche di difficile comprensione per il lettore che, a volte, coglie solo una parte di ciò che l’autore ha voluto trasmettere attraverso tale una simbologia che stenta a svelarsi fino in fondo, in una poesia valida e sempre nuova.

 

Molte e suggestive sono le immagini richiamate nelle sei poesie che qui presentiamo, composte di recente e originali, in cui si possono individuare diversi simboli così suddivisi:

- simboli tradizioni e storici: Kulla di Sulejman Vokshi, Uji i Madh, la casa, la lampada, il bucaneve;

- simboli fitonomici della mitologia primitiva: la foresta, il bue, il serpente, le gazze, il cane;

- simboli mitologici: il ciclope, le piovre, lillipuziani.

 

Podrimja, nel complesso ci appare un poeta coerente con le scelte sviluppate dal 1990 in poi, ma con meno rabbia e completamente disilluso dalla volontà umana di cambiamento.

È un poeta stanco e nostalgico, solitario nella “foresta misteriosa”, nella quale si sente smarrito; invece di continuare a tenere accesa la sua “lampada” poetica, decide di spegnerla per i troppi rumori e pericoli. Prevale in questi versi un senso di perdita e di smarrimento di fronte a un presente che sembra ricercare il lusso e la futilità, ma che non offre molto a chi è alla ricerca di altro.

 

Le chiavi del potere sono tenute dalle piovre affamate e rivoltanti, che in realtà non sono altro che piccoli lillipuziani. Al poeta sembra di non trovare alcuna ancora di salvezza e si aggrappa al ricordo dei morti che piangono i vivi e la loro Patria, per cui avevano donato la vita.

 

Griselda Doka

 

 

LE POESIE

 

 

La lettura della solitudine della casa

Bussa qualcuno

é da tempo che bussa

Nella casa della mia solitudine

Apro la porta e mi smarrisco

Nel vuoto

Tra i gradini sento il trotto

Colpi di tosse graffianti

Il freddo sento che mi avvolge

Rannicchiato nell'angolo della stanza

Tra la fessura accompagno

La caduta della stella sul colle di Qyqe [1]

L'occhio del ciclope

Se ci osserva tra i gradini della solitudine

Sui muri terribili graffi

Delle unghie di un popolo

Musica mortale eseguono

è da tempo che la solitudine della mia casa

Sulla mia pelle la leggo

(2006)

 

Commento

Solitario e confuso in un mondo freddo e angusto il poeta soffre e questa sofferenza è talmente forte e accentuata che l’avverte anche fisicamente. Molti sono stati i morti della sua “casa” e le loro tracce sono rimaste indelebili. Difficilmente ci potrà essere giustizia per i sacrificati; i “ciclopi” anche nella realtà moderna non conoscono regole e diritti ed in questa situazione il poeta si tiene nell’ombra, facendo rivivere però i morti con la sua poesia.

 

Nota bibliografica

[1] - I nomi geografici non sono stati tradotti, ma lasciati nell’originale; anche per il termine “vitrage” (vetrate dipinte caratteristiche nei luoghi di culto) di origine francese si è rispettata  la scelta dell’autore lasciandolo invariato.

 

 

La cieca via

Sulla  cieca via

Sto e accendo solo

una lampada

Il bue nuota nel pantano

Le gazze beccano

Le stelle solitarie

Scambiano la pelle con quella del serpente

Sulla riva dondola

Una sedia

Di fronte a Uji Madh

Appoggerà il sovrano

Il sedere

lì?

(Ulqin, 2008)

 

Commento

L’ironia e il sarcasmo da sempre sono state parte integrante della poesia di Podrimja. Tramite l’ironia infatti riesce ad esprimere il suo disaccordo con il presente senza però risultare polemico, semplicemente accostando immagini, simboli rovesciati e metafore originali. La sua poesia in questo caso è una lampada nella realtà buia, ferma: infatti il bue simbolo di forza e fertilità non può fare molto nuotando nel pantano. Un’altra immagine  dissonante con la realtà è rappresentata dalle gazze avide e traditrici, capaci di spegnere anche le poche stelle. La patria di Podrimja si avviò verso l'indipendenza e la libertà proprio nel 2008, ma il poeta dubita in qualche possibile positivo cambiamento: tutto è troppo lento.

 

 

Scheletri senza sepoltura

Due volte all'anno dobbiate presentarvi

Me lo ricorda una donna dai capelli biondi

Per testimoniare che siete vivi

Mi guarda tristemente

Si morde le labbra e se ne va

Segnata dal passato

La carta d'identità richiede

Nella stanza delle testimonianze si chiude

Impossibile sussurra sul tardi

Era lui che tracciava il fondo

nel mio corpo

E i riccioli gli si sono

schiariti o Signore

Dalle mani le cade il bicchiere

I cancelli di vetro sbattono

Uno squilibrato vomita

Imputridiscono degli scheletri senza sepoltura

Sotto inchiesta l'umanità o la libertà

(Ulpiane, 2009)

 

Commento

Lo sfondo sociale e il tema dei diritti umani ritornano anche in questa poesia. L’immagine della donna probabilmente vittima di violenze e abusi e dell’uomo carnefice e vittima nello stesso tempo sono come reliquie rimaste sulla terra: testimoni di fatti sconvolgenti e di altrettante vittime di una guerra senza senso e senza tempo. Forte è il bisogno del ricordo e il diritto della testimonianza, ma anche il senso di colpa nei confronti della vita e dell’umanità intera.

 

 

Le piovre

Ogni giorno ho di fronte il potere dei lillipuziani

in ogni ora s'incamminano verso il fontanile mentre la Luna vigila sopra le loro teste

davanti alle fotografie degli amici scomparsi mi inginocchio

per la vergogna dei vivi che impallidiscono ogni giorno

Appaiono gli ex-combattenti e li saluto

Chiedono non più di un pezzo di pane e un chicco di sale

Misero me che cosa potrei fare quando non sono nemmeno l'ombra di un uccello

Mi smarrisco nel lusso delle piovre mentre cerco la via

Verso la luce

Dentro la Kulla di Sylejman Vokshi mi rinchiudo

Osservo tra le feritoie

I lillipuziani che si muovono con occhiali neri e sputano a destra e a sinistra

Sulla cieca via gli scialbi partecipano all'ultima maratona

in nome degli dei morti vengono chiamati

Qualche moneta gliela gettano mentre sghignazzano a mo' di clown

Mi allontano inorridito mentre le piovre divoranti si rivoltano

Olezza e vedo come sbiadisce la Foresta misteriosa

Appena ci risveglia l'inverno con i bucaneve

Dalle fotografie ingiallite gli scomparsi scenderanno

La mia madre-Terra che mestamente compiangono

(Ulpiane, 10 Febbraio 2010)

 

Commento

Quando si legge la prima volta questa poesia un senso di stupore e mistero ti avvolge per alcune scelte dell’autore: in primo luogo l’immagine apparentemente poco poetica delle piovre e dei lillipuziani, in secondo luogo quella del poeta rinchiuso in una torre appartenente all’eroe tradizionale Sylejman Vokshi e agli ex-combattenti. Una volta compreso lo scenario surreale di questi versi si percepisce anche il senso di disgusto che ne deriva, espresso dalle piovre che qui simboleggiano il crimine, l’ingiustizia e il lusso facile, come riflesso di una classe dirigente incompetente e corrotta rappresentata  dai lillipuziani. Sulla loro scia ovviamente ci sono altri che si dirigono verso “l’ultima maratona” perché gli dei in cui credono sono morti. Il poeta però appartiene ad un altro asse e lo fa ben capire: egli, rinchiuso nella Kulla eroica, cerca una via d’uscita, verso la “Foresta misteriosa” in cui stanno spuntando i bucanevi, simboli di rinascita e speranza. Il ricordo dei morti per la Patria e la libertà non deve essere vano, ma deve risvegliare coscienze perché è facile perdersi.

 

 

Io spegnerò la lampada

Anima ti trasformi

In lampada di luce

In questo tempo senza tempo

Chi é da dove arriva

Nella foresta ho smarrito la via

I cani abbaiano e non smettono

Non smettono i cani e abbaiano

Io spegnerò la lampada

(Ulpiane, Ottobre 2010)

 

Commento

La poesia Io spegnerò la lampada già nel titolo predice il senso di smarrimento e pessimismo che travolge gli otto versi. La metafora della luce che è costretta a spegnersi dopo un cammino faticoso e pieno di pericoli è presente in molti altri componimenti di Podrimja. Anche il simbolo del cane, amico-nemico e traditore, è un simbolo ricorrente nella poetica podrimjana; qui i cani hanno circondato “la foresta” e tutte le vie d’uscita; i versi che si ripetono alla fine “abbaiano e non smettono / non smettono e abbiano” ci fanno capire tutto questo e il desiderio di rinuncia dalla lotta da parte del poeta.

 

 

Il libro del dolore

La bellezza si tramutò in cane ahimé

Si scaraventa e sorpassa parole e tumuli di pietre

Inghiottisce Terra e Cielo e Fuochi

Si chiudono le copertine del Libro del Dolore

affinché l'immagine non ingiallisca

La rabbia cesserà perché la parola sgocciola

solitudine

E si scrive il Libro del Dolore

Sui miei occhi da Ciabrat cala la Luna

Sciacqua dalle mani la cenere dei sogni

tristi

(Gjakove, 2010)

 

Commento

La poesia Il libro del Dolore, dedicata alla studiosa M. Saneja, è una tenera dedica al ricordo del figlio del poeta scomparso prematuramente nel 1982 e, nello stesso tempo, una condivisione del dolore con chi come lui ha perso un figlio. L'immagine del cane traditore e pericoloso ritorna e rischia di sconvolgere anche la pace della morte; i “tumuli di pietre” infatti sono le lapidi. Ma oggi cè bisogno di pace, di rispetto della bellezza e della pienezza che la vita aveva donato. Il Libro del Dolore è stato scritto, ne è un esempio anche la raccolta Lum Lumi (Poesie per Lumi) nel quale il poeta ha riversato tutta la sua rabbia, le sue emozioni di fronte all’impossibilità di agire quando l’equilibrio della vita si perde. Oggi c’è bisogno di custodire il ricordo, il bello che c’è stato; ciò è reso possibile dalla Luna di Ciabrat, qui una sorta di lanterna sublime.

 

 

La poesia e la fanciulla

Lei scriveva poesie erotiche

assomigliavano a lei e ai vitrage

perché avevano l'anima e la bellezza

Prima di farsi la doccia

Le robe gettava nel salotto

E guardava il suo corpo allo specchio

Se c’era ancora rimasto qualcosa

Si può interrompere la comunicazione

Tra di lei e quello oltre il vetro

Che guardava con occhi annebbiati

Noi parlavamo della bellezza

E della sensibilità umana

E del tempo che ci mancava

Ciò che toccava causava irruzione, terremoti

E quella voce interna

Che va protetta

Una ad una le consegnavo le robe

Disperse chissà da quanto tempo

Nello spazio blu

Desiderava sentire il risveglio del proprio corpo

Sano, purificato

Che cosa può togliere di più la mano del Creatore

(2010)

 

Commento

Le poesie di Podrimja dedicate alla donna sono rare, questa ne è un esempio: più che  una semplice dedica è un inno al genere femminile, alla donna in sé, bella di fisico, ma anche di anima, eterna nelle emozioni che suscita, ma provvisoria per quanto riguarda l’arco della vita umana. La donna per Podrimja è avvicinabile fisicamente, ma lontana e quasi inarrivabile nelle emozioni: mentre vive nella stessa casa vicina all’uomo e ne  condivide gli spazi, in ciò che esprime e rappresenta è eterna e indistruttibile come un’opera d’arte dalla quale non si può togliere e né aggiungere nulla.

 

 

Griselda Doka

 

Leggi le poesie in lingua originale (PDF)

 

(www.excursus.org, anno III, n. 26, settembre 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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