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Negli
ultimi anni sono state numerose le iniziative che
hanno contribuito a nutrire il mito di Ernest
Hemingway; dal saggio di Scott Donaldson, con
traduzione di Raffaella Belletti, Hemingway
contro Fitzgerald [1] (Edizioni
e/o, 2004) al libro fotografico The
Beat Goes On [2] (Mondadori,
2004), di Fernanda Pivano, a cura di Guido Harari,
alla traduzione di alcuni suoi racconti (ancora
inediti in Italia) a cura di Roberta Miraglia [3].
Si era parlato anche di tre film sulla sua vita: Papa di
Adrian Noble, con Anthony Hopkins; e altri due, meno
definiti, uno con la sceneggiatura di Barbara
Turner, l’altro con Abel Ferrara alla regia e la
consulenza di Fernanda Pivano.
Come ha scritto Mario Baudino: «Sono vivi i
personaggi, ed è vivo lo scrittore, come figura
mitica che non perde, col passare del tempo, una
scheggia della sua energia» [4]. Energia dirompente
che scaturiva anche dall’uso massiccio di alcolici
bevuti sin dalla mattina a colazione sotto forma di
«[...] una coppa di champagne frappé» [5]. Collassi
alcolici, fa notare Juan Bas [6], che sono narrati a
regola d’arte in Isole
nella corrente (1970).
Energia, si diceva, che – afferma Donaldson – faceva
dell’uomo e dell’autore: «[…] una delle persone più
competitive sulla faccia della terra: in ogni campo,
dalle corse in bicicletta alle gare di bevute,
Hemingway faceva di tutto per vincere. E dove era in
ballo la sua reputazione artistica, se possibile si
impegnava ancora di più» [7].
Testo originale
He was an old man who fished alone in a skiff in the
Gulf Stream and he had gone eighty-four days now
without taking a fish. In the first forty days a boy
had been with him. But after forty days without a
fish the boy’s parents had told him that the old man
was now definitely and finally salao,
which is the worst form of unlucky, and the boy had
gone at their orders in another boat which caught
three good fish in the first week. It made the boy
sad to see the old man come in each day with his
skiff empty and he always went down to help him
carry either the coiled lines or gaff and harpoon
and the sail that was furled around the mast. The
sail was patched with flour sacks and, furled, it
looked like the flag of permanent defeat [8].
Traduzione
Era un vecchio che pescava da solo su una barchetta
nella corrente del Golfo e ormai erano
ottantaquattro giorni che non prendeva un pesce. Nei
primi quaranta un ragazzo era stato con lui. Ma dopo
quaranta giorni senza aver pescato un solo pesce i
genitori del ragazzo gli dissero che ora il vecchio
era chiaramente e definitivamente salao,
che è la peggiore forma di sfortuna, e il ragazzo
era andato per loro ordine su un’altra barca che
aveva catturato tre bei pesci nella prima settimana.
Per il ragazzo era triste vedere il vecchio
rientrare ogni giorno con la barca vuota e sempre
scendeva ad aiutarlo a portare le lenze addugliate o
il rampone e l’arpione e la vela che era serrata
intorno all’albero. La vela era rattoppata con
sacchi di farina e, serrata, sembrava la bandiera
della perenne sconfitta [9].
Nota alla traduzione
Nella
tarda estate del 1952 la rivista Life
pubblicò in un numero unico Il
vecchio e il mare. Fu un successo da 5.318.650
copie. Pubblicare Hemingway, ad ogni modo, non fu
una scelta editoriale facile perché il precedente Di
là dal fiume e tra gli alberi (1950)
si era rivelato un libro banale e di poche vendite.
Per pubblicizzare l’evento, i responsabili della
rivista scelsero quale opinion
maker James
A. Michener – nel 1953, sempre per Life,
pubblicherà I
ponti di Toko-ri –
che ricorda così la prima lettura del manoscritto:
«[...] aprii il pacchetto e mi misi a leggere la
storia di un vecchio pescatore che cercava di
catturare un grosso pesce e lottava per tenere a
bada gli squali che volevano rubargli la sua preda»
[10].
Il vecchio e il mare –
ultimo romanzo pubblicato da Hemingway in vita,
scritto in otto settimane e ispirato a Gregorio
Fuentes [11] –
si apre con una protasi nella quale il narratore
onnisciente afferma che il vecchio pescatore è solo
e sfortunato. È, infatti, descritto come un uomo
dalla corporatura macilenta, pieno di rughe e
cicatrici, con la pelle macchiata e bruciata dal
sole. È il simbolo della sconfitta e della sfortuna,
ma i suoi occhi hanno il colore del mare e sono
allegri e indomiti. Solo il giovane Manolin lo ha
accompagnato nei primi quaranta giorni delle
sfortunate battute di caccia ed è lui che lo aiuta a
sbarcare il lunario.
L’avventura comincia, sullo sfondo dell’isola di
Cuba, all’alba dell’ottantacinquesimo giorno di non
pesca, quando Santiago salpa per la Corrente del
Golfo. Da questo momento, attraverso la sua vista
malferma, il vecchio marinaio ci fa vivere lo
straordinario paesaggio dell’oceano popolato di
animali, colori, sogni, miti, speranza ma anche
tanta disperazione.
Pescatore esperto, Santiago cattura un gigantesco
merlin. La fortuna sembra dalla sua, ma gli squali
mangiano la preda. Alla fine dell’avventura, il
vecchio ritorna a casa, dove si abbandona a un sonno
profondo e innaturale. Gli altri pescatori e qualche
turista accorrono al molo per ammirare la carcassa
del merlin, mentre Manolin piange la sua sfortuna
senza vergogna.
Il vecchio e il mare, come gli altri scritti
di Hemingway, è un racconto che s’innesta nella
migliore tradizione americana, da Herman Melville a
Mark Twain a Sherwood Anderson, e assimila
l’esperienza europea di Stendhal, Gustave Flaubert e
del simbolismo del Primo Novecento. Come ha scritto
Agostino Lombardo: «[…] la parola, mentre è protesa
a raggiungere quella verità ed essenzialità che
tutta la lirica moderna ha, con varia fortuna,
ricercato, mira altresì ad innalzare una costruzione
che sia tanto più armoniosa ed equilibrata quanto
più sconvolto e drammatico è il mondo di cui è
espressione» [12].
Come
in Flaubert, maestro dichiarato, Hemingway cerca il mot
juste per
obbedire a un’inclinazione estetizzante e – lontano
dal machismo [13] e
dal primitivismo [14] –
affermare un ideale di verità e necessità. Il
vecchio e il mare racconta la sconfitta
dell’uomo con una prosa spesso lirica che, come lo
stesso autore ha scritto in Verdi
colline d’Africa (1933),
deve essere: «[…] senza trucchi né inganni» [15].
L’autore descrive l’azione epica di un personaggio
sopraffatto da un mondo violento, deprivato di
quella fede e amore che cerca di ritrovare nel suo
oceano, non diverso dalle colline d’Africa o dai
campi di baseball evocati quali santuari del suo
personale credo di vita. Il paesaggio morale, intimo
e appena tratteggiato, si colora dell’oceano e del
cielo azzurro, ma la narrazione ci spinge, con
impalpabile violenza, dentro un percorso che
descrive la caduta dell’Uomo attraverso la
ri-evocazione e la ri-scrittura della perenne lotta
tra Bene e Male. Il pescatore, simbolo cristologico
di questa scissione, è un moderno Giobbe nella
ciclicità delle notti insonni che si accendono delle
luci aurorali dell’ultimo giorno di pesca per
ri-precipitare nel sonno della spossatezza fisica e
nell’oblio della sconfitta. Santiago lotta contro i
pescecani, il buio, il freddo e la sete del deserto
oceanico – che ricorda The
Waste Land di
T. S. Eliot [16] –
ma, alla fine, s’arrende al suo destino.
La
parola poetica di
Hemingway
La parola poetica in Il
vecchio e il mare coinvolge
il lettore sin dal primo capoverso, là dove si
legge: «He was an old man who fished alone in a
skiff in the Gulf Stream and he had gone eighty-four
days now without taking a fish» [17].
Il
pronome soggetto he dischiude
al lettore, in questo primo paragrafo della protasi,
tre temi propri del racconto (isolamento, povertà e
sfortuna) incastonandoli, in una struttura
linguistica lirica, entro un tempo e uno spazio
determinati: il vecchio è un pescatore, vive da solo
ed è sfortunato perché non pesca da ottantaquattro
giorni.
Il
fatto che Hemingway apra il racconto con il pronome
soggetto he –
identificato nel quarto paragrafo con il pescatore Santiago –
correlato da due articoli indeterminati – an
old man e in
a skiff –
è da inscrivere in una lucida strategia narrativa:
catalizza l’attenzione sul protagonista – poi
caratterizzato nei primi tre paragrafi – e
suggerisce al lettore un soggetto indefinito nel
quale identificarsi.
Nel
presentare il soggetto, il narratore usa il tempo
imperfetto nella modalità de
re – was –
che afferma una prospettiva continua del
protagonista e di questi con il contesto. Di contro,
nel raccontarci del suo destino, usa il trapassato –
had gone –
tempo storico che afferma una prospettiva
determinata e definita dell’eroe in relazione al
dato certo della sfortuna.
Lo spazio teatrale in cui è circoscritta la sua
azione – l’isola di Cuba circondata dalla Corrente
del Golfo – è, invece, definito e determinato
dall’articolo the.
L’oceano – universo totalizzante con la sua
profondità, spessore, punti cardinali, colori
cangianti e soprattutto flora e fauna – è la
mar, una femmina
da trattare con favore e che come una donna
subisce l’influenza della luna [18].
Fin
dal primo capoverso, la natura è presentata, da una
parte, come luogo ostico e desertico in cui è
difficile procurarsi il cibo. Dall’altra, però, le
acque della Corrente sono il luogo in cui il
pescatore ritroverà il senso dell’avventura, la
memoria della moglie morta, del giovane Manolin,
delle verdi colline d’Africa, dei campi di baseball
e di Joe Di Maggio.
Alla fine, il pescatore tradirà il suo oceano e,
consapevole, confesserà al merlin oramai sbranato:
«I am sorry that I went too far out. I ruined us
both» [19].
In
questa sconfitta, accettata con dignità, è anche la
consapevolezza di chi sa di avere perso per sempre
il Paradiso –
tema centrale nella produzione letteraria di
Hemingway e di tutta la generazione perduta.
Ritornato a casa, il vecchio confesserà al giovane:
«‘They beat me, Manolin’ he said. ‘They truly beat
me.’» [20].
Se,
dunque, il primo capoverso della protasi ci ha
introdotto in maniera corposa dentro l’universo
poetico e tematico dell’autore, a una lettura ancora
più attenta e profonda della struttura della frase e
della liricità della lingua si possono ricavare
ulteriori dati.
Il pescatore è caratterizzato come un vecchio, old
man, locuzione che nella lingua di partenza ha
una proprietà polisemica più ricca della lingua
d’arrivo, poiché accomuna, tra gli altri, sia il
significato di vecchio sia
di padre.
Il protagonista, dunque, oltre ad essere anziano è
anche un padre, putativo e morale (del giovane
Manolin).
Quest’uomo pesca da solo, alone.
Rispetto all’ambiguità della lingua d’arrivo, la
parola alone indica
che il soggetto è in una posizione solitaria –
riferimento numerico – ma non è isolato –
riferimento psicologico ed emotivo. Se lo fosse
stato, nella lingua d’origine si sarebbe usato il
termine lonely.
La
condizione materiale del protagonista – sappiamo da
subito – è quella di un povero perché la sua
imbarcazione, lo skiff,
è per definizione povera e semplice. Anticipazione
sul disastroso ma dignitoso status economico del
pescatore che sarà confermata dal narratore quando
descriverà l’universo materiale nel quale vive
Santiago.
Il
pescatore solitario è anche un uomo sfortunato e lo
sappiamo sia perché il narratore caratterizza il
protagonista in questi termini – non pesca da
ottantaquattro giorni – sia perché la prima frase
della protasi è costruita secondo uno schema lirico
che ne amplifica la descrizione. Questa prima frase
è, infatti, caratterizzata da un’assonanza a
distanza tra le parole al-one e g-one
– che determina anche un climax discendente – e
dall’allitterazione della sezione di parola on posta
in posizione intermedia rispetto alla sequenza: an(m)an (al)on(e) in (g)on(e)
e ancora dall’altra allitterazione della sezione di
parola ou nella
sequenza: (f)ou(r) (n)ow (with)ou(t).
L’assonanza (al-)on(e) (g-)on(e)
e la sequenza (f)ou(r) (n)ow (with)ou(t)
svelano molte delle verità comunicate al lettore,
ossia, la storia di un uomo solitario, finora,
andato per mare senza prendere pesci.
Infine, le ulteriori frasi della protasi e i
successivi due capoversi spiegano e accrescono il
senso di quanto è affermato nel primo capoverso. I
genitori di Manolin – la voce dell’autorità –
definiscono il vecchio come un uomo sfortunato, salao.
La barchetta è rappresentata come il simbolo della
miseria e della sfortuna, mentre la sconfitta del
marinaio è paragonata alla vela ammainata della
barca, in un processo di identificazione introdotto
da looked
like.
Il
vecchio è caratterizzato indirettamente, nel secondo
paragrafo, come un uomo distrutto, sezionato in
macchie – the
blotches –
e profonde cicatrici – the deep-creased scars –
simboli del diavolo e quindi anticipazione della
cacciata dal Paradiso. Solo gli occhi, espressione
simbolica dell’anima, sono chiari, vivaci e
indomiti.
Dal
quarto capoverso in poi comincia il racconto,
introdotto da un discorso diretto tra il giovane
Manolin e il pescatore, nel quale si evidenziano,
attraverso l’uso dell’allitterazione fonetica said/climbed,
sia il rapporto filiale sia il processo iniziatico
tra i due attanti. A questo punto, al narratore non
resta che raccontare le modalità in cui la sconfitta
di Santiago si verrà a determinare.
Erwin de Greef
NOTE BIBLIOGRAFICHE
[1] – SCOTT DONALDSON, Hemingway
contro Fitzgerald.
Il
racconto di un’amicizia difficile,
Edizioni e/o, Roma, 2004.
[2] –
FERNANDA PIVANO, The
Beat Goes On, GUIDO HARARI (a cura di),
Mondadori, Milano, 2004.
[3] –
Cfr. LUIGI SAMPIETRO, Una
stoffa da campione, in Il Sole 24
Ore-Domenica, 25.04.2010, n. 113, p. 29.
[4] –
MARIO BAUDINO, L’importanza
di chiamarsi Ernest, in Specchio,
27.11.2004, n. 445, p. 97.
[5] –
GIUSEPPE SCARAFFIA, L’ebbrezza
del giorno dopo. I postumi delle sbornie celebri, da
Isadora Duncan a Anton Cechov, in Il Sole 24
Ore-Domenica, 02.01.2005, n. 1, p. 40.
[6] –
Cfr. JUAN BAS, Trattato
sui postumi della sbronza. Le ore dell’ultimo
pentimento, Castelvecchi, Roma, 2004, p.68.
[7] – S. DONALDSON, Hemingway
e Fitzgerald.
Addio
all’amicizia,
in La Stampa, 09.10.2004, p. 12.
[8] – ERNEST HEMINGWAY, The
Old Man and the Sea, Arrow, London, 1993, p. 5.
[9] –
Traduzione a cura dell’autore.
[10]
– JAMES A. MITCHNER, Introduzione,
in E.
HEMINGWAY, Un’estate pericolosa, Mondadori,
Milano, 1986, p. 12.
[11]
– Morto il 13 gennaio 2002 all’età di 104 anni.
[12]
– AGOSTINO LOMBARDO, Introduzione,
in Ernest Hemingway.
Premi Nobel 1954, Utet, Torino, 1966, p. X.
[13]
– Sul tema del machismo in Hemingway si rinvia a
ANTHONY BURGESS,
L’importanza di chiamarsi Hemingway,
minimum fax, Roma, 2008.
[14]
– Sul “primitivismo” e il “pensiero astratto” in
Hemingway si rinvia a J. M. COETZEE, La
vita degli animali, Adelphi, Milano, 2000, p.
65.
[15]
– E. HEMINGWAY, Verdi
colline d’Africa, Mondadori, Milano, 1998, p.
86.
[16]
– CARLO OSSOLA, «The
Waste Land»: un titolo celebre che richiede
un’interpretazione non banale. Desolata, ma sempre
fertile, in Il Sole 24 Ore-Domenica,
18.07.2004, n. 197, p. 31.
[17] – E. HEMINGWAY, The
Old Man and the Sea, cit., p. 5.
[18]
– A questo proposito è da notare la differenza che
il narratore pone tra el
mar e la
mar; cfr. Ivi, p. 23.
[19]
– Ivi, p. 45.
[20]
– Ivi, p. 100.
Abbiamo riproposto il saggio di Erwin de Greef già
apparso, con il titolo
La
parola poetica in Il vecchio e il mare di
Ernest Hemingway, sul blog
CriticaMente curato da Federico Sollazzo. Di
seguito rimandiamo al link originale :
http://costruttiva-mente.blogspot.com/2010/07/la-parola-poetica-in-il-vecchio-e-il.html.
(La Redazione)
(www.excursus.org,
anno III, n. 18, gennaio 2011)
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