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Da bambino, Edoardo
Sanguineti aveva preso l’abitudine di incollare su
un quaderno ogni cosa gli passasse a tiro. Questo
quaderno lo aveva intitolato “TUTTO”, e con esso,
più o meno consapevolmente, per gioco e sul serio,
componeva una figura del proprio lavoro a
venire. Pare un caso, ma forse non lo è, il fatto
che l’ultimo libro che ci ha lasciato sia proprio
una specie di quaderno dattiloscritto di appunti,
note, citazioni, materiali vari, ovvero quel
Ritratto del Novecento con il quale il poeta
genovese ha voluto raccogliere in uno zibaldone, a
metà tra personalissima enciclopedia e
collezionistica Wunderkammer, il proprio
vagabondaggio artistico, filosofico, politico, tra i
labirinti del secolo «interminabile».
Un’opera, questa,
che in verità è una specie di copione di tutta una
messa in scena del Novecento, quella del 2005, alla
Sala Borsa di Bologna; però è anche un testo che si
legge autonomamente, e che restituisce intera la
“forza della fame” che ha contrassegnato la vita e
il lavoro di Sanguineti. Ci sono cento nomi, a
formare il suo “canone” interdisciplinare e
multifocale, a tracciare una costellazione critica
che si muove tra quattro categorie che, oggi,
possiamo assumere come testamento teorico e pratico
di un intellettuale-professore – un “chierico
organico” – lucidissimo e di un autore tra i più
rappresentativi del secolo: le avanguardie, il
montaggio, la psicanalisi, la lotta di classe. Non è
questo il luogo per soffermarci su ciascuna di
queste stelle fisse, snodi del suo pensiero e, più
in generale, della produzione culturale e artistica
più avveduta della contemporaneità. Basti dire che
esse segnalano e articolano, in dialettica relazione
(ché non c’è avanguardia senza la rottura sintattica
e gerarchica del montaggio, senza la manifestazione
del “rimosso” e la scrittura della nevrosi, e senza
la necessaria e consapevole frattura del
continuum storico; e si sviluppino ancora
vicendevolmente i sottesi rapporti tra questi
quattro fuochi), lo stemma aurorale di Sanguineti:
la congiunzione, interna a ogni espressione, di
ideologia e linguaggio.
È sotto questa
insegna, dunque, che si pone l’avanguardia
sanguinetiana, lungo l’ampia escursione dei generi
che ha attraversato: poesia, in primo luogo, e
narrativa, e teatro, e poi la traduzione, e la
critica, e la teoria letteraria. Un’avanguardia
plurale e proteiforme, plasticamente adattata al
momento storico (le sue poesie sono tutte datate,
precise al giorno, non per nulla), ma sempre fondata
sopra un irrinunciabile materialismo storico
(Sanguineti, di recente, ne ha pure scritto un
manualetto, un agile vademecum di base); e si
ricordi come esordiva, ventenne, citando Stalin: «le
condizioni esterne è evidente esistono realmente
queste condizioni / esistevano prima di noi ed
esisteranno dopo di noi». Marx è il suo maestro
primo, da ascoltare anche attraverso la voce di
Walter Benjamin, il pensatore novecentesco
probabilmente più influente per lui (e da cui, un
paio d’anni or sono, ha ripreso la formula dell’odio
di classe, sollevando uno scandalizzato vocìo),
insieme al contemporaneo, e gemello italiano,
Antonio Gramsci. Ed è un Marx da accompagnare con
Darwin, e imprescindibilmente con Freud, secondo una
triade che spalanca la condizione umana alla
modernità e alla presa di coscienza dei suoi
conflitti, esteriori e interiori. Sanguineti si
fabbrica un freudismo ricorretto, aggravato con
Groddeck, lo “scrutatore d’anime” eterodosso più
radicale, teorico della psicosomatica, e con Jung,
che gli predispone un intero campionario di loci
e immagini che rifunzionalizzerà – storicamente e
anti-metafisicamente – in diverse opere.
Comincia presto,
Sanguineti, a ridefinire valori e modi della
letteratura italiana. Mentre ancora si era al palo
del neorealismo e dell’ermetismo si mette a
scrivere, in preda a un “esaurimento” – disse Andrea
Zanzotto – (ma un “esaurimento storico”, preciserà
il poeta) di «composte terre in strutturali
complessioni sono Palus Putredinis», sprofondando in
quel Laborintus che nel 1954, patrocinato da
Luciano Anceschi, dilacera la poesia, il modo di
concepirla, di leggerla e di farla. Un’indagine
linguistica – in forza dell’“autonomia” del segno
letterario – nel disordine e nell’informe, una
nekuia necessaria di una profondità
inesauribile, che riattualizza la discesa di Dante
(altro suo autore-chiave, cui ha dedicato molti
determinanti studi, oltre alla tesi di laurea che
proprio in questi anni stava scrivendo) e che finirà
per definire, per l’urgenza di cui è portatrice, un
verbo laborintese, secondo un destino che
toccherà anche all’hilarotragico
manganelliano. Un universo ineludibile, questo,
prodotto su impulsi multipli ed eterogenei (la
musica dodecafonica, la pittura informale), che
tuttavia Sanguineti saprà superare e inverare in
altri registri poetici, più comunicativi, a partire
dai successivi Erotopaegna e Purgatorio de
l’Inferno.
Arriveranno poi
negli anni Settanta le Reisebilder e le
Postkarten, dove vengono snocciolati frammenti
di un io dislocato, ritratto in un’esperienza
alienata, dove è bene – come condenserà un verso
del 1982 – «scrivere in prima persona, vivere in
terza, alla Brecht». E ancora molte altre raccolte
di versi, sempre antilirici, spezzati in
innumerevoli parentesi, aperti da onnipresenti due
punti, così, come per implicazioni reciproche. Nei
Codicilli e nei Rebus, nelle Glosse
e nei “testamenti”, nei Corollari e nelle
Cose, troviamo una poesia che “diffida di sé”,
che si degrada in autoparodia, in un comico che è
l’unica forma di tragico ammissibile, oggi. Un gioco
verbale – configurato sempre anche come «un giuoco
sociale» – che espone l’artificio della parola, il
suo irretirsi in contraintes sprigionanti le
capacità semantiche della retorica (e pro toto
si legga l’Alfabeto apocalittico).
Da bravo “satrapo
patafisico” ed esponente dell’Oplepo (Opificio di
Letteratura Potenziale), Sanguineti conosce la
funzione demistificante e demitizzante, già
dadaista, del gioco, specie quando associato
all’orizzonte onirico, quest’ultimo però sempre
freddamente sorvegliato, mai preso come una
consolatoria via di fuga. Piuttosto il sogno è il
terreno sconnesso di una nuova mitologia, che
intercetta la storia in un immaginario sconvolto,
figurativamente e linguisticamente marcato. Ed
esemplari a proposito, e campioni di un romanzesco
sperimentale sono Capriccio italiano e Il
giuoco dell’oca, due romanzi, datati
rispettivamente 1963 e 1967, che reinventano il
genere e lo strappano al dominio dell’ideologia
borghese, incarnando le molteplici tensioni che
hanno travolto la narrativa negli anni Sessanta, in
seno al Gruppo 63, di cui Sanguineti è stato il più
cosciente e vivace e originale autore e teorico. A
sigillare la produzione in prosa (che tuttavia si
prolungherà fino a L’orologio astronomico del
2002) vi è poi l’“imitazione da Petronio” de Il
giuoco del Satyricon, del 1970, traduzione
personalissima di un testo mutilo, onirico suo
malgrado, per le peripezie della filologia, i cui
«vetri rotti» rifrangono una «struttura del
discorso» che «ci ha rimesso i suoi nervi, che ci è
cascata tutta giù», come denuncia in apertura il
romanzo latino, che funziona da modello di una
letteratura del «naufragio», tutta volta in parodia,
in oscena carnevalata, in libidica giostra.
E da qui possiamo
dire che la traduzione, su cui si è esercitato a
lungo, appropriandosi di testi dei classici greci,
di Lucrezio, di Shakespeare, di Goethe, e ancora di
molti altri remoti e prossimi, è per Sanguineti
l’occasione non per una ravvicinante, affabile
trasposizione, bensì per un’ulteriore dizione, per
una riscrittura che nei confronti del testo di
partenza varia di volta in volta distanza e
condotta, tono e registro. L’approdo è sempre un
“travestimento”, ovvero una composizione verbale
sotto cui, larvatus, prodit il
traduttore, il vero autore contemporaneo del testo
(secondo una precisa teoria per cui, in
controtendenza con l’idea di una sempre naturale e
spontanea contemporaneità dei classici, né Euripide
né Dante né chicchessia, sono di per sé presenti al
nostro mondo). Una scrittura, questa del
“travestimento”, che prevede e riarticola lo
“straniamento” di Brecht insieme alla “crudeltà” di
Artaud. E come questi (due veri dioscuri, per lui),
Sanguineti è a pieno titolo un uomo di teatro:
autore innovativo e prolifico traduttore, ha
lasciato che i suoi testi venissero rielaborati a
piacimento dai registi e musicisti con cui ha
collaborato: da Besson a Ronconi (memorabile il loro
Orlando furioso), da Berio (compagno nel
Laborintus) a Liberovici, da Globokar a
Scodanibbio e così via. Del resto quello dei
rapporti con artisti di altri campi è un capitolo
enorme, che non si ha modo qui di affrontare (si
rammenti solo lo scambio su più livelli intrattenuto
con Baj, Del Pezzo, Rama, Bueno, Nespolo ecc.). E
non tocchiamo neanche la rubrica del
Sanguineti-critico, così vasta e decisiva, per noi
che leggiamo, oggi, dopo di lui (citiamo solo la sua
antologia della Poesia italiana del Novecento,
collezione testuale “a contrappelo” che nel 1969
segnò una svolta per il canone nostrano).
Di questo lucido e
sollazzevole conversatore oggi ci restano i suoi
versi, le sue righe, i suoi video sparsi, dove
appare con il profilo da «gatto lupesco», sorridente
e gaudente, di un poeta-saltimbanco – come lo
riconoscerebbe il sodale Palazzeschi – sostenitore
di un “ottimismo catastrofico” memore di Gramsci,
mai soccombente al pessimismo della ragione senza
contrapporgli un pari ottimismo della volontà (e su
questo piano lo incontreremmo politico, deputato e
candidato sindaco nella sua Genova, da ultimo; egli
che del resto si è sempre definito un “politico
prestato alla poesia”). Ci è vietato di farne un
monumento, ora, dopo che già da solo si è assemblato
«il suo monumentino, lì dentro la sua
bara», con tutte le «cose sue» disposte a
collage, nella casella XLIV del Giuoco dell’oca.
Il suo io è sempre anche un altro, un
Es che, nomen omen, acrostica il suo nome.
“Tutto” ci resta di
Sanguineti, nel suo quaderno squadernato, e se, come
ci ammonisce, «di un uomo sopravvivono, non so, / ma
dieci frasi, forse (mettendo tutto insieme: i tic, /
i detti memorabili, i lapsus): / e questi sono i
casi fortunati:», molto già ci resta, di lui.
Massimiliano
Borelli
(www.excursus.org,
anno II, n. 12, luglio 2010)
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