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Dopo i Versi in
via di liberazione, dello scorso anno, e dopo
una serie di concerti Solo in versi, Michele
Fianco esce con una nuova “impronta”, il libretto
The best of… (Le Impronte degli Uccelli, pp. 46,
€ 8,00). In esso
l’autore raccoglie undici pezzi poetici, scritti tra
il 1990 e il 2008, scelti per segnare il proprio
percorso di ricerca verbale, disteso nel tempo e
disseminato in diverse occasioni di uscita, in forma
cartacea o orale.
Ci sono almeno due
caratteristiche strutturali, che vanno segnalate
nonostante l’evidenza: la composizione d’ispirazione
musicale del volume – a partire dal titolo e dalla
copertina – che presenta i testi come tracce di un
disco e che induce quindi da subito a un “ascolto”
attento della parola; la conformazione plurale
dell’opera, che porta all’interno, come scandendo in
intervalli il tempo della lettura/ascolto (e
spingendosi quindi oltre il limite esterno e
paratestuale della consueta prefazione), quattro
interventi critici, nell’ordine di Paolo Restuccia,
Francesco Muzzioli, Carlo D’Amicis, Mario Lunetta.
La suggestione è quella di una band, di un
ensemble polistrumentale, che accompagna la voce
di Fianco. L’effetto è desacralizzante, perché la
parola poetica pare confrontarsi, da pagina a
pagina, con la parola critica altrui.
Il legame con la
musica, e segnatamente con il jazz, non rimane però
esteriore. Già nei concerti Solo in versi si
è potuto assistere al modo di leggere di Fianco, di
entrare con la parola tra le battute ritmiche,
intercalando e adagiando le sillabe e i versi sugli
spigoli dei suoni. Qui si possono leggere questi
versi prestando particolare attenzione al loro
disporsi fonico, mettendo in risonanza i passaggi
verbali. E si noterà allora come il verso «si spezza
di nuovo di nuovo si / scompie in segmenti
ossessivi», come l’andamento sintattico sia
dinoccolato, disarticolato, lasciato spesso in
sospensioni di senso, “in levare”. L’ombra dello
spartito aggetta sul testo, vi immette sconclusione.
E il ritorno lessicale, di lacerti di versi,
appartiene a questa strategia dell’“ossessione”, del
rimbalzo verbale da un canto all’altro testo,
secondo una struttura aperta al rimaneggiamento
della parola, alla circuizione del significato lungo
i bordi in riflusso e in rimescolamento dei termini.
Come se per dare loro senso fosse necessario
coglierle da più lati, sorprenderle in più luoghi
del testo, mostrandone la molteplicità interiore,
data dal loro riecheggiare reciproco, prima che
dalla posizione semantica assunta.
Soprattutto nei
primi pezzi appaiono, come sintomi di una
disposizione esistenziale e poetica, alcune immagini
che manifestano un abbandono dell’Io come luogo del
rifugio e dell’autenticità, e al contempo una
esposizione di sé come organo emorragico («da
quest’emorragia, mia, di me»), rotto «a strappo»,
ché «nemmeno lo sputo, / dall’io perduto» si riesce
a trovare, in un panorama costellato di elementi di
perdita, di deflusso, di fuoriuscita: «si disperde»,
«che disargina», «a rompere», «dimagrisce», «che
spezza». Fratture dell’esperienza individuale che
portano all’altro, «a sverniciare l’unicum di me»,
attraverso un dialogo con un tu onnipresente,
controcanto destabilizzante di un discorso in
continuo sbilanciamento, e che di volta in volta
funge da catalizzatore stratificato di un rovello
esistenziale, o sentimentale, o, anzi e, politico. E
d’altra parte si intravede un ecosistema storico, di
una «storia / inaudita» che preme agli argini
crepati: in una (auto)critica dell’individuo preso
“in situazione”, nel mondo, anzi, nei «tanti mondi a
strappo» dove ci si trova a vivere.
Nel centro della
raccolta compaiono due testi in cui il lavoro sulla
parola affonda e smaglia la forma linguistica. Il
fuoco semantico è «’st’immodernità che sbatt’attorno»,
lo stato umano collettivo, nelle spire di un potere
che è espresso da Fianco con un inciampo, che è
irrisione, smascheramento di pernacchia, ma anche
allarmante e amaro calembour «del prepoté,
del prepotere». Il discorso poetico reagisce alla
sollecitazione storica con un balbettio della
parola, trascinando sillabe contratte e ricombinate,
rimontate in significati lasciati allusi, in una
lingua che «dole e dubbe», che dà, strapazzando il
senso, da pensare. Il ritorno lessicale già visto
assume qui un tono sofferente, come di uno sforzo
corrugato, coatto, in un’emergenza semantica del
linguaggio che non può dire e significare
chiaramente, che è soverchiato dal senso comune e
deve quindi travasarsi in sussulti liquidi, dalla
fisionomia instabile e inarcata, in parole dagli
accenti spostati, dai margini perforati e rifusi
arbitrariamente.
La raccolta si
conclude con un terzetto di brani in tensione
dialogica, in cui il discorso sentimentale asciuga
ogni movenza lirica e incede, con passo rimuginante,
tra oralità (non per nulla questi pezzi sono stati
“performati” in concerto e vengono pubblicati qui
per la prima volta) e indagine interiore, quasi in
un tono epistolare. Il tutto suonato con la sordina,
con una colloquialità che tuttavia conserva una
sintassi depistante, che incrina il corso logico
piano. La voce si inviluppa in esiti polisensi,
sfruttando anche i buchi di reticenza, le
sospensioni e i cambi di direzione improvvisi.
La poesia di
Michele Fianco ci dice, ritorcendosi contro, che «la
vita è prosa», con una cadenza in riflusso e in
continua ridefinizione, verso dopo verso, suono dopo
suono, integrando un tono diretto e desublimato e
desublimante a una ricombinazione lucida e spezzata
della lingua.
Massimiliano Borelli
(www.excursus.org,
anno II, n. 8, marzo 2010)
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