Anno II             n. 8                    Marzo 2010

Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia

 

Laceranti versi spezzati

impregnati di musicalità

 di Massimiliano Borelli

 

Da Le Impronte degli Uccelli,

 undici pezzi poetici che narrano

 di suoni rotti e sconclusionati,

 scarnificando parole e frasi

 

  

 

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Dopo i Versi in via di liberazione, dello scorso anno, e dopo una serie di concerti Solo in versi, Michele Fianco esce con una nuova “impronta”, il libretto The best of… (Le Impronte degli Uccelli, pp. 46, € 8,00). In esso l’autore raccoglie undici pezzi poetici, scritti tra il 1990 e il 2008, scelti per segnare il proprio percorso di ricerca verbale, disteso nel tempo e disseminato in diverse occasioni di uscita, in forma cartacea o orale.

 

Ci sono almeno due caratteristiche strutturali, che vanno segnalate nonostante l’evidenza: la composizione d’ispirazione musicale del volume – a partire dal titolo e dalla copertina – che presenta i testi come tracce di un disco e che induce quindi da subito a un “ascolto” attento della parola; la conformazione plurale dell’opera, che porta all’interno, come scandendo in intervalli il tempo della lettura/ascolto (e spingendosi quindi oltre il limite esterno e paratestuale della consueta prefazione), quattro interventi critici, nell’ordine di Paolo Restuccia, Francesco Muzzioli, Carlo D’Amicis, Mario Lunetta. La suggestione è quella di una band, di un ensemble polistrumentale, che accompagna la voce di Fianco. L’effetto è desacralizzante, perché la parola poetica pare confrontarsi, da pagina a pagina, con la parola critica altrui.

 

Il legame con la musica, e segnatamente con il jazz, non rimane però esteriore. Già nei concerti Solo in versi si è potuto assistere al modo di leggere di Fianco, di entrare con la parola tra le battute ritmiche, intercalando e adagiando le sillabe e i versi sugli spigoli dei suoni. Qui si possono leggere questi versi prestando particolare attenzione al loro disporsi fonico, mettendo in risonanza i passaggi verbali. E si noterà allora come il verso «si spezza di nuovo di nuovo si / scompie in segmenti ossessivi», come l’andamento sintattico sia dinoccolato, disarticolato, lasciato spesso in sospensioni di senso, “in levare”. L’ombra dello spartito aggetta sul testo, vi immette sconclusione. E il ritorno lessicale, di lacerti di versi, appartiene a questa strategia dell’“ossessione”, del rimbalzo verbale da un canto all’altro testo, secondo una struttura aperta al rimaneggiamento della parola, alla circuizione del significato lungo i bordi in riflusso e in rimescolamento dei termini. Come se per dare loro senso fosse necessario coglierle da più lati, sorprenderle in più luoghi del testo, mostrandone la molteplicità interiore, data dal loro riecheggiare reciproco, prima che dalla posizione semantica assunta.

 

Soprattutto nei primi pezzi appaiono, come sintomi di una disposizione esistenziale e poetica, alcune immagini che manifestano un abbandono dell’Io come luogo del rifugio e dell’autenticità, e al contempo una esposizione di sé come organo emorragico («da quest’emorragia, mia, di me»), rotto «a strappo», ché «nemmeno lo sputo, / dall’io perduto» si riesce a trovare, in un panorama costellato di elementi di perdita, di deflusso, di fuoriuscita: «si disperde», «che disargina», «a rompere», «dimagrisce», «che spezza». Fratture dell’esperienza individuale che portano all’altro, «a sverniciare l’unicum di me», attraverso un dialogo con un tu onnipresente, controcanto destabilizzante di un discorso in continuo sbilanciamento, e che di volta in volta funge da catalizzatore stratificato di un rovello esistenziale, o sentimentale, o, anzi e, politico. E d’altra parte si intravede un ecosistema storico, di una «storia / inaudita» che preme agli argini crepati: in una (auto)critica dell’individuo preso “in situazione”, nel mondo, anzi, nei «tanti mondi a strappo» dove ci si trova a vivere.

 

Nel centro della raccolta compaiono due testi in cui il lavoro sulla parola affonda e smaglia la forma linguistica. Il fuoco semantico è «’st’immodernità che sbatt’attorno», lo stato umano collettivo, nelle spire di un potere che è espresso da Fianco con un inciampo, che è irrisione, smascheramento di pernacchia, ma anche allarmante e amaro calembour «del prepoté, del prepotere». Il discorso poetico reagisce alla sollecitazione storica con un balbettio della parola, trascinando sillabe contratte e ricombinate, rimontate in significati lasciati allusi, in una lingua che «dole e dubbe», che dà, strapazzando il senso, da pensare. Il ritorno lessicale già visto assume qui un tono sofferente, come di uno sforzo corrugato, coatto, in un’emergenza semantica del linguaggio che non può dire e significare chiaramente, che è soverchiato dal senso comune e deve quindi travasarsi in sussulti liquidi, dalla fisionomia instabile e inarcata, in parole dagli accenti spostati, dai margini perforati e rifusi arbitrariamente.

 

La raccolta si conclude con un terzetto di brani in tensione dialogica, in cui il discorso sentimentale asciuga ogni movenza lirica e incede, con passo rimuginante, tra oralità (non per nulla questi pezzi sono stati “performati” in concerto e vengono pubblicati qui per la prima volta) e indagine interiore, quasi in un tono epistolare. Il tutto suonato con la sordina, con una colloquialità che tuttavia conserva una sintassi depistante, che incrina il corso logico piano. La voce si inviluppa in esiti polisensi, sfruttando anche i buchi di reticenza, le sospensioni e i cambi di direzione improvvisi.

 

La poesia di Michele Fianco ci dice, ritorcendosi contro, che «la vita è prosa», con una cadenza in riflusso e in continua ridefinizione, verso dopo verso, suono dopo suono, integrando un tono diretto e desublimato e desublimante a una ricombinazione lucida e spezzata della lingua.


Massimiliano Borelli

 

(www.excursus.org, anno II, n. 8, marzo 2010)

 

     

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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