Anno III             n.25                    Agosto 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Cavazzoni e il gioco

 del doppio parodico

di Sara Bonfili

Due mondi che si fondono in uno

 tra inverosimiglianza e follia:

 il capovolgimento delle virtù

 diventa la linea guida alla lettura

 

  

 

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La doppiezza della realtà, l’esistenza di un mondo ulteriore nei pozzi e nelle fognature, l’altro lato della luna, i concetti alternativi di santità, artisticità, scrittura, verità, sono un punto fermo per Ermanno Cavazzoni. Nato a Reggio Emilia nel 1947, fondatore con Gianni Celati della rivista Il semplice (1995-1996), condirettore de Il caffè (dal 2001). Dal suo romanzo d’esordio Il poema dei lunatici (Bollati Boringhieri), Federico Fellini ha tratto il suo ultimo film nel 1990, con Roberto Benigni e Paolo Villaggio, La voce della luna.

 

Fin dagli inizi si nota l’interesse cavazzoniano nel descrivere un mondo alternativo: Il poema dei lunatici, filtrato attraverso gli occhi del protagonista, tale Savini o Roteglia – l’incertezza onomastica rivela la labilità della voce autodiegetica, come nel Don Chisciotte o nel Licenciado Vidriera di Cervantes – che comincia a cercare gli abitanti dell’universo umido sottostante la Pianura Padana, narra una storia paradossale, che si fa sempre più onirica; in breve riporta «le cose così come [gli] sono capitate», ma presto il lettore nota le incongruenze tra un universo esterno infestato di spiriti, muffe dannose e vene d’acqua, dove l’umidità fa impazzire gli uomini, li convince a sposarsi, a cambiar casa…

 

Il punto di vista è sdoppiato: tutto è sconvolto dal narratore inattendibile del libro, anche le azioni altrui, giustificate in modo diverso dal vero, rappresentate per come appaiono ad una mente allucinata. Ad esempio, Savini parla delle incomprensibili liturgie di un sacerdote che ha frequentato per un po’ in questo luogo vago (che al lettore appare molto simile a un manicomio), in questo modo: «è una persona strana questo don Solimano. Sembra sempre distratto da un altro pensiero. Ad esempio dice la messa come una furia. Qui forse credono che si dica così. Mi fa un po’ paura la sua messa, perché è tutta confusa, e lui diventa nervoso. Ho visto che apriva il tabernacolo e cercava di infilarci un leggio; che non ci può entrare. Poi mi guardava di traverso e credo mi interrogasse con gli occhi».

 

Il testo diviene così un intero poema, costellato da figure di “spostati”, dal becchino Pigafetta che dorme in un cimitero e conosce «il mondo di là sotto» meglio di chiunque altro, al paranoico Gonnella, prefetto in pensione convinto di essere in missione speciale e di avere alle calcagna delle vecchie spie, al povero Nestore succube della passione della moglie che non comprende, al punto da chiamarla “La Vaporiera”, poiché quando lei lo invita al dovere coniugale inizia a “stantuffare” con le gambe come una locomotiva.

Qui, come nei libri successivi, abbiamo l’impressione di aver ascoltato un sogno e allo stesso tempo un’avvincente avventura; in realtà Cavazzoni ha rappresentato le divagazioni dei suoi lunatici documentandosi, studiando gli archivi manicomiali, e da tali “letture” ha esperito che la distanza dai sani non è molta e consiste, almeno per quanto riguarda la scrittura, in sgrammaticature, incoerenze e proto-linguaggi.

 

Lo scrittore ferrarese propone il gioco della doppia interpretazione, della sovrapposizione di confini tra il pazzo e il sano, tra il santo e il comune in molti altri libri, ad esempio in Vite brevi di idioti (Feltrinelli), parodia del testo agiografico in cui le vite di uomini inutili e sciocchi sono citate come trenta esempi da ricordare ogni giorno del mese, come fossero vite di santi. Nella quarta di copertina si legge un aforisma dell’autore: «Anche se tutte le vite sono pervase da una sottile idiozia, alcune sono dotate di un’idiozia esemplare che andrebbe additata ai bambini e portata ad esempio».

 

Ne Gli scrittori inutili (Feltrinelli) Cavazzoni, con il consueto procedimento parodico, propone delle lezioni in cui l’introduzione ai vizi capitali si affianca all’abilità della scrittura, alternate con exempla di ignoti scrittori. Ogni lezione, sette in tutto, somiglia ad un proemio tradizionale in cui, nel corso del testo, si ribalta generalmente nel corso del testo la proposta fatta all’inizio: si dice di insegnare, di approfondire, di dare un metodo e non lo si fa; si promettono consigli per la scrittura e si finisce per divagare; si fa una dichiarazione programmatica sulla nobiltà dell’intenzione e si descrivono solo le basse qualità viziose, che sarebbero propedeutiche all’arte narrativa.

 

La contraddizione in termini, il metalogismo, il paradosso sono alcuni degli strumenti retorici scelti per creare comicità. Così, la Lussuria e “l’odore” delle ragazze dovrebbe aprire nuove finestre percettive della realtà e portare al dominio dell’epistemologia; la Gola predisporrebbe alla scrittura: l’Avarizia insegnerebbe a non sprecar parole che possano essere copiate; l’Accidia porterebbe alla confusione che è fonte d’illuminazione e a non cedere al «protagonismo dell’età moderna»; l’Invidia a frequentare «il bel mondo degli scrittori della capitale», l’Ira a creare qualcosa di eccezionale con un’esplosione, come fece il Creatore «circa quindici miliardi di anni fa». Infine la Superbia a ritenere che non sia necessario sprecarsi per scrivere, ma che basti attendere l’ispirazione da «Dio Onnipotente o chi per Lui».

 

Naturalmente il ribaltamento principale è quello dai vizi alle virtù, ma un’ulteriore narrazione parodica è quella che esalta scrittori inconcludenti dandone degli exempla come fossero dei santi, il che è pratica nota in Cavazzoni (non solo il citato Vite brevi di idioti, ma anche Le leggende dei santi di Jacopo da Varagine, edito nel 1993 per Bollati Boringhieri).

L’aspetto del trattatello in stile “bestiario” de Gli scrittori inutili si mescola con il racconto breve, con l’invettiva, con l‘excursus storico. Anche in questo caso c’è l’alternanza di toni e di capitoli che fa da entrelacement tra le diverse trame, che sembrano racconti, ma sono diverse facce della stessa argomentazione, quella sugli scrittori malati di inedia, di solitudine, di vuoto di idee.

 

I riferimenti intertestuali al Gargantua e Pantagruele di François Rabelais e alle leggende agiografiche sono vistosi, riproposti da Cavazzoni con libertà, o comunque interiorizzati. Alcune lezioni uniscono i consigli alle invettive, e ricordano il linguaggio rabelaisiano delle lodi/ingiurie, dalle radici culturali risalenti al medioevo, quando nelle feste di piazza e nei carnevali si componevano opere dialogiche e parodiche, come spiegato approfonditamente dal critico russo Michail Bachtin [1]. Possiamo averne un assaggio qui di seguito:

 

«VII - Lezione di superbia. Lezione numero sette. È la lezione numero sette, è vero? Non lo sai? Non sei sicuro? Non importa. Ma qualcosa la sai? Sai parlare? Bene, è già qualcosa, meglio di niente. Perché credevo tu fossi un sordomuto, anche solo guardandoti in faccia. Non sai prendere un’altra espressione? No? non la sai prendere? Sei nato così? Avevi già questa faccia dentro l’uovo, dunque. E tua madre? quando l’ha vista che cosa ha detto? Sentiamo. Si è spaventata? […] questo qui, mi sono detto, vedrai che a poco a poco risale tutta la scala degli esseri, e se continua così, vedrai che come minimo diventa scrittore professionista; come minimo, con la sua matita in bocca, se la mastica e continua a guardare in aria, come minimo entra in contatto diretto con Dio Onnipotente o chi per Lui, che lo ispira. Quindi io tolgo il disturbo, non voglio distrarti, non ti voglio rovinare la carriera, mastica bene, masticala tutta, fino in fondo, quella matita, vedrai che t’arriva prima o poi la rivelazione. Quindi, a chi per Lui, arrivederci e portali i miei saluti».

 

Così invece si legge in Rabelais:

 

«Bevitori illustrissimi, e voi, Impestati pregiatissimi (perché a voi, non ad altri, sono dedicati i miei scritti), Alcibiade, in quel dialogo con Platone intitolato Il Simposio, lodando il suo precettore Socrate, fuor di controversia principe dei filosofi lo dichiarò simile ai Sileni.

[…] A cosa tende, secondo voi, questo preludio, questa stoccata d’assaggio? Perché voi, miei buoni discepoli, e qualche altro matto che ci capita, leggendo gli allegri titoli di libri di nostra invenzione, come Gargantua, Pantagruele, Fregapinta, la Dignità della Braghetta, Dei piselli al lardo cum commento, ecc., troppo facilmente giudicate che si tratti in essi solo di burle, buffonate e allegre fanfaluche […] E voi, pertanto, interpretate tutti i miei fatti e i miei detti nella loro miglior parte; e tenete in reverenza il cervello caseiforme che vi pasce di queste vaghe bolle d’aria e, per quanto sta a voi contribuite a farmi star sempre allegro.

E adesso, allegria, gioie mie, e leggete in letizia quanto segue, a tutto beneficio del corpo e sollievo dei reni! Ma ascoltate, ciule d’asô, che ’l diaô v’ porta via! Ricordatevi di bere bene alla mia salute per ricompensa; e io vi ripagherò, franc ‘me’n s’ciòpp» [2].

 

Nella lezione cavazzoniana si mescolano, come in Rabelais, i consigli e le ingiurie, il divino e l’umano, l’aulico e il prosaico. Si conclude con un saluto che manca di rispetto, un riferimento all’Onnipotente del cui nome si dubita: parole sbrigative a coronamento di un discorso confuso e contraddittorio, dove la commistione di iperboli e insulti si risolve in una goliardica presa in giro del lettore.

 

Sara Bonfili

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE

 

[1] – Sull’uso di lodi/ingiurie, realismo grottesco e linguaggio di piazza in François Rabelais cfr. MICHAIL BACHTIN, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979.

[2] – FRANÇOIS RABELAIS, Prologo, in Gargantua e Pantagruele, a cura di Mario Bofantini, Torino, Einaudi, 1993.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 25, agosto 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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