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La
doppiezza della realtà, l’esistenza di un mondo
ulteriore nei pozzi e nelle fognature, l’altro lato
della luna, i concetti alternativi di
santità, artisticità, scrittura, verità, sono un
punto fermo per Ermanno Cavazzoni. Nato a Reggio
Emilia nel 1947, fondatore con Gianni Celati della
rivista Il semplice (1995-1996), condirettore
de Il caffè (dal 2001). Dal suo romanzo
d’esordio Il poema dei lunatici
(Bollati Boringhieri), Federico Fellini ha
tratto il suo ultimo film nel 1990, con Roberto
Benigni e Paolo Villaggio, La voce della luna.
Fin dagli inizi si nota l’interesse cavazzoniano nel
descrivere un mondo alternativo: Il poema dei
lunatici, filtrato attraverso gli occhi del
protagonista, tale Savini o Roteglia – l’incertezza
onomastica rivela la labilità della voce
autodiegetica, come nel Don Chisciotte o nel
Licenciado Vidriera di Cervantes – che
comincia a cercare gli abitanti dell’universo umido
sottostante la Pianura Padana, narra una storia
paradossale, che si fa sempre più onirica; in breve
riporta «le cose così come [gli] sono capitate», ma
presto il lettore nota le incongruenze tra un
universo esterno infestato di spiriti, muffe dannose
e vene d’acqua, dove l’umidità fa impazzire gli
uomini, li convince a sposarsi, a cambiar casa…
Il punto di vista è sdoppiato: tutto è sconvolto
dal narratore inattendibile del libro, anche le
azioni altrui, giustificate in modo diverso dal
vero, rappresentate per come appaiono ad una mente
allucinata. Ad esempio, Savini parla delle
incomprensibili liturgie di un sacerdote che ha
frequentato per un po’ in questo luogo vago (che al
lettore appare molto simile a un manicomio), in
questo modo: «è
una persona strana questo don Solimano. Sembra
sempre distratto da un altro pensiero. Ad esempio
dice la messa come una furia. Qui forse credono che
si dica così. Mi fa un po’ paura la sua messa,
perché è tutta confusa, e lui diventa nervoso. Ho
visto che apriva il tabernacolo e cercava di
infilarci un leggio; che non ci può entrare. Poi mi
guardava di traverso e credo mi interrogasse con gli
occhi».
Il testo diviene così un intero poema, costellato da
figure di “spostati”, dal becchino Pigafetta che
dorme in un cimitero e conosce «il mondo di là
sotto» meglio di chiunque altro, al paranoico
Gonnella, prefetto in pensione convinto di essere in
missione speciale e di avere alle calcagna delle
vecchie spie, al povero Nestore succube della
passione della moglie che non comprende, al punto da
chiamarla “La Vaporiera”, poiché quando lei lo
invita al dovere coniugale inizia a “stantuffare”
con le gambe come una locomotiva.
Qui, come nei libri successivi, abbiamo
l’impressione di aver ascoltato un sogno e allo
stesso tempo un’avvincente avventura; in realtà
Cavazzoni ha rappresentato le divagazioni dei suoi
lunatici documentandosi, studiando gli archivi
manicomiali, e da tali “letture” ha esperito che la
distanza dai sani non è molta e consiste, almeno per
quanto riguarda la scrittura, in sgrammaticature,
incoerenze e proto-linguaggi.
Lo scrittore ferrarese propone il
gioco della doppia interpretazione, della
sovrapposizione di confini tra il pazzo e il sano,
tra il santo e il comune in molti altri libri, ad
esempio in Vite brevi di idioti
(Feltrinelli), parodia del testo agiografico in cui
le vite di uomini inutili e sciocchi sono citate
come trenta esempi da ricordare ogni giorno del
mese, come fossero vite di santi. Nella quarta di
copertina si legge un aforisma dell’autore:
«Anche se tutte le
vite sono pervase da una sottile idiozia, alcune
sono dotate di un’idiozia esemplare che andrebbe
additata ai bambini e portata ad esempio».
Ne Gli
scrittori inutili
(Feltrinelli) Cavazzoni, con il consueto
procedimento parodico, propone delle lezioni in cui
l’introduzione ai vizi capitali si affianca
all’abilità della scrittura, alternate con
exempla di
ignoti scrittori. Ogni lezione, sette in tutto,
somiglia ad un proemio tradizionale in cui, nel
corso del testo, si ribalta generalmente nel corso
del testo la proposta fatta all’inizio: si dice di
insegnare, di approfondire, di dare un metodo e non
lo si fa; si promettono consigli per la scrittura e
si finisce per divagare; si fa una dichiarazione
programmatica sulla nobiltà dell’intenzione e si
descrivono solo le basse qualità viziose, che
sarebbero propedeutiche all’arte narrativa.
La contraddizione in termini, il metalogismo, il
paradosso sono alcuni degli strumenti retorici
scelti per creare comicità. Così, la Lussuria e
“l’odore” delle ragazze dovrebbe aprire nuove
finestre percettive della realtà e portare al
dominio dell’epistemologia; la Gola predisporrebbe
alla scrittura: l’Avarizia insegnerebbe a non
sprecar parole che possano essere copiate; l’Accidia
porterebbe alla confusione che è fonte
d’illuminazione e a non cedere al «protagonismo
dell’età moderna»; l’Invidia a frequentare «il bel
mondo degli scrittori della capitale», l’Ira a
creare qualcosa di eccezionale con un’esplosione,
come fece il Creatore «circa quindici miliardi di
anni fa». Infine la Superbia a ritenere che non sia
necessario sprecarsi per scrivere, ma che basti
attendere l’ispirazione da «Dio Onnipotente o chi
per Lui».
Naturalmente il
ribaltamento principale è quello dai vizi alle
virtù, ma un’ulteriore narrazione parodica è quella
che esalta
scrittori inconcludenti dandone degli exempla
come fossero dei santi, il che è pratica nota in
Cavazzoni (non solo il citato Vite brevi di
idioti, ma anche Le leggende dei santi di
Jacopo da Varagine, edito nel 1993 per Bollati
Boringhieri).
L’aspetto del trattatello in stile “bestiario” de
Gli scrittori inutili si mescola con il racconto
breve, con l’invettiva, con l‘excursus storico.
Anche in questo caso c’è l’alternanza di toni e di
capitoli che fa da entrelacement tra le
diverse trame, che sembrano racconti, ma sono
diverse facce della stessa argomentazione, quella
sugli scrittori
malati di inedia, di solitudine, di vuoto di idee.
I riferimenti
intertestuali al Gargantua e Pantagruele di
François Rabelais e alle leggende agiografiche sono
vistosi, riproposti da Cavazzoni con libertà, o
comunque interiorizzati. Alcune lezioni uniscono i
consigli alle invettive, e ricordano il linguaggio
rabelaisiano delle lodi/ingiurie, dalle radici
culturali risalenti al medioevo, quando nelle feste
di piazza e nei carnevali si componevano opere
dialogiche e parodiche, come spiegato
approfonditamente dal critico russo Michail Bachtin
[1]. Possiamo averne un assaggio
qui
di seguito:
«VII - Lezione di superbia. Lezione numero sette. È
la lezione numero sette, è vero? Non lo sai? Non sei
sicuro? Non importa. Ma qualcosa la sai? Sai
parlare? Bene, è già qualcosa, meglio di niente.
Perché credevo tu fossi un sordomuto, anche solo
guardandoti in faccia. Non sai prendere un’altra
espressione? No? non la sai prendere? Sei nato così?
Avevi già questa faccia dentro l’uovo, dunque. E tua
madre? quando l’ha vista che cosa ha detto?
Sentiamo. Si è spaventata? […] questo qui, mi sono
detto, vedrai che a poco a poco risale tutta la
scala degli esseri, e se continua così, vedrai che
come minimo diventa scrittore professionista; come
minimo, con la sua matita in bocca, se la mastica e
continua a guardare in aria, come minimo entra in
contatto diretto con Dio Onnipotente o chi per Lui,
che lo ispira. Quindi io tolgo il disturbo, non
voglio distrarti, non ti voglio rovinare la
carriera, mastica bene, masticala tutta, fino in
fondo, quella matita, vedrai che t’arriva prima o
poi la rivelazione. Quindi, a chi per Lui,
arrivederci e portali i miei saluti».
Così invece si
legge in Rabelais:
«Bevitori illustrissimi, e voi, Impestati
pregiatissimi (perché a voi, non ad altri, sono
dedicati i miei scritti), Alcibiade, in quel dialogo
con Platone intitolato Il Simposio, lodando il suo
precettore Socrate, fuor di controversia principe
dei filosofi lo dichiarò simile ai Sileni.
[…] A cosa tende, secondo voi, questo preludio,
questa stoccata d’assaggio? Perché voi, miei buoni
discepoli, e qualche altro matto che ci capita,
leggendo gli allegri titoli di libri di nostra
invenzione, come Gargantua, Pantagruele, Fregapinta,
la Dignità della Braghetta, Dei piselli al lardo cum
commento, ecc., troppo facilmente giudicate che si
tratti in essi solo di burle, buffonate e allegre
fanfaluche […] E voi, pertanto, interpretate tutti i
miei fatti e i miei detti nella loro miglior parte;
e tenete in reverenza il cervello caseiforme che vi
pasce di queste vaghe bolle d’aria e, per quanto sta
a voi contribuite a farmi star sempre allegro.
E adesso, allegria, gioie mie, e leggete in letizia
quanto segue, a tutto beneficio del corpo e sollievo
dei reni! Ma ascoltate, ciule d’asô, che ’l diaô v’
porta via! Ricordatevi di bere bene alla mia salute
per ricompensa; e io vi ripagherò, franc ‘me’n s’ciòpp»
[2].
Nella lezione cavazzoniana si mescolano, come in
Rabelais, i consigli e le ingiurie, il divino e
l’umano, l’aulico e il prosaico. Si conclude con un
saluto che manca di rispetto, un riferimento
all’Onnipotente del cui nome si dubita: parole
sbrigative a coronamento di un discorso confuso e
contraddittorio, dove la commistione di iperboli e
insulti si risolve in una goliardica presa in giro
del lettore.
Sara Bonfili
NOTE
BIBLIOGRAFICHE
[1] – Sull’uso di
lodi/ingiurie, realismo grottesco e linguaggio di
piazza in François Rabelais cfr. MICHAIL BACHTIN,
L’opera di Rabelais e la cultura popolare,
Torino, Einaudi, 1979.
[2] – FRANÇOIS
RABELAIS, Prologo, in Gargantua e
Pantagruele, a cura di Mario Bofantini, Torino,
Einaudi, 1993.
(www.excursus.org,
anno III, n. 25, agosto 2011)
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