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Metastasi di rosa
(Bastogi Edizioni, pp. 60, € 10,00) può essere
semplicemente, ma non banalmente, definito un libro
di poesie molto originale. L’autrice, Brina Maurer
(pseudonimo di Claudia Manuela Turco), unisce
parole che parlano di vita vera e insieme
favolistica, prendendo l’ispirazione da un universo
fatto di pura letteratura, sviluppando un percorso
in versi che dipinge la propria storia.
La raccolta, che
porta il sottotitolo di Omaggio alla ragazza di
Arthur in riferimento alla poetessa Maria Grazia
Lenisa, a cui l’opera è dedicata, consta di quattro
parti, tutte apparentemente diverse per quanto
riguarda temi e sentimenti, ma spiritualmente
all’unisono. Leggendole, sembra di assistere ad uno
spettacolo sacro e al contempo intriso di una
modernità dalle sembianze dissacranti. Una giusta
dose di fantasia, sufficientemente cinica, alla
Alice in wonderland, in cui gran parte è simbolo
magico per la cruda realtà e in cui un tumore
diventa un granchio.
Il testo risulta
disseminato di giochi linguistici e figure retoriche
come paronomasie (scema / sciame, pattini / pettini,
suicidi / sudici, ruga / riga), sinestesie («sottile
odore nero», «cigola il pensiero», «suda il cuore»),
neologismi rivelatori del pensiero della scrittrice
e dei fili conduttori della sua poesia come la
vicinanza agli animali o sentimenti contrari
(star-nitrisco, odiosamati); coppie di parole aventi
un punto di contatto fra loro e unite in un unico
termine («cuore-ampolla», «mano-conchiglia»,
«terra-orchidea», «rosa-mosaico»); espedienti
grafici come sottolineature, (elemento estraneo alla
poesia in senso classico, ma consono e ordinario per
un altro tipo di versi appartenenti, ad esempio,
alla corrente futurista), corsivi e parole che
appaiono nella loro doppia possibile enunciazione
(disparati/-erati).
Il contenuto,
invece, fa riferimento a temi alquanto seri:
l’esistenza, la memoria, il dolore, la morte,
l’amore. Intorno all’esperienza della morte sembra
concentrarsi tutta l’opera ma, come vedremo, lo sarà
solo nella prima parte e la sua carica annientatrice
verrà alleviata parzialmente dalla metafora
della rosa. La memoria ritorna costantemente
nel riferimento a personaggi importanti nel panorama
culturale, poetico specialmente, ma non solo, e
nella loro vividezza all’interno del testo,
nonché nel modello ispiratore che la scrittrice
trova in Maria Grazia Lenisa.
Infatti, un elemento
non così ricorrente in un tipo di poesia come
questa, ovvero profondamente sentita e che manifesta
apertamente l’indole della poetessa nonostante
il suo celarsi dietro figure, fra cui il suo stesso
pseudonimo, è una serie continua e variegata di
rimandi letterari, non solo nelle numerose epigrafi
all’inizio di ogni componimento, ma soprattutto
all’interno del testo. Un popolo di personaggi che
diventano come amici e che sono punti di
riflessione, comparazione e riferimento e spesso si
trasformano in maschere da indossare. Un
George Byron che le dice in confidenza di aver anche
lui sottratto «piccoli frammenti-souvenir dalla
tomba di Giulietta», e un Vittorio Alfieri che
cammina con lei nei vari stadi della vita:
ad entrambi lei «perdona sempre tutto».
Il lirismo non viene abbandonato in queste poesie,
ma solo sviluppato all’interno di in una più ampia
partecipazione.
Nella prima parte,
quella più in sintonia con il titolo della raccolta,
le eroine sono due: la farfalla e la rosa. Questi
due protagonisti si avvicinano, interagiscono, e poi
si allontanano l’uno dall’altro per
paura dell’ipotetico male già percepito come reale.
La rosa è il fiore
per antonomasia, rosso, che porta in sé tutta la
bellezza di ogni altro fiore, nonché di un incanto e
di un’attrazione che sono allo stesso tempo
dell’uomo e della natura. In questi primi versi sono
descritti gli ultimi momenti di vita della rosa,
personificata in una
donna: una donna-rosa o «rosa-fanciulla»,
citando Brina Maurer, malata di cancro. Questa
malattia, per quanto terribile e logorante, nella
concezione dell’artista sembra farsi parte
integrante della vita del fiore, come fosse un
evento già insito in esso e nella sua delicatezza,
poiché «anche il cancro nella rosa [. . .]
è anima che cresce, muta». Il senso di
profanazione è anche qui presente, nel percorso di
vita della rosa, vinta da un uomo che l’ha
violata, perpetuando così anche la comparazione con
la creatura umana che parla e prova dolore («lo
scheletro verde», «crivellando il tuo corpo», «seno
ansante»).
Ciò che la
scrittrice predilige in poesia è da lei stessa
descritto in una breve dichiarazione programmatica,
inserito come un invito alla riflessione sulla
propria arte e momento di passaggio tra la
metastasi di rosa e gli altri componimenti.
Eccentrico e centrifugo, ma garbato è il suo modo di
creare versi, che, lei dice, concentrato in tre
erre; una lettera vibrante contenuta in una
semplice voce di due sillabe, ma piena di valore e
senso di vita: «Il tuo volare si ridurrà a un’unica
caduta: così è scritto nel corpo stretto della
parola».
La rosa raccoglie
l’immagine della vita e della morte, il colore
dell’amore e del sangue e delle «spugnette», i cuori
dei cani. Sarà proprio un cane,
a porgere, in tutto il suo carattere
umano, l’ultimo e più compassionevole dono alla rosa
morente, annusandola. Tutto ritorna, come in un
circolo, ad un'unica immagine di bellezza, che è
incredibilmente avvenente,
ma, proprio per questo, anche
inevitabilmente effimera e destinata a tramontare
dopo breve tempo; d’altronde, leggiamo in
un’epigrafe di Helle Busacca: «la bellezza se non
avvampa come è sorda […] come è meglio,
forse, anche a non ridirlo, che ci scenda la notte a
metà del giorno».
La malattia è
intesa, qui come in tutto il percorso poetico, come
violazione, come un atto empio. Una diffusione
illecita e non autorizzata di qualcosa che non
fa parte di noi, quindi di nocivo. Offesa è infatti
anche la casa di Giulietta - nonché la sua statua
che «mani non sempre giovani» toccano - uno
dei tanti luoghi culturali corrosi dal
passaggio di curiosi turisti e finti appassionati
che usano «la pellicola profanatrice» per commettere
una sorta di stupro intellettuale ai danni di ciò
che è sacro. Un gusto metropolitano si associa a
questo duo di poesie sul luogo letterario veronese,
accentuando perciò la sua sgradevole somiglianza a
qualunque muro di strada di periferia cittadina.
Nel Diario
poetico che costituisce la seconda parte della
silloge, troviamo frequenti espressioni di una
condizione esistenziale che è strettamente legata
alla poesia come fonte di salvezza e riparo.
Riecheggiano note di un passato sfuggevole, parole
come “infanzia”, “bambino” e il colore verde,
simbolo di rigoglio e giovinezza, si ripetono
di frequente e non solo nel nome del personaggio
Alex labbra verdi. Un tono afflitto, talvolta
apertamente scoraggiato, emerge in questo breve
commento di vita vissuta, sin
dai primi anni passando poi per quello
che sembra il trauma emotivo di un abbandono, nella
poesia Gli umori del vivere, dove solo
la forza d’inerzia preme per andare avanti
(«rattoppato continuo a camminare»). Questa voce
presenta il suo conflitto interiore, una lotta fra
passato e futuro per contendersi la rinascita
spirituale, la quale sembra coincidere con la gioia
di essere giovane e di avere vent’anni; una
battaglia che rimane incompiuta e si coniuga solo
nell’onnipotente aiuto della poesia.
Lo sguardo e
l’intensità del reale incombono attraverso elementi
tratti dalla quotidianità più sfacciata (post-it) o
da un
linguaggio troppo specifico (acido
desossiribonucleico) per un discorso poetico che
possa definirsi “elevato”, come nel moderno e
spregiudicato elenco di oggetti nella poesia Se
un giorno riavrò vent’anni, («proluvie di
fiammiferi / Chanel N.5 […] SMS nuovo haiku / parole
di nylon») o in Collezioni di carta dove
leggiamo «sono un evidenziatore sbiadito», ma anche
«sono realmente vivo, / fatto di carne e inchiostro,
/ di sangue e carta.». Tutto ciò porta alla
soluzione che vita e letteratura si fondono
diventando una cosa sola, senza la necessità di
stabilirvi un confine.
Le poesie della
terza parte della raccolta sono dedicate
all’attore Rodolfo Valentino, ricordato con passione
tramite immagini aromatiche
di sapori italiani e di mare, «fra pagine
e conchiglie d’idee» e «graffi d’eros»›, ma il tutto
sembra essere soltanto sognato.
Contravvenendo per scherno o semplice contrasto
alle sue linee guida («slaccio la metrica»), la
scrittrice conclude la raccolta con una rima
baciata, simile ad un finale d’orchestra fra le due
mani del maestro che con uno scatto ne decidono la
fine.
La poesia di Brina
Maurer è un elogio dell’arte poetica e della sua
possibilità di creare mondi nuovi; un inno
all’immortalità che parla, però, di decadimento in
chiave metaforica. Per arrivare a questa calma
inesistenza si deve passare attraverso momenti
di intimo dolore nella vita, che è «un lungo e
ininterrotto pianto», in cui i vestiti di pizzo sono
«docili richiami di pena taciuta, / suggerita in un
soffuso e lento annullarsi», una delle immagini più
suggestive di questa raccolta, tanto che sembra
quasi di vedere la donna china a cucire la sua
timida sofferenza.
Marta Altieri
(www.excursus.org,
anno III, n. 27, ottobre 2011)
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