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Le poesie di Giulio Marchetti, composte in versi liberi e
raccolte in Energia del Vuoto (puntoacapo,
pp. 36, € 7,00), mostrano una forte interazione fra
sentimento d’amore, una concentrazione sull’io del
poeta ed espressioni che fanno riferimento ad una
dimensione spazio-temporale rappresentata come
immensa, ma nella realtà molto ben definita. Questo
spazio è un tempo di attesa mai appagata: l’addio
fra due amanti. Tuttavia lo scrittore non si limita
alla pura descrizione di una tristezza inetta e
conosciuta ai più, ma fa un’analisi di ciò che è
situato fra il nostro riflettere sul passato e il
soffermarsi su quello che resta, ovvero tutto
l’insieme di ciò che prima non veniva notato perché
i sensi erano occupati ed impegnati nella scoperta
dell’altro. Non esiste il dettaglio dei fatti in
questi versi né azioni quotidiane solitamente usate
invece nel discorso, che in molti casi può essere
definito, “dell’abbandono”.
Alcuni elementi emergono dalla lettura della raccolta. Le
poesie sono caratterizzate da un linguaggio
iperbolico («muoio anch’io sotto il peso dell’aria»)
nel quale ricorrono, oltre al fulcro del discorso
poetico che è il vuoto, gli stessi elementi, che pur
rappresentando dei punti fermi, ricollocati e
incorniciati in modo differente in ogni
componimento, creano rimandi da un verso ad un altro
creando un’impressione di reiterazione
accentuato. Ciò dà un senso di perseveranza a quella
che è la prospettiva del poeta: «Essere come
l’attimo prima / del silenzio, la furia immobile
degli sguardi, aria concreta. / Energia del vuoto».
Sono molto frequenti anche accostamenti sinestetici
e ossimori («torni svanendo», «urlo fragoroso
bisbiglia», «lo spessore del vuoto», «eternità
transitoria», «l’urlo del silenzio»).
La presenza della fisicità (oltre che della fisica in quanto
scienza) è notata nel costante riferirsi ad alcune
parti del corpo umano (ossa, occhi, labbra) e ai
loro atti, riconducibili specialmente al suono
(respiro, sospiro, urlo, eco).
Il lessico si divide fra il campo semantico della natura
(oceano, vento, cielo, inverno), della fisica (aria,
peso, energia, stelle) ed espressioni disposte a
raffigurare spazi incommensurabili («l’alba di tutti
gli oceani», «distanze ultraterrene»), che sono
sterminati ed eterei come eteree sono le sensazioni
(«urgenza plenaria dell’estasi pura», «urgenza
regale della fisicità», «vibro, decollo, /
trascendo»), potremmo dire quasi le
percezioni dell’io del poeta, non lasciando però
affievolire in alcun modo la loro intensità («Quando
le ferite si lasciano leccare / da lingue di fuoco,
la quiete ci appartiene / in questo inferno»).
Tutto delinea uno spazio che è riempito, appunto, dal
vuoto, che non si spezza, ma può al limite
subire «piccole lesioni», che sono «ricordi senza
nomi in una terra straniera», ed essere colmato. È
per questo che ci si trasferisce nell’area del
pensiero che permette con i suoi voli di renderlo
gravido, passando da visioni microscopiche a visuali
maestose, rimanendo spesso nel segno della natura.
Effettivamente ritroviamo molte immagini prorompenti
accanto ad altre palesemente leggere ed evanescenti.
La sinergia con la natura è un’altra linea guida; l’azione
dei moti interiori dell’io poetico procede insieme
al dispiegarsi di situazioni naturali e fisiche, che
si mostra soprattutto in relazione al tempo che
scorre, ad esempio nel passaggio delle stagioni o in
un fenomeno naturale esterno («Nessuna primavera
saprà tingere la neve / di questo inverno, perché il
gelo ha parlato / la sua lingua immortale al cerchio
della vita»; «tensione dell’uragano sostituita al
silenzio»). Nella poesia Fotografia, il
meccanismo di un elemento come la luce, che ha in sé
capacità infinite, tra cui quella di imprimerci in
un’immagine, permette di svelare la fugace speranza
e l’illusione che vi è dietro, di essere in qualche
modo fermi in un momento di rassicurante irrealtà
(«Ci sono angoli di luce perduti in volo. Istanti in
cui è protagonista l’immenso […] Incauto limite di
essere altrove / senza cieli da erigere a guardia
dell’infinito / per un’assorta e stridula gioia
celeste che anche lontanamente simuli l’ebbrezza del
cuore […]»).
Le poesie sembrano seguire un percorso: partono dalla
situazione presente, in cui sembra necessario
«estinguere quella sete di universo con poche gocce
di insolente verità».
In certi versi emerge un sentimento di arrendevolezza, un
cedimento; la confessione della passione rimane
camuffata in Ali di vetro, ma il sentimento
d’amore è già legato, come poi sarà successivamente,
ad un malinconico addio. C’è una brusca deviazione
in Variazioni, in cui troviamo immagini come
«altare della svolta» e una
«nuova vita», che vuole o deve cominciare. Nel cuore
delle poesie si parla di ricordi, di abbandono («una
fuga consapevole / dei millimetri spesi /
all’insegna della scomparsa»), di un distacco
presentato in tutta la sua ostilità, che è però
molto placida, di attesa e silenzio. Compare anche
l’immagine del sangue («io ti attacco nel sangue»)
che sembra intervenire in attimi di crescente
pessimismo e sconsolatezza, ma più avanti si scorge
«un piccolo spiraglio di immenso››. Una presa di
coscienza, un indurimento dell’anima e del cuore
sembrano essere infine avvenuti («Non vivo di slanci
ormai / senza più la forza che nutre / chiunque
abbia voce, […] Tutti sanno chi sono. / Nessuno
immagina che esisto»), dopo quello che può essere
stato un percorso di tempo concreto oppure una sola
ora di riflessione: vari passaggi che unendosi
diventano un unico organismo fatto di parole.
Lo scrittore va sempre oltre la concretezza dei gesti, delle
parole, dei movimenti; combina parole e immagini
dalla valenza, direi, poliedrica per creare
effetti di conflitto ed enfasi, in affinità con le
emozioni. Si concentra sulla sua esperienza di
dolore e di riflessione, non uscendo dai confini del
proprio “io” e la analizza come di fronte ad uno
specchio, esplorando le sue capacità di “autoconservazione”.
In queste poesie non si cerca di coprire l’assenza, ma di
rivelarla, di raccontarla, quasi fosse una sfida
alla comprensione umana (ed è per questo che il
linguaggio minaccia apertamente il realismo) su come
sia possibile improvvisamente passare dal troppo
pieno al vuoto.
Un tema come quello della mancanza e un tale punto di vista
mostrano come si spalanchi il mare di possibilità e
di facoltà di cui siamo investiti in ogni fase della
vita, tra cui per primo il saper riconoscere nel
silenzio, nella solitudine, dopo qualunque
sconvolgimento, noi stessi e il nostro legame col
resto.
Marta Altieri
(www.excursus.org,
anno III, n. 24, luglio 2011)
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