Anno III             n.20                    Marzo 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Dostoevskij e luomo:

 la coscienza, il sottosuolo

di Marta Altieri

Una panoramica nel profondo

 cosmo umano dello scrittore,

 attraverso lanalisi dei profili

 di quattro indimenticabili eroi

 

  

 

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Il senso di profondità che avvertiamo leggendo le dense pagine di Dostoevskij nasce proprio dalla necessità e dal desiderio di parlare dell’unico luogo che mai finisce, anche se crediamo di averlo esplorato a fondo e di averne ricavato le leggi fondamentali; questo luogo è la coscienza dell’uomo, il primo interesse di Dostoevskij.

Ma non bisogna confondere ciò con un termine altrettanto profondo e importante quale la psiche. Molti considerano Dostoevskij alla stregua di un grande psicologo dell’animo umano. Rispondendo a questa interpretazione, che ha comunque una sua fondatezza, Dostoevskij si definì non uno psicologo, ma un realista: un realista consapevole della vita nel mondo russo e dei suoi protagonisti, che sono gli abitanti delle sue storie.

 

All’inizio di questa breve galleria di personaggi russi abbiamo l’impiegatuccio statale Goljadkin, eroe de Il sosia, l’ometto che abita gli ultimi gradi della scala sociale, alla fine di quella Tavola dei ranghi progettata da Pietro il Grande, l’Anticristo, causa remota ma effettiva del logoramento di certi animi nelle pagine di Dostoevskij. Goljadkin è ossessionato dalla sua condizione inferiore, ma fa di tutto per passare inosservato e non osa protestare contro i privilegi e le promozioni ottenute dai ‘non meritevoli’. Lui che invece si è «sempre comportato bene», che non ha mai fatto del male, che è sempre stato onesto, non viene accettato da nessuno. Quello che Goljadkin guadagnerà sarà solo l’alienazione mentale, uno sdoppiamento della sua coscienza fra la parte di sé che vorrebbe agire e che poi agisce, non solo prontamente, ma in maniera subdola, astuta, senza scrupoli, e quella che resta al proprio posto, timorosa, goffa, mite e perdente. Sarà il Goljadkin junior, un suo perfetto doppio (riferimento che nella traduzione italiana del titolo si è perso) a ottenere il premio ambito, che si riassume nella parola socialità.

 

Ma la categoria degli uomini del sottosuolo, a cui anche Goliadkin appartiene, sembra essere rappresentata emblematicamente dal personaggio delle Memorie dal sottosuolo, il quale a differenza di Goljadkin non ha paura di disprezzare chi gli sta intorno, o almeno parla a se stesso con tutta franchezza. È un uomo che si autodefinisce prima cattivo, poi un cattivo impiegato, e dice di farlo solo per capriccio; e infine dice la verità: «non ho saputo essere niente di niente». Pur rimanendo noi nel dubbio sulla sua salute mentale per tutto il racconto (per lo più una costante del nostro atteggiamento nei confronti degli eroi dostoevskiani) leggiamo nella prima parte la sua teoria sull’uomo russo del tempo. Egli divide gli uomini in due categorie: coloro che agiscono e coloro che pensano. I primi sono uomini d’azione, di carattere, che lui definisce normali e, punto ben più significativo, stupidi. Ma sono loro quelli che realizzano nella vita progetti e aspirazioni, perché al contrario dei secondi non pensano. Il modello della seconda categoria, «l’uomo della consapevolezza potenziale», che è la creatura tipica del tempo, non è un uomo bensì un topo; ne è consapevole e si sente al suo posto nell’esserlo, perché «l’uomo contemporaneo ha il dovere di essere stupido». C’è una risonante eco in queste parole, una teoria esistenziale che si trasforma, per l’uomo russo e non l’uomo in generale, in un paragone particolare con uno degli animali più soli, nascosti e fuggiti in natura. Sono gli eredi degli uomini ‘superflui’, uomini che sono stati ridotti ad essere rappresentati da un punto in un elenco; uomini che ci sono ma nessuno ricorda o che tutti guardano con ripugnanza e che talvolta diventano esseri spregevoli, quasi volendo confermare l’opinione comune su di loro o rivendicare il compimento di un’azione, che è un’azione e non solo l’ombra di essa. Il sottosuolo è il loro regno, un covo di insoddisfazioni, dove coltivano le vendette che non compiranno mai e i desideri che non realizzeranno.

 

Il sottosuolo è anche il luogo in cui Razkolnikov, eroe di Delitto e castigo, medita la sua azione estrema, la decisione di alzarsi dal putridume che lo attornia, dalla mediocrità interiore che sente estranea e che, se tralasciamo una lettura puramente etica della vicenda, non gli si addice proprio. Anche in questo romanzo viene enunciata una teoria, questa volta relativa al campo più ristretto del crimine, ma collegata da un filo alle Memorie e all’intera concezione dell’uomo in Dostoevskij. Si tratta di un articolo sul delitto che afferma che ci sono uomini che sono giustificati, che anzi hanno il diritto di “eliminare” quegli ostacoli che si frappongono fra loro e il conseguimento delle proprie aspirazioni. Per Razkolnikov l’impedimento è la vecchia usuraia, un’inutile piaga della società, che approfitta di persone disgraziate; ed è lui l’uomo straordinario, non il topo o l’uomo inutile, ma un uomo dotato di intelligenza superiore, la cui coscienza agisce in nome di un’irrefrenabile ambizione senza scopo.

 

Dunque cosa deve rassegnarsi ad essere l’uomo russo? Un assassino o un uomo paragonato ad una creatura sotterranea che vive dello scarto altrui? Delitto e castigo sembra dia una sola alternativa, tanto fortunosa quanto incerta: una donna, o un uomo, ma più precisamente una persona buona, un motivo dunque, che spinga la volontà verso una futura redenzione. Razkolnikov sembra essere l’unico a tentare di uscire da una non-vita e di passare a quella vera, ma non sappiamo quali saranno le azioni successive alla sua trasformazione. Ma Dostoevskij non vuole offrire una soluzione, solo tanti punti di vista da cui osservare il carnevale umano. Leggiamo le ultime parole del romanzo: «Potrebbe essere l’argomento di un nuovo racconto; ma il nostro, intanto, è finito». Quello che Dostoevskij ha raccontato di Razkolnikov è stato il punto più alto della sua follia, o della sua logica; questo fatto è opinabile.

 

Dal tema del doppio con Goljadkin, personaggio che riassume le due frazioni della coscienza umana, a un uomo del sottosuolo che sguazza nella sua meschinità e debolezza, al superuomo Razkolnikov, la galleria di questi personaggi termina con il principe Myškin, protagonista de L’idiota, che rappresenta tutto il buono possibile, la sintesi, forse, della bontà presente nei pochi eroi positivi creati da Dostoevskij. Quella di Sonja, ad esempio, la povera ragazza amata da Razkolnikov, che si ricollega a Myškin non solo per la naturale disposizione d’animo, ma anche per la terribile sofferenza che ne caratterizza l’intera esistenza, una solitudine e un dolore generati proprio dalla loro singolarità fra gli altri.

 

Myškin è un personaggio commovente, un principe, più che di rango, di animo. Molto debole si dimostrerà in fin dei conti, ma come non esserlo in una società che lo considera un idiota, un mentecatto, esclusivamente per questa sua impareggiabile diversità. Due donne lo amano per questo, ma nessuna può averlo, né essere o fare la sua felicità.
Nastas’ja è infelice, come Sonja; sono accomunate quasi dallo stesso destino, ma la prima oramai è rovinata alla radice; non può volere Myškin perché in sostanza non la merita. Il principe ne è consapevole e nemmeno considera il problema determinante nella scelta della donna da sposare. Myškin la ama perché lei è sofferenza, nello stesso modo in cui Sonja ama Razkolnikov, con la differenza che lui riesce ad essere salvato. Aglaja invece, pur conoscendolo nella sua vera natura, appartiene ancora alla società che non accetta Myškin, che è totalmente impreparato ad affrontare quell’inumanità che gradualmente lo disorienta.

 

Myškin, eroe che in quest’opera si muove in un ambiente altolocato, è vissuto per lungo tempo lontano dalla società, nascosto agli occhi dei russi. Dai suoi disturbi mentali è guarito, ma a Pietroburgo lo considerano comunque un idiota. Per cosa? Per la spontaneità, la franchezza infantile, la fiducia nel prossimo, finanche nel suo nemico manifesto. Perché è diverso, come lo è Razkolnikov. Myškin rappresenta lo stesso tentativo fallito, cosciente e incosciente di Razkolnikov, di riscattare la società. Attraverso mezzi opposti, ovviamente, questi due uomini si sollevano dalla linea del sottosuolo che li separa dalla moltitudine. Il primo, inserendosi in un ambiente emotivamente e moralmente arido, che non potremmo denominare “sottosuolo” solamente perché a un grado più alto della scala sociale, gratuitamente regala buoni sentimenti; il secondo compie un’azione, che può nella teoria essere finalizzata al benessere della società (che certo guadagnerà dalla scomparsa di una poco di buono, ma non tanto da cambiare in toto), ma con la quale in pratica spera di comprendere la giusta direzione da seguire, che non trova nella sua coscienza.

 

Come la stanzetta buia, sporca e povera di Razkolnikov è un piccolo microcosmo che simboleggia una Pietroburgo degenerata e una mente sconvolta e caotica, così il sottosuolo, un più ampio microcosmo, può rappresentare la coscienza umana, quel luogo abitato dai pensieri più profondi, poco chiari anche alla mente che li produce, di cui Dostoevskij ha dato una veritiera e profonda realizzazione artistica.

 

Marta Altieri

 

(www.excursus.org, anno III, n. 20, marzo 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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