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Il senso di profondità che avvertiamo leggendo le
dense pagine di Dostoevskij nasce proprio dalla
necessità e dal desiderio di parlare dell’unico
luogo che mai finisce, anche se crediamo di averlo
esplorato a fondo e di averne ricavato le leggi
fondamentali; questo luogo è la coscienza dell’uomo,
il primo interesse di Dostoevskij.
Ma non bisogna confondere ciò con un termine
altrettanto profondo e importante quale la psiche.
Molti considerano Dostoevskij alla stregua di un
grande psicologo dell’animo umano. Rispondendo a
questa interpretazione, che ha comunque una sua
fondatezza, Dostoevskij si definì non uno
psicologo, ma un realista: un realista
consapevole della vita nel mondo russo e dei suoi
protagonisti, che sono gli abitanti delle sue
storie.
All’inizio di questa breve galleria di personaggi
russi abbiamo l’impiegatuccio statale
Goljadkin, eroe de Il sosia, l’ometto che
abita gli ultimi gradi della scala sociale, alla
fine di quella Tavola dei ranghi progettata da
Pietro il Grande, l’Anticristo, causa remota ma
effettiva del logoramento di certi animi nelle
pagine di Dostoevskij. Goljadkin è ossessionato
dalla sua condizione inferiore, ma fa di tutto per
passare inosservato e non osa protestare contro i
privilegi e le promozioni ottenute dai ‘non
meritevoli’. Lui che invece si è «sempre comportato
bene», che non ha mai fatto del male, che è sempre
stato onesto, non viene accettato da nessuno. Quello
che Goljadkin guadagnerà sarà solo l’alienazione
mentale, uno sdoppiamento della sua coscienza fra la
parte di sé che vorrebbe agire e che poi agisce, non
solo prontamente, ma in maniera subdola, astuta,
senza scrupoli, e quella che resta al proprio posto,
timorosa, goffa, mite e perdente. Sarà il Goljadkin
junior, un suo perfetto doppio (riferimento
che nella traduzione italiana del titolo si è perso)
a ottenere il premio ambito, che si riassume nella
parola socialità.
Ma la categoria degli uomini del sottosuolo, a cui
anche Goliadkin appartiene, sembra essere
rappresentata emblematicamente dal personaggio delle
Memorie dal sottosuolo, il quale a differenza
di Goljadkin non ha paura di disprezzare chi gli sta
intorno, o almeno parla a se stesso con tutta
franchezza. È un uomo che si autodefinisce prima
cattivo, poi un cattivo impiegato, e dice di farlo
solo per capriccio; e infine dice la verità: «non ho
saputo essere niente di niente». Pur rimanendo noi
nel dubbio sulla sua salute mentale per tutto il
racconto (per lo più una costante del nostro
atteggiamento nei confronti degli eroi dostoevskiani)
leggiamo nella prima parte la sua teoria sull’uomo
russo del tempo. Egli divide gli uomini in due
categorie: coloro che agiscono e coloro che pensano.
I primi sono uomini d’azione, di carattere, che lui
definisce normali e, punto ben più significativo,
stupidi. Ma sono loro quelli che realizzano nella
vita progetti e aspirazioni, perché al contrario dei
secondi non pensano. Il modello della seconda
categoria, «l’uomo della consapevolezza potenziale»,
che è la creatura tipica del tempo, non è un uomo
bensì un topo; ne è consapevole e si sente al suo
posto nell’esserlo, perché «l’uomo contemporaneo ha
il dovere di essere stupido». C’è una risonante eco
in queste parole, una teoria esistenziale che si
trasforma, per l’uomo russo e non l’uomo in
generale, in un paragone particolare con uno degli
animali più soli, nascosti e fuggiti in natura. Sono
gli eredi degli uomini ‘superflui’, uomini che sono
stati ridotti ad essere rappresentati da un punto in
un elenco; uomini che ci sono ma nessuno ricorda o
che tutti guardano con ripugnanza e che talvolta
diventano esseri spregevoli, quasi volendo
confermare l’opinione comune su di loro o
rivendicare il compimento di un’azione, che è
un’azione e non solo l’ombra di essa. Il sottosuolo
è il loro regno, un covo di insoddisfazioni, dove
coltivano le vendette che non compiranno mai e i
desideri che non realizzeranno.
Il sottosuolo è anche il luogo in cui Razkolnikov,
eroe di Delitto e castigo, medita la sua
azione estrema, la decisione di alzarsi dal
putridume che lo attornia, dalla mediocrità
interiore che sente estranea e che, se tralasciamo
una lettura puramente etica della vicenda, non gli
si addice proprio. Anche in questo romanzo viene
enunciata una teoria, questa volta relativa al campo
più ristretto del crimine, ma collegata da un filo
alle Memorie e all’intera concezione
dell’uomo in Dostoevskij. Si tratta di un articolo
sul delitto che afferma che ci sono uomini che sono
giustificati, che anzi hanno il diritto di
“eliminare” quegli ostacoli che si frappongono fra
loro e il conseguimento delle proprie aspirazioni.
Per Razkolnikov l’impedimento è la vecchia
usuraia, un’inutile piaga della società, che
approfitta di persone disgraziate; ed è lui l’uomo
straordinario, non il topo o l’uomo inutile, ma un
uomo dotato di intelligenza superiore, la cui
coscienza agisce in nome di un’irrefrenabile
ambizione senza scopo.
Dunque cosa deve rassegnarsi ad essere l’uomo russo?
Un assassino o un uomo paragonato ad una creatura
sotterranea che vive dello scarto altrui? Delitto
e castigo sembra dia una sola alternativa, tanto
fortunosa quanto incerta: una donna, o un uomo, ma
più precisamente una persona buona, un motivo
dunque, che spinga la volontà verso una futura
redenzione. Razkolnikov sembra essere l’unico a
tentare di uscire da una non-vita e di
passare a quella vera, ma non sappiamo quali saranno
le azioni successive alla sua trasformazione. Ma
Dostoevskij non vuole offrire una soluzione, solo
tanti punti di vista da cui osservare il carnevale
umano. Leggiamo le ultime parole del romanzo:
«Potrebbe essere l’argomento di un nuovo racconto;
ma il nostro, intanto, è finito». Quello che
Dostoevskij ha raccontato di Razkolnikov è stato il
punto più alto della sua follia, o della sua logica;
questo fatto è opinabile.
Dal tema del doppio con Goljadkin, personaggio che
riassume le due frazioni della coscienza umana, a un
uomo del sottosuolo che sguazza nella sua meschinità
e debolezza, al superuomo Razkolnikov, la galleria
di questi personaggi termina con il principe Myškin,
protagonista de L’idiota, che rappresenta
tutto il buono possibile, la sintesi, forse, della
bontà presente nei pochi eroi positivi creati da
Dostoevskij. Quella di Sonja, ad esempio, la povera
ragazza amata da Razkolnikov, che si ricollega a
Myškin non solo per la naturale disposizione
d’animo, ma anche per la terribile sofferenza che ne
caratterizza l’intera esistenza, una solitudine e un
dolore generati proprio dalla loro singolarità fra
gli altri.
Myškin è un personaggio commovente, un principe, più
che di rango, di animo. Molto debole si dimostrerà
in fin dei conti, ma come non esserlo in una società
che lo considera un idiota, un mentecatto,
esclusivamente per questa sua impareggiabile
diversità. Due donne lo amano per questo, ma nessuna
può averlo, né essere o fare la sua felicità.
Nastas’ja è infelice, come Sonja; sono accomunate
quasi dallo stesso destino, ma la prima oramai è
rovinata alla radice; non può volere Myškin perché
in sostanza non la merita. Il principe ne è
consapevole e nemmeno considera il problema
determinante nella scelta della donna da sposare.
Myškin la ama perché lei è sofferenza, nello stesso
modo in cui Sonja ama Razkolnikov, con la differenza
che lui riesce ad essere salvato. Aglaja invece, pur
conoscendolo nella sua vera natura, appartiene
ancora alla società che non accetta Myškin, che è
totalmente impreparato ad affrontare quell’inumanità
che gradualmente lo disorienta.
Myškin, eroe che in quest’opera si muove in un
ambiente altolocato, è vissuto per lungo tempo
lontano dalla società, nascosto agli occhi
dei russi. Dai suoi disturbi mentali è guarito, ma a
Pietroburgo lo considerano comunque un idiota. Per
cosa? Per la spontaneità, la franchezza infantile,
la fiducia nel prossimo, finanche nel suo nemico
manifesto. Perché è diverso, come lo è Razkolnikov.
Myškin rappresenta lo stesso tentativo fallito,
cosciente e incosciente di Razkolnikov, di
riscattare la società. Attraverso mezzi opposti,
ovviamente, questi due uomini si sollevano dalla
linea del sottosuolo che li separa dalla
moltitudine. Il primo, inserendosi in un ambiente
emotivamente e moralmente arido, che non potremmo
denominare “sottosuolo” solamente perché a un
grado più alto della scala sociale, gratuitamente
regala buoni sentimenti; il secondo compie
un’azione, che può nella teoria essere finalizzata
al benessere della società (che certo guadagnerà
dalla scomparsa di una poco di buono, ma non tanto
da cambiare in toto), ma con la quale in
pratica spera di comprendere la giusta direzione da
seguire, che non trova nella sua coscienza.
Come la stanzetta buia, sporca e povera di
Razkolnikov è un piccolo microcosmo che simboleggia
una Pietroburgo degenerata e una mente sconvolta e
caotica, così il sottosuolo, un più ampio
microcosmo, può rappresentare la coscienza umana,
quel luogo abitato dai pensieri più profondi, poco
chiari anche alla mente che li produce, di cui
Dostoevskij ha dato una veritiera e profonda
realizzazione artistica.
Marta Altieri
(www.excursus.org,
anno III, n. 20, marzo 2011)
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