Anno III             n.21                    Aprile 2011

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere (Jorge Luis Borges)                                                     Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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        Poesia e Critica

 

Anna Achmatova:

 sensibilità e realismo

di Marta Altieri

Un percorso in versi nellanima

 della poetessa, che nella sua arte

 si focalizza su interiorità e dolore,

 tramite l’osservazione della realtà

 

  

 

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Anna Achmatova (pseudonimo di Anna Andréevna Gorénko, 1889-1966) «non somigliò mai a nessuno». Così si espresse il poeta Iosif Brodskij, delineando in poche parole un fenomeno unico di poesia e di sensibilità. Visse in un periodo drammatico della storia russa, sopportò la censura, l’esilio, amori vigorosi, sofferenze private e comuni a quelle dei suoi connazionali. La poesia dell’Achmatova è un’opera che si evolve nel corso della sua vita e degli eventi che la caratterizzarono, ma che permette di mantenere sempre costante il suo effetto grazie ad una carica di emotività purissima.

 

L’Achmatova usa il linguaggio per il suo scopo primario, quello di comunicare nella maniera più diretta e chiara; non allontana la portata semantica dal segno linguistico ponendola altrove, ma la inserisce dove dovrebbe trovarsi, e in questo modo, isolata, la parola assume pienamente il suo ruolo. Tuttavia quello che non ci aspettiamo di trovare in un solo termine è la storia che ogni oggetto ci racconta, o quella che ci lascia immaginare. Ma non fa differenza perché non viene meno il suo potere evocativo, quello che hanno tutte le cose che abbiamo intorno e che guardiamo con occhi diversi a seconda delle sensazioni, delle situazioni che viviamo. Sono il frustino e il guanto, di un componimento del 1911, che ci rivelano tutto un personaggio virile, passeggero, sfuggevole e una donna rimasta sola a pensare, addolcita dall’incontro appena trascorso, per quanto esso possa essere stato brutale.

L’Achmatova non nega il sentimento; tuttavia non lo spiega. Lascia dedurre gli avvenimenti non raccontati ad una schiera di anime seguaci dei propri moti interiori.

 

«Con dita arse gualcivo la variopinta tovaglia del tavolo…

Capivo fin da allora quanto è angusta questa terra».

 

In questi versi, secondo un meccanismo a lei caro, associa due distici in cui descrive nel primo un movimento o un oggetto, mentre nel secondo, di contenuto astratto, include un pensiero o una riflessione. Le «dita arse» сухими пальцами») indicano calore, una passione che cova all’interno e che emerge muovendo in lei nervosismo, irrequietezza. In questo ritaglio di realtà autentica concepisce la difficoltà di vivere senza pena i sentimenti.

Nella poesia Прогулка (La passeggiata) raccontandoci la piccola storia di una sera in carrozza e della piuma del suo cappello, che a un sobbalzo tocca il tetto del calesse, ci lancia dentro quel momento. Prima uno sguardo, poi la natura circostante descritta dai suoi occhi che forse si sono spostati e scorrono fuori dal finestrino, per poi essere interrotti dal tocco di una mano. Quale descrizione migliore, eseguita con un effetto cinematografico molto verosimile, potrebbe esserci per narrare un momento di cui resterà solo il debole ricordo del sentimento provato e racchiuso nella concretezza di un rapido gesto.

 

L’Achmatova è figlia di tutta la letteratura russa precedente, ma abbandona i suoi esempi e finisce per discostarsi anche dalla corrente stessa dell’acmeismo [1], di cui era massimo rappresentante il suo primo marito, Nikolaj Stepanovič Gumilёv, e che sembra adattarsi perfettamente al suo profilo. Alla luce di un movimento letterario che predicava e sosteneva una limpidezza e cura formale insieme ad una concretezza dei soggetti, l’Achmatova riuscì a creare un nuovo simbolismo (a cui del resto gli acmeisti si contrapponevano). La realtà viene rappresentata per come è, ma la valenza degli oggetti è emotiva e nessuna cosa significa altro, non rimanda a nessun altro mondo fuorché a quello dell’anima, del proprio universo interiore. È questa la differenza sostanziale dai precedenti simbolisti che, con gli stessi propositi di slegarsi da ogni vincolo o compito sociale, avevano finito per portare la poesia lontano dalla sua unica funzione che è di essere fine a se stessa, proponendola come una lettura della storia di un metamondo creato da loro stessi. L’Achmatova supera il passato simbolista, non abbandonando quello che avrebbe dovuto essere il suo scopo, ovvero disfare l’arte da ogni legame con vessilli ideologici per dedicarsi a una poesia che racconta l’eros, la sofferenza, la solitudine, la perdita e la poesia stessa. Non c’è alcuna immagine onirica o indefinita nel suo «puro diario lirico», come lo ha definito Michele Colucci .

Questi sono i versi per lei: «Sono il succo delle insonnie/ il moccolo di storte candele / il primo colpo mattutino / di centinaia di bianchi campanili... / Sono il tiepido davanzale / sotto una luna di Cernigov, / sono api, sono trifoglio, / sono polvere, tenebre, afa».

 

I versi dell’Achmatova sono caratterizzati da un uso molto scarso del verbo, sono ricchi di sostantivi e aggettivi senza mai arrivare alla ridondanza. La poetessa riesce a rendere l’inesprimibile con mezzi non eccezionali, senza un linguaggio sperimentale e artificioso o una forma impossibile che susciti meraviglia, ma con parole quotidiane come una mano, un colore, o una breve dichiarazione fra amanti che, se pur infelici, in quel momento raccontano di un tempo passato in cui lo erano. Gli oggetti nei componimenti si animano, sostituiscono una descrizione dell’evento che, anche se non banale, risulterebbe meno efficace e soprattutto meno personale.

Respiriamo quando leggiamo i suoi versi; accogliamo la sua sofferenza perché non è soffocante. Concepì il dolore come parte integrante della vita, accettandola inevitabilmente nella sua totalità.

La sofferenza, sia fisica che psicologica, sentita per l’abbraccio mancato con un mondo superiore con il quale pareva sempre in attesa di unirsi, libero da tutti i vincoli della vita quotidiana è insita nell’esperienza dell’eros come condizione inevitabile. Scrive: «Dalla felicità io non guarisco», così come da una malattia.

Lo stesso fare dell’amore una stagione dell’anno (пятое время года), come scrisse in una poesia del 1913, ci fa capire come lo consideri un’esperienza umana, una condizione in cui il cuore viene a trovarsi, e che non è vissuta sempre con lo stesso equilibrio, ma ha picchi di passione, di complicità e periodi in cui sfiorisce per poi ritornare a dare i suoi frutti, o nel peggiore dei casi, finisce definitivamente.

 

Parallelamente alla poesia, visse la sua esperienza amorosa con estrema intensità, ma sempre consapevole del reale andamento delle cose, della scontata vittoria del destino, (anche se non si incontra spesso questa parola nelle sue poesie). Come nell’eros così nelle altre aree dell’esistenza, è condannata a vivere «come il cuculo dell’orologio». Scrive: «Mi danno la carica e canto».

Le sue relazioni e sentimenti, la stessa osservazione della natura, le danno il respiro per comporre versi, i quali sembrano nati nella loro genuinità, né creati con puntigliosa preoccupazione né frutto di una sovraumana ispirazione. Quando viene meno per lei, in una parola, l’umanità, ovvero il contatto con il mondo e con se stessa, il meccanismo non funziona più. Pur non invidiando «gli uccelli nei boschi», visiterà spesso anche questo dramma: «Sai, una simile sorte solo a un nemico posso augurarla».

 

La poesia dell’Achmatova è anche poesia del ricordo. La raccolta che chiamò La corsa del tempo (Einaudi) è il percorso delle sue esperienze di vita, versi che diventano simbolo della memoria, personale e del popolo russo. I testi di Реквием (Requiem), una raccolta in cui narra il dolore insostenibile causato dalla prigionia del figlio in seguito alle grandi purghe staliniste, sono il simbolo della partecipazione al comune destino del suo popolo, in particolare alla condizione delle famiglie, delle madri, costrette a sopportare l’angoscia di una possibile, se non imminente, morte dei propri cari.

Anche davanti a questa più atroce sofferenza, sfinita da una pena senza riposo, pregando di non vedersi tornare indietro da un momento all’altro il pacco che ogni giorno portava tra le file di madri disperate, proprio in virtù della sua forza interiore riesce comunque a rastrellare i frantumi di se stessa ed essere lucida.

Nel componimento Приговор (La sentenza), coesistono pathos e gelida consapevolezza di quello che sapeva sarebbe accaduto. C’è nella seconda quartina l’anafora del verbo occorre che enfatizza l’azione di tre momenti decisivi, necessari. Subito dopo vi è, come un ripensamento, un’immagine alternativa: l’estate che porta con sé un’aria di letizia e che sembra infondere non poca speranza, considerando la situazione. Nel finale la casa deserta contrasta però con il giorno radioso; ci fa capire che lei è ancora sola e aspetta fedele.

 

E sul mio petto ancor vivo

piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
Occorre sino in fondo uccidere la memoria,
Occorre che l'anima impietrisca,
Occorre di nuovo imparare a vivere,

Se no... Oltre la finestra

l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:

un giorno radioso e la casa deserta.

(1939)
 

Non definiremmo risveglio questo suo aderire al grido di reazione lanciato contro il regime, ma una partecipazione che non si era mai manifestata prima che le condizioni storiche della Russia cambiassero. Accadde all’Achmatova di vedere con i propri occhi quello che succedeva alla sua patria e di essere inghiottita in prima persona in quella crepa di oscurità e ignoranza forzata; esponendo la sua voce fece una promessa più a se stessa che alla donna di cui ci parla nella prefazione di Requiem, che aspetta il figlio e accoglie la domanda di una donna che chiede se anche quel dolore possa essere raccontato. Si trattò di una crescita di autocoscienza.

 

Prima di quegli anni disperati l’Achmatova era perfettamente inserita nel suo mondo, fra gli amici poeti e letterati che erano in grado di condividere con lei impressioni non comuni sulla realtà. E la sua relativa tranquillità non è da biasimare, come al contrario fecero molti suoi critici contemporanei che la consideravano non dei nostri. Rimase inserita in quel mondo continuando a fare poesia, atto di fede e coraggio in quel tempo devastante. La guerra per l’Achmatova significò oltre che un trauma psicologico e affettivo per la perdita di molti cari, una deviazione dalla linea tematica seguita fino ad allora; uscì da se stessa e mutò il suo modo di poetare, restando fedele solo a quel criterio di essenzialità che caratterizza tutti i componimenti. L’Achmatova divenne custode di una memoria collettiva, non più solo della propria.

Sempre ricorre il tempo a scandire gli anni che passano, con la consapevolezza che esso cammina anche sulla guerra e sulla miseria. Così scrive: «E fa un silenzio, Signore, un silenzio / che si sente come cammina il tempo».

 

Non ci sono voci di poeti e artisti puri come l’Achmatova che possano portare avanti un paese intero, non è dato a loro fare ciò. Il suo esempio rappresenta il giusto. Gli artisti non devono assolvere al compito assegnato loro (solo perché superficialmente pensati come spiriti superiori) da chi non ha il potere di affrontare le avversità o che si nutre della speranza che la poesia possa far breccia nel profondo di una nazione, che di profondo ha solo la sua storia e il suo patrimonio culturale. In realtà lo sono, hanno un senso comune a nessuno, ma la sensibilità, che la poesia può cercare di infondere, non potrà mai fare da guida a un popolo, che non va oltre la propria pelle. Spetta a chi ha nelle mani l’effettivo potere di cambiare le fondamenta di una società. Un artista può solo seguire il suo corso di potenza creativa e produrre qualcosa di estremo valore per la memoria e il futuro, che diventa velocemente passato. La poesia è salvezza, ma salvezza individuale, ed è quello che l’Achmatova si procura.

 

Certamente la poetessa russa ha composto versi in grado di rappresentare un’intera epoca di travaglio e cambiamenti, oltre che tutto un mondo di interiorità quale difficilmente può scoprirsi in altre opere poetiche, ma con un atto forse astorico, si potrebbe porre l’accento sulla sua immensa sensibilità, diversa rispetto a quella degli uomini che non hanno una mente e un’anima aperta all’esperienza che solo poeti e artisti sanno tirar fuori dalla vita. E possiamo trovarla in questo distico, tratto dal componimento La moglie di Lot (1922-24):

 

«Il mio cuore solo non potrà mai scordare

chi la vita dette per un unico sguardo».

 

Marta Altieri

 

NOTA BIBLIOGRAFICA

 

[1] – L’acmeismo (dalla radice greca acmé, “culmine”) è stato un movimento poetico fondato in Russia nel 1912 da Sergej Gorodeckij e Nikolaj Gumilëv. Si opponeva al simbolismo, soprattutto al suo misticismo, affermando la necessità della poesia di tornare al concreto, al terrestre nei suoi contenuti, e alla chiarezza nell’esposizione. Così, le due caratteristiche principali furono, da una parte, la ricerca di una poesia realistica e formalmente ponderata, tesa al raggiungimento dell’acme, cioè dell’essenza più valida e segreta dell’oggetto rappresentato, e, dall’altra, l’aspirazione ad una presenza esistenziale poetica che sia genuina, lucida e cosciente.

 

(www.excursus.org, anno III, n. 21, aprile 2011)

 

 

        

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Marta Altieri, Linda Basile, Massimiliano Borelli, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Carmine Zaccaro

 

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