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Anna Achmatova (pseudonimo di Anna Andréevna
Gorénko, 1889-1966) «non somigliò mai a nessuno».
Così si espresse il poeta Iosif Brodskij,
delineando in poche parole un fenomeno unico di
poesia e di sensibilità. Visse in un periodo
drammatico della storia russa, sopportò la censura,
l’esilio, amori vigorosi, sofferenze private e
comuni a quelle dei suoi connazionali. La poesia
dell’Achmatova è un’opera che si evolve nel corso
della sua vita e degli eventi che la
caratterizzarono, ma che permette di mantenere
sempre costante il suo effetto grazie ad una carica
di emotività purissima.
L’Achmatova usa il linguaggio per il suo
scopo primario, quello di comunicare nella maniera
più diretta e chiara; non allontana la portata
semantica dal segno linguistico ponendola altrove,
ma la inserisce dove dovrebbe trovarsi, e in questo
modo, isolata, la parola assume pienamente il suo
ruolo. Tuttavia quello che non ci aspettiamo di
trovare in un solo termine è la storia che ogni
oggetto ci racconta, o quella che ci lascia
immaginare. Ma non fa differenza perché non viene
meno il suo potere evocativo, quello che hanno tutte
le cose che abbiamo intorno e che guardiamo con
occhi diversi a seconda delle sensazioni, delle
situazioni che viviamo. Sono il frustino
e il guanto, di un componimento del 1911, che
ci rivelano tutto un personaggio virile, passeggero,
sfuggevole e una donna rimasta sola a pensare,
addolcita dall’incontro appena trascorso, per quanto
esso possa essere stato brutale.
L’Achmatova non nega il sentimento; tuttavia
non lo spiega. Lascia dedurre gli avvenimenti non
raccontati ad una schiera di anime seguaci dei
propri moti interiori.
«Con dita arse gualcivo la variopinta
tovaglia del tavolo…
Capivo fin da allora quanto è angusta questa
terra».
In questi versi, secondo un meccanismo a lei
caro, associa due distici in cui descrive nel primo
un movimento o un oggetto, mentre nel secondo, di
contenuto astratto, include un pensiero o una
riflessione. Le «dita arse» («сухими
пальцами»)
indicano calore, una passione che cova all’interno e
che emerge muovendo in lei nervosismo,
irrequietezza. In questo ritaglio di realtà
autentica concepisce la difficoltà di vivere senza
pena i sentimenti.
Nella poesia Прогулка (La
passeggiata) raccontandoci la piccola storia di
una sera in carrozza e della piuma del suo cappello,
che a un sobbalzo tocca il tetto del calesse, ci
lancia dentro quel momento. Prima uno sguardo, poi
la natura circostante descritta dai suoi occhi che
forse si sono spostati e scorrono fuori dal
finestrino, per poi essere interrotti dal tocco di
una mano. Quale descrizione migliore, eseguita con
un effetto cinematografico molto verosimile,
potrebbe esserci per narrare un momento di cui
resterà solo il debole ricordo del sentimento
provato e racchiuso nella concretezza di un rapido
gesto.
L’Achmatova è figlia di tutta la letteratura
russa precedente, ma abbandona i suoi esempi e
finisce per discostarsi anche dalla corrente stessa
dell’acmeismo [1], di cui era massimo
rappresentante il suo primo marito,
Nikolaj Stepanovič
Gumilёv, e che sembra adattarsi perfettamente al suo
profilo. Alla luce di un movimento letterario che
predicava e sosteneva una limpidezza e cura formale
insieme ad una concretezza dei soggetti, l’Achmatova
riuscì a creare un nuovo simbolismo (a cui del resto
gli acmeisti si contrapponevano). La realtà viene
rappresentata per come è, ma la valenza degli
oggetti è emotiva e nessuna cosa significa altro,
non rimanda a nessun altro mondo fuorché a quello
dell’anima, del proprio universo interiore. È questa
la differenza sostanziale dai precedenti simbolisti
che, con gli stessi propositi di slegarsi da ogni
vincolo o compito sociale, avevano finito per
portare la poesia lontano dalla sua unica funzione
che è di essere fine a se stessa, proponendola come
una lettura della storia di un metamondo
creato da loro stessi. L’Achmatova supera il passato
simbolista, non abbandonando quello che avrebbe
dovuto essere il suo scopo, ovvero disfare l’arte da
ogni legame con vessilli ideologici per dedicarsi a
una poesia che racconta l’eros, la sofferenza, la
solitudine, la perdita e la poesia stessa. Non c’è
alcuna immagine onirica o indefinita nel suo
«puro
diario lirico»,
come lo ha definito Michele Colucci .
Questi sono i versi per lei:
«Sono
il succo delle insonnie/
il moccolo di storte
candele / il primo colpo mattutino /
di centinaia di
bianchi campanili... /
Sono il tiepido
davanzale /
sotto una luna di
Cernigov, /
sono api, sono
trifoglio, /
sono polvere,
tenebre, afa».
I versi dell’Achmatova sono caratterizzati
da un uso molto scarso del verbo, sono ricchi di
sostantivi e aggettivi senza mai arrivare alla
ridondanza. La poetessa riesce a rendere
l’inesprimibile con mezzi non eccezionali, senza un
linguaggio sperimentale e artificioso o una forma
impossibile che susciti meraviglia, ma con parole
quotidiane come una mano, un colore, o una breve
dichiarazione fra amanti che, se pur infelici, in
quel momento raccontano di un tempo passato in cui
lo erano. Gli oggetti nei componimenti si animano,
sostituiscono una descrizione dell’evento che, anche
se non banale, risulterebbe meno efficace e
soprattutto meno personale.
Respiriamo quando leggiamo i suoi versi;
accogliamo la sua sofferenza perché non è
soffocante. Concepì il dolore come parte integrante
della vita, accettandola inevitabilmente nella sua
totalità.
La sofferenza, sia fisica che psicologica,
sentita per l’abbraccio mancato con un mondo
superiore con il quale pareva sempre in attesa di
unirsi, libero da tutti i vincoli della vita
quotidiana è insita nell’esperienza dell’eros come
condizione inevitabile. Scrive:
«Dalla
felicità io non guarisco»,
così come da una malattia.
Lo stesso fare dell’amore una stagione
dell’anno (пятое время года), come
scrisse in una poesia del 1913, ci fa capire come lo
consideri un’esperienza umana, una condizione in cui
il cuore viene a trovarsi, e che non è vissuta
sempre con lo stesso equilibrio, ma ha picchi di
passione, di complicità e periodi in cui sfiorisce
per poi ritornare a dare i suoi frutti, o nel
peggiore dei casi, finisce definitivamente.
Parallelamente alla poesia, visse la sua
esperienza amorosa con estrema intensità, ma sempre
consapevole del reale andamento delle cose, della
scontata vittoria del destino, (anche se non si
incontra spesso questa parola nelle sue poesie).
Come nell’eros così nelle altre aree dell’esistenza,
è condannata a vivere «come il cuculo
dell’orologio». Scrive: «Mi danno la carica e
canto».
Le sue relazioni e sentimenti, la stessa
osservazione della natura, le danno il respiro per
comporre versi, i quali sembrano nati nella loro
genuinità, né creati con puntigliosa preoccupazione
né frutto di una sovraumana ispirazione. Quando
viene meno per lei, in una parola, l’umanità, ovvero
il contatto con il mondo e con se stessa, il
meccanismo non funziona più. Pur non invidiando «gli
uccelli nei boschi», visiterà spesso anche
questo dramma: «Sai, una simile sorte solo a un
nemico posso augurarla».
La poesia dell’Achmatova è anche poesia del
ricordo. La raccolta che chiamò La corsa del
tempo (Einaudi) è il percorso delle sue
esperienze di vita, versi che diventano simbolo
della memoria, personale e del popolo russo. I testi
di Реквием (Requiem), una
raccolta in cui narra il dolore insostenibile
causato dalla prigionia del figlio in seguito alle
grandi purghe staliniste, sono il simbolo
della partecipazione al comune destino del suo
popolo, in particolare alla condizione delle
famiglie, delle madri, costrette a sopportare
l’angoscia di una possibile, se non imminente, morte
dei propri cari.
Anche davanti a questa più atroce
sofferenza, sfinita da una pena senza riposo,
pregando di non vedersi tornare indietro da un
momento all’altro il pacco che ogni giorno portava
tra le file di madri disperate, proprio in virtù
della sua forza interiore riesce comunque a
rastrellare i frantumi di se stessa ed essere
lucida.
Nel componimento Приговор (La
sentenza), coesistono pathos e gelida
consapevolezza di quello che sapeva sarebbe
accaduto. C’è nella seconda quartina l’anafora del
verbo occorre che enfatizza l’azione
di tre momenti decisivi, necessari. Subito dopo vi
è, come un ripensamento, un’immagine alternativa:
l’estate che porta con sé un’aria di letizia e che
sembra infondere non poca speranza, considerando la
situazione. Nel finale la casa deserta
contrasta però con il giorno radioso; ci fa
capire che lei è ancora sola e aspetta fedele.
E sul mio petto ancor vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.
Oggi ho da fare molte cose:
Occorre sino in fondo uccidere la memoria,
Occorre che l'anima impietrisca,
Occorre di nuovo imparare a vivere,
Se no... Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.
(1939)
Non definiremmo risveglio questo suo aderire
al grido di reazione lanciato contro il regime, ma
una partecipazione che non si era mai manifestata
prima che le condizioni storiche della Russia
cambiassero. Accadde all’Achmatova di vedere con i
propri occhi quello che succedeva alla sua patria e
di essere inghiottita in prima persona in quella
crepa di oscurità e ignoranza forzata; esponendo la
sua voce fece una promessa più a se stessa che alla
donna di cui ci parla nella prefazione di Requiem,
che aspetta il figlio e accoglie la domanda di una
donna che chiede se anche quel dolore possa essere
raccontato. Si trattò di una crescita di
autocoscienza.
Prima di quegli anni disperati l’Achmatova
era perfettamente inserita nel suo mondo, fra gli
amici poeti e letterati che erano in grado di
condividere con lei impressioni non comuni sulla
realtà. E la sua relativa tranquillità non è da
biasimare, come al contrario fecero molti suoi
critici contemporanei che la consideravano non
dei nostri. Rimase inserita in quel mondo
continuando a fare poesia, atto di fede e coraggio
in quel tempo devastante. La guerra per l’Achmatova
significò oltre che un trauma psicologico e
affettivo per la perdita di molti cari, una
deviazione dalla linea tematica seguita fino ad
allora; uscì da se stessa e mutò il suo modo di
poetare, restando fedele solo a quel criterio di
essenzialità che caratterizza tutti i componimenti.
L’Achmatova divenne custode di una memoria
collettiva, non più solo della propria.
Sempre ricorre il tempo a scandire gli anni
che passano, con la consapevolezza che esso cammina
anche sulla guerra e sulla miseria. Così scrive: «E
fa un silenzio, Signore, un silenzio / che si sente
come cammina il tempo».
Non ci sono voci di poeti e artisti puri
come l’Achmatova che possano portare avanti un paese
intero, non è dato a loro fare ciò. Il suo esempio
rappresenta il giusto. Gli artisti non devono
assolvere al compito assegnato loro (solo perché
superficialmente pensati come spiriti superiori)
da chi non ha il potere di affrontare le avversità o
che si nutre della speranza che la poesia possa far
breccia nel profondo di una nazione, che di profondo
ha solo la sua storia e il suo patrimonio culturale.
In realtà lo sono, hanno un senso comune a nessuno,
ma la sensibilità, che la poesia può cercare di
infondere, non potrà mai fare da guida a un popolo,
che non va oltre la propria pelle. Spetta a chi ha
nelle mani l’effettivo potere di cambiare le
fondamenta di una società. Un artista può solo
seguire il suo corso di potenza creativa e produrre
qualcosa di estremo valore per la memoria e il
futuro, che diventa velocemente passato. La poesia è
salvezza, ma salvezza individuale, ed è quello che
l’Achmatova si procura.
Certamente la poetessa russa ha composto
versi in grado di rappresentare un’intera epoca di
travaglio e cambiamenti, oltre che tutto un mondo di
interiorità quale difficilmente può scoprirsi in
altre opere poetiche, ma con un atto forse astorico,
si potrebbe porre l’accento sulla sua immensa
sensibilità, diversa rispetto a quella degli uomini
che non hanno una mente e un’anima aperta
all’esperienza che solo poeti e artisti sanno tirar
fuori dalla vita. E possiamo trovarla in questo
distico, tratto dal componimento La moglie di Lot
(1922-24):
«Il mio cuore solo non potrà mai scordare
chi la vita dette per un unico sguardo».
Marta Altieri
NOTA BIBLIOGRAFICA
[1] – L’acmeismo (dalla radice greca acmé,
“culmine”) è stato un movimento poetico fondato in
Russia nel 1912 da Sergej Gorodeckij e Nikolaj
Gumilëv. Si opponeva al simbolismo, soprattutto al
suo misticismo, affermando la necessità della
poesia di tornare al concreto,
al terrestre
nei suoi contenuti, e alla chiarezza
nell’esposizione.
Così, le due caratteristiche principali furono, da
una parte, la ricerca di una poesia realistica e formalmente ponderata,
tesa al raggiungimento dell’acme, cioè
dell’essenza più valida e segreta dell’oggetto
rappresentato, e, dall’altra, l’aspirazione ad una
presenza esistenziale poetica che sia genuina,
lucida e cosciente.
(www.excursus.org,
anno III, n. 21, aprile 2011)
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