Anno II            

n.6                     Gennaio 2010

 Speciale NO PONTE: le ragioni per essere fermamente contro un'opera inutile e negativa sotto molteplici aspetti.                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

Il meraviglioso scenario

dello Stretto in Consolo

 di Rino Tripodi

Un'analisi di Scilla e Cariddi,

 dove la splendida area naturale  

 è sfondo e, forse, protagonista

 

 

 

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Esaminiamo, attraverso un saggio di Rino Tripodi, un breve racconto (Scilla e Cariddi) del noto scrittore messinese Vincenzo Consolo (nativo di Sant’Agata di Militello), ambientato sulle coste calabro-sicule che si fronteggiano sullo Stretto. Il testo di Tripodi è stato pubblicato su Calabria Sconosciuta n. 98 del 2003 [1]: lo riproponiamo qui di seguito, con qualche leggero aggiornamento e adattamento.

(La redazione)

 

Scilla e Cariddi di Vincenzo Consolo è stato pubblicato per la prima volta sul Corriere della Sera del 18 aprile 1990 e ristampato, insieme ad altri tre racconti, in Neró Metallicó (Genova, il melangolo, 1994).

 

La storia di un pescatore

Tutta la narrazione si svolge in quattordici paginette: in esse l’io narrante (Placido – «solo di nome»), un ormai vecchio pescatore di pesci spada, ricorda la vita passata.

Ecco il lirico incipit:

«Ora mi pare di essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come un trapassato, in Contemplazione, statico e affisso a un’eterna luce. O vagante, privo di peso, memoria e intento, sopra cieli, lungo viali interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese, palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi andare al vizio antico, antico quanto la mia vita, di distaccarmi dal reale vero e di sognare».

 

E, fin dall’inizio, si avverte la presenza dello Stretto:

«Questo Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello, fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo».

Nato a Torre Faro, da «rinomato padrone lanzatore», Placido, terzo di cinque figli (ma gli altri due maschi moriranno o in guerra o per la spagnola), ha l’arte della pesca nel sangue:

«Ancora quasi lattanti, non lasciavamo in casa a nostra madre forchetta per mangiare, che legavamo in cima a una canna a mo’ di fiocina per infilzare polipi bollaci e costardelle, ogni pesce che per ventura capitava a tiro del nostro occhio e braccio. Era l’istinto che ci portava verso il mestiere, come aveva portato nostro padre, suo padre indietro, ci portava verso il destino del mare, dello Stretto, del pesce spada, sopra feluche e lontri, ci portava a lance, palamidare, palangresi».

 

È naturale, pertanto, che egli salga sull’imbarcazione del padre e diventi un abile pescatore di pesci spada. Quando il padre si fa vecchio e stanco, viene ingaggiato, come avvistatore, Pietro Iannì:

«Uno di Calabria, dove sono gli antennieri più acuti dello Stretto, pur se i comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua tutta loro. “Appà, maccà, palè, ti fò…” urlano».

 

Quest’ultimo sposa Assunta, la sorella di Placido, con la quale se ne torna a Bagnara. Durante il battesimo del primo figlio di Assunta e Pietro, il protagonista incontra Concetta Séstito:

«Picciotta bella e assennata. Muta e travagliante. Ma non di fora, come le bagnarote libere e spartane che vanno a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui traghetti, ma di casa, e al più sulla spiaggia, tra le barche dei suoi».

 

Un matrimonio problematico

Placido sposa Concetta e il padre gli lascia, per l’occasione, le barche e gli attrezzi da pesca. Tuttavia, il matrimonio risulta subito come oscurato da un’ombra misteriosa; sebbene il marito compia ogni tentativo per farle apprezzare Messina e dintorni, già dopo le nozze la donna si mostra malinconica e distaccata:

«Ma lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come restasse sempre straniata, come legata con la mente alla terra di là, oltre lo Stretto».

 

Nonostante la nascita di tre figli in cinque anni, la sua cura e il suo affetto, la sua partecipazione per voto («voto che si capisce quale fosse, d’avere finalmente quella donna») al tiro della gran Vara a Messina, il protagonista-narratore della storia non riesce a risollevare la propria moglie dall’apatia.

 

Ammalatosi l’antenniere di Placido, Concetta gli consiglia, per la sostituzione, «un parente suo lontano, Polistena Rocco». Si tratta di un uomo di bell’aspetto, snello, alto, coi capelli ricci, circondato dalla fama di rubacuori. Col suo arrivo, la donna cambia carattere: parla più di frequente, sorride, si rianima. Nonostante non vi sia alcun segnale di un reale tradimento, Placido si ingelosisce, comincia a odiare Rocco e, quando viene l’epoca di rinnovare e riconvertire le vecchie barche, il che comporta l’acquisto di costosi motori e antenne, coglie la scusa per disarmare la sua attività e licenziare tutti i dipendenti, tra cui il calabrese.

 

Per mantenere la famiglia Placido si imbarca come marinaio su un vaporetto che collega Milazzo alle Eolie. Per rivalsa verso Concetta (e Rocco?) il protagonista del racconto comincia a divenire «facile predatore di straniere», fino a provocare la moglie, facendosi volontariamente vedere da lei con una turista («forse per sfida o forse nell’intento di smuoverla allo scontro»). Ma Concetta «ebbe come un riso di sprezzo, di compatimento».

 

Un amaro finale

Dopo questo avvenimento, Placido decide di tornare al suo antico mestiere. Destino vuole che, durante una battuta di pesca, egli si scontri con l’imbarcazione di Rocco per la cattura di un pesce spada. Il Consiglio dei pescatori decide di dar ragione a Placido, ma questi vuole avere un’ulteriore soddisfazione dal rivale e lo sfida a duello proprio sotto il Faro. Tuttavia la contesa, che poteva avere esiti tragici, termina in modo grottesco:

«Stavamo appressandoci, quando, a un passo l’uno dall’altro, cominciarono a fischiare sopra le nostre teste le palle dei fucili. Eravamo proprio sotto il campo del tiro al piattello. Ci buttammo per terra, la faccia contro la rena. E restammo così, impediti a muoverci, non so per quanto tempo. Poi improvviso fu lui a ridere per primo, a ridere forte, e trascinò me nella risata».

 

La sfida finisce, così, coi due che si danno la mano.

Purtroppo, però, i ricordi dell’io narrante non si concludono felicemente.

Poco tempo dopo, infatti, Concetta muore di malattia presso l’Ospedale Margherita, pronunciando enigmatiche parole («Ah, Placido, come si può passare una vita senza capire!»); allora il vedovo decide di donare tutto ai figli e di rifugiarsi nella casa dalla quale, contemplando il paesaggio, rievoca il suo passato.

 

Concordanze tra Cattafi e Consolo

Tantissime le consonanze tematiche, simboliche ed emotive tra le poesie di Cattafi [2] e questo racconto di Consolo.

Le luci sull’altra sponda dello Stretto, che avevano colpito Cattafi («blatte di sera diventano lucciole / le fiat coi fari accesi», in Crepuscolo), ritornano nel racconto di Consolo:

«Viene il momento allora, per i vocii e i frastuoni dei motori, sul mare (barbagliano parabrezza d’auto, di camion che corrono lungo i tornanti della costa calabra, sopra Gallico, Catona; barbagliano vetri e lamiere dei grandi gabbiani, degli aerei aliscafi), sulla strada alle mie spalle, che corre, tra le case e il mare, giù verso Messina, il porto fino a Gazzi, Mili, Galati, su verso Ganzirri, Rasocolmo, San Saba, viene il momento di rintanarmi».

 

E si avverte lo stesso fastidio per i veicoli frettolosi, per i rumori, simbolo di un insano sviluppo tecnologico che travolge il passato, la natura; tanto che il protagonista del racconto sente di doversi “rintanare”.

 

Il pesce spada, animale-simbolo dello Stretto, era stato raffigurato da Cattafi come un cavaliere: «Il galletto più bello e più fiero dello Stretto / il cavaliere azzurro / arguto saettante / amoroso armato di fioretto» (Pesce spada).

È sorprendente che la stessa identica immagine del pesce spada-cavaliere venga usata anche da Consolo:

«Ho negli occhi la ciurma che lo tira in barca, grande, pesante, inghiaccato alla coda, la bocca aperta, la spada in basso, come un cavaliere che ha perso la battaglia; negli occhi, l’occhio suo tondo e fisso, che guarda oltre, oltre noi, il mare, oltre la vita».

 

Qualche riga dopo Consolo aggiunge al pesce spada quell’elemento tragico-sentimentale del maschio che si lascia uccidere dopo la cattura della sua femmina (motivo che aveva già trovato una bellissima rappresentazione nella celebre canzone di Domenico Modugno):

«Dopo la femmina, fu la volta del maschio, che s’aggirava, pesante e rassegnato, come in offerta, torno alla barca, a tiro del mio ferro».

Anche il ricordo del traffico di sale tra Sicilia e Calabria compariva in Cattafi («Il vero traffico dello Stretto / è portare da questa sponda all’altra / e viceversa mucchietti di miseria», in Epitaffio) e rispunta in Consolo nell’icastica immagine delle «bagnarote libere e spartane che vanno a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui traghetti».

 

La diffidenza tra messinesi e reggini

Uno dei motivi centrali di Scilla e Cariddi, come si evince dal titolo, è il contrasto tra gli abitanti delle due sponde, la reciproca sfiducia, il vicendevole sospetto, nonostante che sia la sorella di Placido che egli stesso prendano rispettivamente per marito e moglie un e una calabrese.

Pure Cattafi aveva scritto, nella poesia Nottole, vasi: «In origine era unica la pasta calcidese / fu poi divisa in due / metà e metà dirimpettaie / su due sponde diverse / lievitarono in due distinti modi», a indicare la frattura non solo geografica delle due sponde dello Stretto, quindi tra messinesi e reggini, calabresi e siciliani.

 

In Consolo i maschi di Calabria vengono visti dal protagonista come abili marinai («gli antennieri più acuti dello Stretto»), ma un po’ enigmatici i comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua tutta loro»), e soprattutto anche ambigui rubacuori (Pietro conquista la sorella di Placido; Rocco lo fa ingelosire, anche se involontariamente e ingiustificatamente, perché basta la sua presenza a rianimare la moglie immusonita). Le femmine di Calabria sono o misteriose e inesplicabili come Concetta, che porta il suo mistero nella tomba, o maneggione e intrallazzatrici, come fama vuole per le “bagnarote”.

 

Un atto di amore per lo Stretto

Ma il tema centrale del racconto di Consolo resta lo Stretto, la sua bellezza naturale, le sue genti, l’avventura della pesca.

La conclusione del racconto riprende con andamento circolare le amare righe iniziali, ma il fascino dello Stretto, il suo splendore, tengono ancora in vita, anzi esaltano il vecchio marinaio. Ecco l’ultimo, bellissimo capoverso del racconto di Consolo, che è anche un atto di amore per lo scenario dello Stretto:

 «Ora mi pare di essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso, come un trapassato… Ma vivo nei ricordi. E vivo finché ho gli occhi nella beata contemplazione dello Stretto, di questo breve mare, di questo oceano grande come la vita, come l’esistenza».

 

Rino Tripodi

 

[1] – Con il titolo Scilla e Cariddi nell’immaginario di Vincenzo Consolo. Il saggio fa parte di una interessante rassegna, intitolata I letterati e lo Stretto, che si compone di diversi saggi redatti da Rino Tripodi per la rivista Calabria Sconosciuta. Tra gli altri, qui ricordiamo i seguenti: Lo stretto di Messina in alcune poesie di Bartolo Cattafi (n. 97, 2003); Lo stretto “futurista” di Marinetti (n. 102, 2004); Il formaggio e le arance di Elio Vittorini (n. 107, 2005); Lo “Scill’e Cariddi” in Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo (n. 108, 2005); Il professor Terremoto di Luigi Pirandello (n. 109, 2006).

(La redazione).

 

[2] – Si tratta di Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto, 1922 – Milano, 1979). Come indicato nella nota precedente, i suoi versi sono stati oggetto di analisi da parte di Tripodi in un saggio pubblicato sul n. 97 del 2003 di Calabria Sconosciuta. Riportiamo di seguito le quattro poesie cui il saggista fa riferimento nel paragrafo del proprio testo.

(La redazione).

 

Crepuscolo

Ci si vede a distanza

– di mezzo c’è lo Stretto –

da un pezzetto all’altro

di Bel Paese:

blatte di sera diventano lucciole

le fiat coi fari accesi.

 

Pesce spada

Il galletto più bello e più fiero dello Stretto

il cavaliere azzurro

arguto saettante

amoroso armato di fioretto.

 

Epitaffio

Il vero traffico dello Stretto

è portare da questa sponda all’altra

e viceversa mucchietti di miseria

avvolti nel giornale mentre il sole imperversa

come una lapide un epitaffio abbagliante

e le nere navi dello Stato

battono una bella bandiera.

 

Nottole, vasi

In origine era unica la pasta

calcidese

fu poi divisa in due

metà e metà dirimpettaie

su due sponde diverse

lievitarono in due distinti modi

alla distanza di tremilacinquecento

metri d’acqua di fiume

torrente rigagnolo salato

incalcolabile Oceano

vivaio ribollente non solo di sardine.

Non c’è nessuno che porti nottole di Messina

a Samo

nessuno vasi di Reggio ad Atene.

Li accomuna e li angoscia

l’ascia di Damocle d’un terremoto, d’un pirata,

un drappo nero nel cielo.

Brevemente talvolta nelle calme

nelle calde giornate

la Fata Morgana ravvicina

con una lente illusoria sospesa

a una favola dell’atmosfera

Reggio e Messina.

 

 

Ps: Nell’immagine, la copertina di un recente numero della rivista Calabria Sconosciuta (cfr. anche www.calabriasconosciuta.it).

 

(www.excursus.org, anno II, n. 6, gennaio 2010)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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