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Esaminiamo, attraverso un saggio di Rino Tripodi, un
breve racconto (Scilla
e Cariddi)
del noto scrittore messinese Vincenzo Consolo
(nativo di Sant’Agata di Militello), ambientato
sulle coste calabro-sicule che si fronteggiano sullo
Stretto. Il testo di Tripodi è stato pubblicato su
Calabria Sconosciuta
n. 98 del 2003 [1]: lo riproponiamo qui di seguito,
con qualche leggero aggiornamento e adattamento.
(La redazione)
Scilla e Cariddi
di Vincenzo Consolo è stato pubblicato per la prima
volta sul
Corriere della Sera
del 18 aprile 1990 e ristampato, insieme ad altri
tre racconti, in
Neró Metallicó
(Genova, il melangolo, 1994).
La storia di un pescatore
Tutta la narrazione si svolge in quattordici
paginette: in esse l’io narrante (Placido – «solo
di nome»),
un ormai vecchio pescatore di pesci spada, ricorda
la vita passata.
Ecco il lirico
incipit:
«Ora
mi pare di essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso,
come un trapassato, in Contemplazione, statico e
affisso a un’eterna luce. O vagante, privo di peso,
memoria e intento, sopra cieli, lungo viali
interminati e vani, scale, fra mezzo a chiese,
palazzi di nuvole e di raggi. Mi pare (vecchiaia
puttana!) ora che ho l’agio e il tempo di lasciarmi
andare al vizio antico, antico quanto la mia vita,
di distaccarmi dal reale vero e di sognare».
E, fin dall’inizio, si avverte la presenza dello
Stretto:
«Questo
Stretto solcato d’ogni traghetto e nave, d’ogni
barca e scafo, sfiorato d’ogni vento, uccello,
fragoroso d’ogni rombo, sirena, urlo».
Nato a Torre Faro, da «rinomato
padrone lanzatore»,
Placido, terzo di cinque figli (ma gli altri due
maschi moriranno o in guerra o per la spagnola), ha
l’arte della pesca nel sangue:
«Ancora
quasi lattanti, non lasciavamo in casa a nostra
madre forchetta per mangiare, che legavamo in cima a
una canna a mo’ di fiocina per infilzare polipi
bollaci e costardelle, ogni pesce che per ventura
capitava a tiro del nostro occhio e braccio. Era
l’istinto che ci portava verso il mestiere, come
aveva portato nostro padre, suo padre indietro, ci
portava verso il destino del mare, dello Stretto,
del pesce spada, sopra feluche e lontri, ci portava
a lance, palamidare, palangresi».
È naturale, pertanto, che egli salga
sull’imbarcazione del padre e diventi un abile
pescatore di pesci spada. Quando il padre si fa
vecchio e stanco, viene ingaggiato, come
avvistatore, Pietro Iannì:
«Uno
di Calabria, dove sono gli antennieri più acuti
dello Stretto, pur se i comandi, in vista dello
spada, li fanno in lingua tutta loro. “Appà, maccà,
palè, ti fò…” urlano».
Quest’ultimo sposa Assunta, la sorella di Placido,
con la quale se ne torna a Bagnara. Durante il
battesimo del primo figlio di Assunta e Pietro, il
protagonista incontra Concetta Séstito:
«Picciotta
bella e assennata. Muta e travagliante. Ma non di
fora, come le bagnarote libere e spartane che vanno
a commerciare pesce, intrallazzare sale, avanti e
indietro sempre sui traghetti, ma di casa, e al più
sulla spiaggia, tra le barche dei suoi».
Un matrimonio problematico
Placido sposa Concetta e il padre gli lascia, per
l’occasione, le barche e gli attrezzi da pesca.
Tuttavia, il matrimonio risulta subito come oscurato
da un’ombra misteriosa; sebbene il marito compia
ogni tentativo per farle apprezzare Messina e
dintorni, già dopo le nozze la donna si mostra
malinconica e distaccata:
«Ma
lei, lei, sempre pronta, sottomessa, era però come
restasse sempre straniata, come legata con la mente
alla terra di là, oltre lo Stretto».
Nonostante la nascita di tre figli in cinque anni,
la sua cura e il suo affetto, la sua partecipazione
per voto («voto
che si capisce quale fosse, d’avere finalmente
quella donna»)
al tiro della gran Vara a Messina, il
protagonista-narratore della storia non riesce a
risollevare la propria moglie dall’apatia.
Ammalatosi l’antenniere di Placido, Concetta gli
consiglia, per la sostituzione, «un
parente suo lontano, Polistena Rocco».
Si tratta di un uomo di bell’aspetto, snello, alto,
coi capelli ricci, circondato dalla fama di
rubacuori. Col suo arrivo, la donna cambia
carattere: parla più di frequente, sorride, si
rianima. Nonostante non vi sia alcun segnale di un
reale tradimento, Placido si ingelosisce, comincia a
odiare Rocco e, quando viene l’epoca di rinnovare e
riconvertire le vecchie barche, il che comporta
l’acquisto di costosi motori e antenne, coglie la
scusa per disarmare la sua attività e licenziare
tutti i dipendenti, tra cui il calabrese.
Per mantenere la famiglia Placido si imbarca come
marinaio su un vaporetto che collega Milazzo alle
Eolie. Per rivalsa verso Concetta (e Rocco?) il
protagonista del racconto comincia a divenire «facile
predatore di straniere»,
fino a provocare la moglie, facendosi
volontariamente vedere da lei con una turista («forse
per sfida o forse nell’intento di smuoverla allo
scontro»).
Ma Concetta «ebbe
come un riso di sprezzo, di compatimento».
Un amaro finale
Dopo questo avvenimento, Placido decide di tornare
al suo antico mestiere. Destino vuole che, durante
una battuta di pesca, egli si scontri con
l’imbarcazione di Rocco per la cattura di un pesce
spada. Il Consiglio dei pescatori decide di dar
ragione a Placido, ma questi vuole avere
un’ulteriore soddisfazione dal rivale e lo sfida a
duello proprio sotto il Faro. Tuttavia la contesa,
che poteva avere esiti tragici, termina in modo
grottesco:
«Stavamo
appressandoci, quando, a un passo l’uno dall’altro,
cominciarono a fischiare sopra le nostre teste le
palle dei fucili. Eravamo proprio sotto il campo del
tiro al piattello. Ci buttammo per terra, la faccia
contro la rena. E restammo così, impediti a
muoverci, non so per quanto tempo. Poi improvviso fu
lui a ridere per primo, a ridere forte, e trascinò
me nella risata».
La sfida finisce, così, coi due che si danno la
mano.
Purtroppo, però, i ricordi dell’io narrante non si
concludono felicemente.
Poco tempo dopo, infatti, Concetta muore di malattia
presso l’Ospedale Margherita, pronunciando
enigmatiche parole («Ah,
Placido, come si può passare una vita senza capire!»);
allora il vedovo decide di donare tutto ai figli e
di rifugiarsi nella casa dalla quale, contemplando
il paesaggio, rievoca il suo passato.
Concordanze tra Cattafi e Consolo
Tantissime le consonanze tematiche, simboliche ed
emotive tra le poesie di Cattafi [2] e questo
racconto di Consolo.
Le luci sull’altra sponda dello Stretto, che avevano
colpito Cattafi («blatte
di sera diventano lucciole / le fiat coi fari accesi»,
in
Crepuscolo),
ritornano nel racconto di Consolo:
«Viene
il momento allora, per i vocii e i frastuoni dei
motori, sul mare (barbagliano parabrezza d’auto, di
camion che corrono lungo i tornanti della costa
calabra, sopra Gallico, Catona; barbagliano vetri e
lamiere dei grandi gabbiani, degli aerei aliscafi),
sulla strada alle mie spalle, che corre, tra le case
e il mare, giù verso Messina, il porto fino a Gazzi,
Mili, Galati, su verso Ganzirri, Rasocolmo, San
Saba, viene il momento di rintanarmi».
E si avverte lo stesso fastidio per i veicoli
frettolosi, per i rumori, simbolo di un insano
sviluppo tecnologico che travolge il passato, la
natura; tanto che il protagonista del racconto sente
di doversi “rintanare”.
Il pesce spada, animale-simbolo dello Stretto, era
stato raffigurato da Cattafi come un cavaliere: «Il
galletto più bello e più fiero dello Stretto / il
cavaliere azzurro / arguto saettante / amoroso
armato di fioretto»
(Pesce
spada).
È sorprendente che la stessa identica immagine del
pesce spada-cavaliere venga usata anche da Consolo:
«Ho
negli occhi la ciurma che lo tira in barca, grande,
pesante, inghiaccato alla coda, la bocca aperta, la
spada in basso, come un cavaliere che ha perso la
battaglia; negli occhi, l’occhio suo tondo e fisso,
che guarda oltre, oltre noi, il mare, oltre la vita».
Qualche riga dopo Consolo aggiunge al pesce spada
quell’elemento tragico-sentimentale del maschio che
si lascia uccidere dopo la cattura della sua femmina
(motivo che aveva già trovato una bellissima
rappresentazione nella celebre canzone di Domenico
Modugno):
«Dopo
la femmina, fu la volta del maschio, che s’aggirava,
pesante e rassegnato, come in offerta, torno alla
barca, a tiro del mio ferro».
Anche il ricordo del traffico di sale tra Sicilia e
Calabria compariva in Cattafi («Il
vero traffico dello Stretto / è portare da questa
sponda all’altra / e viceversa mucchietti di miseria»,
in
Epitaffio)
e rispunta in Consolo nell’icastica immagine delle «bagnarote
libere e spartane che vanno a commerciare pesce,
intrallazzare sale, avanti e indietro sempre sui
traghetti».
La diffidenza tra messinesi e reggini
Uno dei motivi centrali di
Scilla e Cariddi,
come si evince dal titolo, è il contrasto tra gli
abitanti delle due sponde, la reciproca sfiducia, il
vicendevole sospetto, nonostante che sia la sorella
di Placido che egli stesso prendano rispettivamente
per marito e moglie un e una calabrese.
Pure Cattafi aveva scritto, nella poesia
Nottole, vasi:
«In
origine era unica la pasta calcidese / fu poi divisa
in due / metà e metà dirimpettaie / su due sponde
diverse / lievitarono in due distinti modi»,
a indicare la frattura non solo geografica delle due
sponde dello Stretto, quindi tra messinesi e
reggini, calabresi e siciliani.
In Consolo i maschi di Calabria vengono visti dal
protagonista come abili marinai («gli
antennieri più acuti dello Stretto»),
ma un po’ enigmatici
(«i
comandi, in vista dello spada, li fanno in lingua
tutta loro»),
e soprattutto anche ambigui rubacuori (Pietro
conquista la sorella di Placido; Rocco lo fa
ingelosire, anche se involontariamente e
ingiustificatamente, perché basta la sua presenza a
rianimare la moglie immusonita). Le femmine di
Calabria sono o misteriose e inesplicabili come
Concetta, che porta il suo mistero nella tomba, o
maneggione e intrallazzatrici, come fama vuole per
le “bagnarote”.
Un atto di amore per lo Stretto
Ma il tema centrale del racconto di Consolo resta lo
Stretto, la sua bellezza naturale, le sue genti,
l’avventura della pesca.
La conclusione del racconto riprende con andamento
circolare le amare righe iniziali, ma il fascino
dello Stretto, il suo splendore, tengono ancora in
vita, anzi esaltano il vecchio marinaio. Ecco
l’ultimo, bellissimo capoverso del racconto di
Consolo, che è anche un atto di amore per lo
scenario dello Stretto:
«Ora
mi pare di essere, ridotto qui tra Pace e Paradiso,
come un trapassato… Ma vivo nei ricordi. E vivo
finché ho gli occhi nella beata contemplazione dello
Stretto, di questo breve mare, di questo oceano
grande come la vita, come l’esistenza».
Rino Tripodi
[1]
– Con il titolo
Scilla e Cariddi nell’immaginario di Vincenzo
Consolo.
Il saggio fa parte di una interessante rassegna,
intitolata
I letterati e lo Stretto,
che si compone di diversi saggi redatti da Rino
Tripodi per la rivista
Calabria Sconosciuta.
Tra gli altri, qui ricordiamo i seguenti:
Lo stretto di Messina in alcune poesie di Bartolo
Cattafi
(n. 97, 2003);
Lo stretto “futurista” di Marinetti
(n. 102, 2004);
Il formaggio e le arance di Elio Vittorini
(n. 107, 2005);
Lo “Scill’e Cariddi” in Horcynus Orca di Stefano
D’Arrigo
(n. 108, 2005); Il professor Terremoto
di Luigi Pirandello
(n. 109, 2006).
(La redazione).
[2]
– Si tratta di Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di
Gotto, 1922 – Milano, 1979). Come indicato nella
nota precedente, i suoi versi sono stati oggetto di
analisi da parte di Tripodi in un saggio pubblicato
sul n. 97 del 2003 di
Calabria Sconosciuta.
Riportiamo di seguito le quattro poesie cui il
saggista fa riferimento nel paragrafo del proprio
testo.
(La redazione).
Crepuscolo
Ci si vede a distanza
– di mezzo c’è lo Stretto –
da un pezzetto all’altro
di Bel Paese:
blatte di sera diventano lucciole
le fiat coi fari accesi.
Pesce spada
Il galletto più bello e più fiero dello Stretto
il cavaliere azzurro
arguto saettante
amoroso armato di fioretto.
Epitaffio
Il vero traffico dello Stretto
è portare da questa sponda all’altra
e viceversa mucchietti di miseria
avvolti nel giornale mentre il sole imperversa
come una lapide un epitaffio abbagliante
e le nere navi dello Stato
battono una bella bandiera.
Nottole, vasi
In origine era unica la pasta
calcidese
fu poi divisa in due
metà e metà dirimpettaie
su due sponde diverse
lievitarono in due distinti modi
alla distanza di tremilacinquecento
metri d’acqua di fiume
torrente rigagnolo salato
incalcolabile Oceano
vivaio ribollente non solo di sardine.
Non c’è nessuno che porti nottole di Messina
a Samo
nessuno vasi di Reggio ad Atene.
Li accomuna e li angoscia
l’ascia di Damocle d’un terremoto, d’un pirata,
un drappo nero nel cielo.
Brevemente talvolta nelle calme
nelle calde giornate
la Fata Morgana ravvicina
con una lente illusoria sospesa
a una favola dell’atmosfera
Reggio e Messina.
Ps: Nell’immagine, la copertina di un recente numero
della rivista
Calabria Sconosciuta
(cfr. anche
www.calabriasconosciuta.it).
(www.excursus.org,
anno II, n. 6, gennaio 2010)
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