|
Sogni, speranze,
desideri, promesse, sono come il sibilo del vento
eoliano, che a volte accarezza con dolcezza e che
altre volte schiaffeggia pesantemente. In Arpa
eoliana (Pungitopo, pp. 150, € 16,00), scritto
da Benito Merlino, motore di ogni accadimento è
Eolo, con le sue manifestazioni ora di follia, ora
di apparente sensatezza. In una Lipari in cui tutto
sembra essere rimasto in uno stato arcaico, in cui è
ancorata una società caratterizzata da una cruda
autenticità e da un’ingenua utopia, germoglia pian
piano il seme nero del totalitarismo fascista.
È il 1922, quando
Gaetano e Irma si imbarcano sul “San Bartolomeo”, il
piroscafo di ottanta tonnellate, che da Milazzo
raggiunge le Isole Eolie facendo tappa a Lipari.
Alle loro spalle lasciano una realtà uruguaiana,
Montevideo, ben diversa da quella verso cui stanno
approdando; per l’uno ritrovata e contemporaneamente
inaspettata, per l’altra del tutto sconosciuta e
dunque temibile.
Irma è una giovane
attrice del teatro “Solis”, promessa ad
un’importante carriera, che lascia tutto per amore e
va alla scoperta di un mondo inconsueto, per certi
versi singolare, a cui si accosta con entusiasmo
prima, con disprezzo dopo. «Butto i miei pensieri
contro i muri della notte, ma mi ricadono sulla
testa. Non ho forse ancora la forza di demolire la
prigione che mi rinchiude. Si spezza tutto nel gran
vuoto della mia anima. Soffoco. Che strano silenzio!
Che fitta e densa nebbia! Mi sento inutile.
L’inverno è così lungo quest’anno! Ed ho sempre più
paura».
Sono questi i
turbamenti di una donna che affronta pericoli,
situazioni difficili, che vive momenti di serenità e
di gioia correlati sempre da avvenimenti che
intensificano l’impotenza di un uomo, del suo uomo,
di fronte ad un destino beffardo.
«Gaetano fu invaso
da una gioia disordinata, come se avesse raggiunto
qualcosa di sacro. Man mano che si avvicinavano alla
casa, si rivedeva bambino correre sulla collina,
scendere fino a mare per raccogliere le conchiglie e
i ricci o giocare a rimbalzello sull’acqua. Rivedeva
gli occhi tristi di sua madre che l’aspettava vicino
al forno, sentiva la sua voce sorda». Per
l’americano d’adozione, dal passato burrascoso, il
ritorno nell’isola si carica di significati
emblematici: è rivivere la sua infanzia felice, è
scappare da un Paese dove regna un clima opprimente,
è ritrovare una veridicità perduta.
Un lungo viaggio che
parte da Marina Corta, che attraversa ogni strada,
ogni angolo oscuro di un’incantevole Lipari, dove ai
piedi del vulcano si erge quella casa, meta di
innumerevoli incontri. Pescatori, contadini,
minatori, povera gente che, soggiogata da signorotti
e borghesi, è lo specchio di una società dai tratti
quasi grotteschi.
Persone premurose,
affettuose, con una salda dignità, nelle quali è
insita una solerzia che ricade in devozione, che
hanno una furbizia pedestre e che dipendono da una
superstizione ridicola. «Qui, viviamo al ritmo delle
stagioni e la nostra vita è fatta di piccole cose
felici o tristi secondo che si tratti di festeggiare
una nascita, un matrimonio o di piangere un morto.
Il solo linguaggio che conosciamo bene è quello
delle campane che annunciano la vita o la morte».
Una società che ben
presto, però, prende coscienza di un drammatico e
devastante fatto politico. Il partito di Mussolini
nelle elezioni del 1924 sale al potere: di lì a
breve, tutto prende un’altra piega, quella casa
diventa luogo di fervidi discorsi culturali e di
progetti di fuga per prigionieri, rei colpevoli di
professare “altre” idee. Ogni situazione di
equilibrio è sovvertita, qualsiasi rapporto
affettivo trasformato. «Coloro che credevano poter
gettare le basi di una nuova società con la forza,
la prigione e le armi, distruggevano lo spirito, le
idee, la ragione».
L’esistenza di
un’isola sconvolta e un amore, già tormentato,
indirizzato verso un’irta via.
Il dio dei venti si
muove leggiadro e silente, emette suoni «prima
confusi, poi limpidi»; nell’aria, solo una
straziante nostalgia per ciò che quella terra, dal
fascino arcaico, offre e per ciò che toglie
indifferente. Cosa rimane, adesso, di quei sogni, di
quelle speranze, di quei desideri e di quelle
promesse custodite nell’anima e portate in quella
navicella?
«Aveva l’impressione
che tutto quel tempo trascorso nell’isola non gli
era servito a niente. Era scoraggiato. Era troppo
indipendente e troppo libero per essere agli ordini
di chiunque fosse, s’accorgeva che per ottenere una
qualsiasi cosa, anche piccola, bisognava
compromettersi, abbassarsi, che tutto era diventato
difficile. Arrivando nell’isola, si era sentito
felice, lontano dai rumori del mondo. Ora cominciava
a smontarsi». Un’introspezione accurata quella di
Gaetano che lo porta a riflettere, «parlando a tu
per tu col mare», sulla sua vita, sulle scelte che
compie e su quelle decisioni mai prese e forse mai
veramente volute.
Arpa eoliana,
grazie alla capacità dell’autore di tessere un
racconto dai tratti storici e mitologici, assaporati
da un pizzico d’amore e sfumati con aneddoti
leggendari, riesce ad affascinare e a incuriosire il
lettore in un crescendo di eventi, unitamente a una
sequenzialità ben ottenuta. Con dovizia di
particolari, così come il più attento pittore che
osserva e scruta ogni dettaglio, altrimenti non
percepibile, Merlino descrive tutto ciò che circonda
i protagonisti, li caratterizza e fa rievocare,
anche mediante flashback, persino gli odori, i
profumi di un paesaggio quasi incontaminato dove
ciascun elemento prende forma nel momento stesso in
cui viene concepito per essere poi dipinto.
Domenica Riggio
(www.excursus.org,
anno III, n. 29, dicembre 2011)
|