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Che significa
credere ostinatamente in qualcosa, che sia un
progetto, un’aspirazione, un’ideologia politica ed
esserne quasi prigioniero? Ha davvero senso
perseguire un obiettivo ad un costo altissimo che
dinieghi ogni moralità? Domande su cui riflettere
leggendo con particolare attenzione le pagine del
romanzo Berlino 1940. La convocazione (Città
Del Sole Edizioni, pp. 256, € 14,00), scritto da
Nadia Crucitti. È Il dramma interiore di un uomo che
crede con la sua creatività di poter rimanere
integro e del tutto estraneo al tragico epilogo che
attraverserà la sua amata Berlino, la sua gloriosa
Germania e il resto del mondo.
È la storia vera di
un attore belga, Veit Harlan, che decide di dar
fiducia al nuovo e suggestivo governo dittatoriale;
decide, con una non del tutto lucida consapevolezza,
di affidarsi al regime totalitaristico di Adolf
Hitler. Dopo il 1933, con il cancellierato del
Führer,
molti artisti non graditi al “sistema”, non soltanto
perché ebrei, sono costretti ad emigrare all’estero
e molti altri fuggono allarmati da un’insolita e
sempre più opprimente e inquietante atmosfera.
Harlan, invece, non lascia la sua città. C’è
qualcosa in quei frequenti raduni nazisti che lo
attira, che lo riempie di un fascino sinistro. Gli
piace la maestosità scenografica in cui quegli
“uomini” si muovono come primi attori. «[…] E però
dico che come gente di teatro noi tutti dovremmo
ammirare i nazisti perché hanno gusto scenico: le
sfilate e le adunate fanno leva sull’emotività in
modo incredibile, specialmente quelle notturne con
le fiaccole».
Ma in lui si
manifesta vivida la speranza, mutata ben presto in
bramosia, che rimanendo possa raggiungere quella
fama tanto ricercata, senza alcun condizionamento
politico e senza alcun compromesso. «Adesso sentiva
che era arrivato finalmente il tempo di farsi
valere». Con indiscusso talento passa dal recitare
su di un palcoscenico o in qualche film in parti non
da protagonista, alla conclamata regia. Lavora
adattando opere teatrali e romanzi, assaporando pian
piano il gusto dolce e inaspettatamente amaro del
successo.
Veit è un uomo
superficiale, un uomo ambizioso che non vede ciò che
gli sta attorno, non si accorge delle sofferenze che
arreca alle persone che per lui provano dei
sentimenti, non capisce il male che provocherà ai
suoi figli con il suo disinteresse, non percepisce
la vera realtà in cui vive e dalla quale resterà
annientato. «Tutto quello che aveva sempre
desiderato, tutto quello per cui aveva lottato, era
lì, in quell’aria ricca e festosa che stava
respirando».
Nel frattempo
cresce la repressione per ogni minima e legittima
libertà, si instaura un clima antisemita terribile e
durante un confronto con l’amico Walter si coglie la
triste cognizione di chi come Veit non comprende
quale demone lo abbagli e di chi avverte l’atrocità
dell’imminente pericolo. «I giovani rappresentano il
futuro di una nazione e nel futuro di questa
Germania non c’è posto né per gli ebrei né per le
persone che come me credono nella libertà e in un
sistema democratico».
Il piccolo attore
divenuto re della macchina da presa, grazie ai suoi
rapporti col potere a volte anelati a volte
rinnegati, pagherà duramente il suo essere
all’apice. Goebbels, Ministro della Propaganda
Nazista, con cui Harlan ha un rapporto privilegiato,
lo convoca formalmente nel suo ufficio. «E se era
stato convocato lui e non Steinhoff o Leibeneir o
qualunque altro,
significava che ormai era considerato il regista più
importante di tutta la Germania». Per lui Goebbels
ha in mente qualcosa di maledettamente insigne: gli
suggerisce, abbastanza fervidamente, di girare nel
1940, in piena guerra,
Jud
Süss, il
film innalzato a simbolo dell’antisemitismo,
strumento di propaganda della persecuzione contro
gli ebrei. «Al solo sentire la parola ebreo, Veit
aveva capito la sua fine. Gli era esplosa nella
testa quella parola […] E aveva annaspato in cerca
di un appiglio, tentando di mettere ordine in quei
pensieri che lo portavano alla deriva su un mare
gonfio di pericoli».
Harlan realizza
un’opera di notevole spessore artistico,
riconosciuto dall’élite intellettuale del tempo e
dalla critica postbellica. Ma ciò che egli crea, il
frutto del suo ingegno, sarà la sua distruzione
etica e culturale. «Perché davvero la vita inganna,
la vita promette e si ritrae, la vita ti fa credere
d’essere il padrone che traccia il sentiero mentre
non sei che un insieme di passi che vanno». Quel
giovane uomo, ingenuo utopista e quell’uomo ormai
faticosamente esperto, si ritrova ad aver sbagliato
perché superbo, perché opportunista, perché fin
troppo distratto. «E aveva sbagliato quando si era
ostinato a credere che l’arte è il sogno che la vita
fa, dimenticando che l’artista, creatore del sogno e
cesellatore di magiche illusioni, è parte della
storia di ogni giorno».
La storia
raccontata dalla scrittrice calabrese, attraverso
una precisa tecnica narrativa, mette a nudo una
verità a dir poco imbarazzante per l’intera umanità.
Delinea con efficacia l’indifferenza di un uomo, di
una Nazione e del suo popolo, che davanti alle
imposizioni criminalmente dispotiche, optano per il
non vedere, per il non sentire, evitando di
ascoltare la propria coscienza, eludendo ogni pietà.
All’infelice contenuto del film, si contrappone uno
sprazzo di realtà cinematografica degli anni Trenta
e Quaranta ben riuscito, di grande potenza
comunicativa e stilistica a cui questo libro sa dare
la giusta valenza.
Domenica Riggio
(www.excursus.org,
anno IV, n. 31, febbraio 2012)
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