Anno IV            

n.31                     Febbraio 2012

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

L'abile arte di un uomo

 al servizio del Terzo Reich

 di Domenica Riggio

Linganno del potere assolutista

 e la vis seducente dellambizione.

 Un volume targato Città del Sole

 

 

 

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Che significa credere ostinatamente in qualcosa, che sia un progetto, un’aspirazione, un’ideologia politica ed esserne quasi prigioniero? Ha davvero senso perseguire un obiettivo ad un costo altissimo che dinieghi ogni moralità? Domande su cui riflettere leggendo con particolare attenzione le pagine del romanzo Berlino 1940. La convocazione (Città Del Sole Edizioni, pp. 256, € 14,00), scritto da Nadia Crucitti. È Il dramma interiore di un uomo che crede con la sua creatività di poter rimanere integro e del tutto estraneo al tragico epilogo che attraverserà la sua amata Berlino, la sua gloriosa Germania e il resto del mondo.

 

È la storia vera di un attore belga, Veit Harlan, che decide di dar fiducia al nuovo e suggestivo governo dittatoriale; decide, con una non del tutto lucida consapevolezza, di affidarsi al regime totalitaristico di Adolf Hitler. Dopo il 1933, con il cancellierato del Führer, molti artisti non graditi al “sistema”, non soltanto perché ebrei, sono costretti ad emigrare all’estero e molti altri fuggono allarmati da un’insolita e sempre più opprimente e inquietante atmosfera. Harlan, invece, non lascia la sua città. C’è qualcosa in quei frequenti raduni nazisti che lo attira, che lo riempie di un fascino sinistro. Gli piace la maestosità scenografica in cui quegli “uomini” si muovono come primi attori. «[…] E però dico che come gente di teatro noi tutti dovremmo ammirare i nazisti perché hanno gusto scenico: le sfilate e le adunate fanno leva sull’emotività in modo incredibile, specialmente quelle notturne con le fiaccole».

 

Ma in lui si manifesta vivida la speranza, mutata ben presto in bramosia, che rimanendo possa raggiungere quella fama tanto ricercata, senza alcun condizionamento politico e senza alcun compromesso. «Adesso sentiva che era arrivato finalmente il tempo di farsi valere». Con indiscusso talento passa dal recitare su di un palcoscenico o in qualche film in parti non da protagonista, alla conclamata regia. Lavora adattando opere teatrali e romanzi, assaporando pian piano il gusto dolce e inaspettatamente amaro del successo.

 

Veit è un uomo superficiale, un uomo ambizioso che non vede ciò che gli sta attorno, non si accorge delle sofferenze che arreca alle persone che per lui provano dei sentimenti, non capisce il male che provocherà ai suoi figli con il suo disinteresse, non percepisce la vera realtà in cui vive e dalla quale resterà annientato. «Tutto quello che aveva sempre desiderato, tutto quello per cui aveva lottato, era lì, in quell’aria ricca e festosa che stava respirando».

 

Nel frattempo cresce la repressione per ogni minima e legittima libertà, si instaura un clima antisemita terribile e durante un confronto con l’amico Walter si coglie la triste cognizione di chi come Veit non comprende quale demone lo abbagli e di chi avverte l’atrocità dell’imminente pericolo. «I giovani rappresentano il futuro di una nazione e nel futuro di questa Germania non c’è posto né per gli ebrei né per le persone che come me credono nella libertà e in un sistema democratico».

 

Il piccolo attore divenuto re della macchina da presa, grazie ai suoi rapporti col potere a volte anelati a volte rinnegati, pagherà duramente il suo essere all’apice. Goebbels, Ministro della Propaganda Nazista, con cui Harlan ha un rapporto privilegiato, lo convoca formalmente nel suo ufficio. «E se era stato convocato lui e non Steinhoff o Leibeneir o qualunque altro, significava che ormai era considerato il regista più importante di tutta la Germania». Per lui Goebbels ha in mente qualcosa di maledettamente insigne: gli suggerisce, abbastanza fervidamente, di girare nel 1940, in piena guerra, Jud Süss, il film innalzato a simbolo dell’antisemitismo, strumento di propaganda della persecuzione contro gli ebrei. «Al solo sentire la parola ebreo, Veit aveva capito la sua fine. Gli era esplosa nella testa quella parola […] E aveva annaspato in cerca di un appiglio, tentando di mettere ordine in quei pensieri che lo portavano alla deriva su un mare gonfio di pericoli».

 

Harlan realizza un’opera di notevole spessore artistico, riconosciuto dall’élite intellettuale del tempo e dalla critica postbellica. Ma ciò che egli crea, il frutto del suo ingegno, sarà la sua distruzione etica e culturale. «Perché davvero la vita inganna, la vita promette e si ritrae, la vita ti fa credere d’essere il padrone che traccia il sentiero mentre non sei che un insieme di passi che vanno». Quel giovane uomo, ingenuo utopista e quell’uomo ormai faticosamente esperto, si ritrova ad aver sbagliato perché superbo, perché opportunista, perché fin troppo distratto. «E aveva sbagliato quando si era ostinato a credere che l’arte è il sogno che la vita fa, dimenticando che l’artista, creatore del sogno e cesellatore di magiche illusioni, è parte della storia di ogni giorno».

 

La storia raccontata dalla scrittrice calabrese, attraverso una precisa tecnica narrativa,  mette a nudo una verità a dir poco imbarazzante per l’intera umanità. Delinea con efficacia l’indifferenza di un uomo, di una Nazione e del suo popolo, che davanti alle imposizioni criminalmente dispotiche, optano per il non vedere, per il non sentire, evitando di ascoltare la propria coscienza, eludendo ogni pietà. All’infelice contenuto del film, si contrappone uno sprazzo di realtà cinematografica degli anni Trenta e Quaranta ben riuscito, di grande potenza comunicativa e stilistica a cui questo libro sa dare la giusta valenza.

 

Domenica Riggio

 

(www.excursus.org, anno IV, n. 31, febbraio 2012)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Maria Gerace, Serena Intelisano, Pamela La Camera, Roberto La Fauci,

Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Domenica Riggio, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

 

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