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Si legge tutto d’un fiato l’ultimo romanzo della
giornalista Francesca Viscone, Concerto a Berlino
(Città del Sole Edizioni, pp. 116, € 10,00), un
bellissimo racconto che, siamo certi, colpirà molto
i giovani del Sud di oggi, i cui destini sembrano
uguali a quello di Piera, la protagonista, quasi a
volerci ricordare che la storia non è ancora
cambiata.
Concerto a
Berlino
è ambientato negli anni Ottanta,
Piera
è
nata a
Castelluccio, un piccolo paese-presepe calabrese. La
descrizione del luogo, merito anche di alcune
favole inserite
durante la narrazione,
ha un qualcosa di
magico e
fiabesco per i bambini,
i quali sono liberi di girare per le viuzze della
cittadina senza paura e vivere in maniera
spensierata la propria fanciullezza. Ma non è tutto
oro quello che luccica, e il luogo incantevole
dell’infanzia può trasformarsi in una tenaglia non
appena si cresce: «Ormai sei una
signorina, mi sgridavano. Sembrava che volessero far
intendere che ero morta. Crescere non significava
essere finalmente padrona di sé. Non era la
conquista della libertà, ma una rinuncia definitiva».
Vengono allora a galla i contrasti del nostro Sud,
territorio molto bello in cui vivere ma che può
diventare una “gabbia” specialmente per le donne,
costrette a sottostare a una morale antica.
La conseguenza è lo svuotamento dei piccoli centri,
che divengono adatti solo ad una popolazione di
anziani. I giovani sognano «cinema, teatri,
concerti, milioni di persone intorno a noi e allo
stesso tempo l'anonimato. Non essere nessuno
significava essere liberi da ogni sguardo, da ogni
giudizio».
Diventa quasi inevitabile scappare, andare via
lontano alla ricerca di questo anonimato. Piera e i
suoi amici a poco a poco si separano, e proprio
Piera fa una scelta coraggiosa: non lascia
semplicemente il Sud come tutti i suoi amici, ma ad
un certo punto della sua vita lascia l’Italia
intera, l’Italia che «non sa che farsene dei
giovani». Quanti giovani di oggi si riconoscono
in questa frase? Noi crediamo, purtroppo, tanti.
Piera decide di andare in Germania e scrivere lì la
sua tesi di laurea, ma sa anche che una volta
portato a compimento questo progetto non è detto che
torni nel Belpaese. Non è una scelta indolore la
sua: la nostalgia verso i suoi amici di infanzia è
costante nel racconto, e nel nuovo Stato lei è
comunque una straniera, ma soprattutto una
“meridionale”, sinonimo quasi di handicap.
La Germania raccontata dalla protagonista è quella
del Muro e del suo crollo. Una nazione spaccata in
due parti molto diverse. È un’amica della nostra
protagonista a rendere l'idea di questa divisione: «Capivano
che venivo dall'occidente dal mio modo di parlare,
dal modo come andavo a fare la spesa. Tu cammini più
dritta, più sicura. Hai più autostima, mi dicevano.
Se ne accorgevano subito.
È stato terribile, difficile. Gli si leggeva in
faccia ciò che pensavano: quella ha i marchi, viene
dalla Brd
(Germania Ovest, Ndr)».
L’autrice rievoca la caduta del Muro di Berlino, e
fa dire alla sua protagonista di essere felice di
questo crollo, ma allo stesso tempo mostra
l’amarezza nel sapere che quello era solo una
barriera “fisica”, facile da buttare giù. Cosa
succede invece a quelle che non si vedono? Sono
egualmente distruggibili tutti quei muri che creano
incomprensioni, pregiudizi e silenzi?
Un intero capitolo è dedicato a Berlino, anzi, alla
Berlino Ovest, una vera mecca per i giovani in cerca
di anonimato, cultura, vita, libertà. In netto
contrasto con la realtà del Sud Italia, Piera trova
qui una libertà estrema, che tutti esigono, che
tutti pretendono. Berlino è vista come il centro del
mondo, abitato da ragazzi di tutte le nazionalità,
che vanno proprio lì a studiare perché anche
l’università è diversa, a dimensione d’uomo. Le
difficoltà della convivenza e della diversità che
nascono da questo melting pot sono comprese e
accettate da tutti, perché così ha insegnato la
storia, e lo sanno bene specialmente i tedeschi che
vivono ogni giorno fianco a fianco con la storia.
Ma così come sente di non appartenere ad alcun
luogo, Piera non appartiene neanche a Berlino,
conscia del fatto che «Chi è andato via anche una
sola volta è destinato a conoscere solo partenze e
anche il ritorno non è che una partenza».
Berlino non è altro che una tappa del suo infinito
vagare.
In questo viaggio introspettivo attraverso gli anni
giovanili della protagonista, l’autrice ci svela
l’amaro destino di diverse generazioni di ragazzi:
l’essere nati in epoche di passaggio, quando non
esisteva più il vecchio e il nuovo non era ancora
stato inventato. Giovani nati senza futuro e senza
progetti, in una terra che ha offerto loro solo il
vuoto incolmabile della perdita delle storie del
passato. Giovani incompiuti, prematuri, incapaci di
plasmare i proprio sogni, prigionieri dei ricordi.
Come per ricollegarsi alle incursioni fiabesche
contenute nelle prime pagine di Concerto a
Berlino, Francesca Viscone conclude il suo
viaggio con un sogno. Allora chiudiamo gli occhi e
insieme a lei sogniamo che «torneremo a prenderci
i nostri luoghi, la nostra terra, prigioniera di una
regina cattiva a cui non riusciremo a strapparla,
non senza lottare. Vedo. Vedo arrivare gente da ogni
dove. A passo lento le donne e gli uomini di pace
percorrono questi sentieri scoscesi».
Nonostante si continui a fuggire, chi va via lontano
ha sempre nel cuore la terra dove nascono le fughe e
i sogni, la terra dove si è nati.
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno III, n. 19, febbraio 2011)
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