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Cu
nesci rinesci (Bonfirraro Editore, pp.
160, € 12,00) è l’opera prima di Beatrice Vacirca
Arena, siciliana doc trapiantata al Nord e per
questo conoscitrice privilegiata dell’essere
emigrante, colui che lascia la sua terra per
“riuscire”, in cerca di qualcosa di meglio.
Ma è sempre così? È
più fortunato chi va o chi resta?
La risposta può
cambiare in base ai diversi punti di vista,
analizzati entrambi dall’autrice di questo piacevole
romanzo che narra, mediante le storie dei tanti
migranti, l’evoluzione di un piccolo paesino
dell’entroterra siciliano. Gli usi e i costumi dei
“valguarnesi” vengono raccontati attraverso le
vicissitudini di famiglie che, con nostalgia ma
anche con orgoglio, vedono partire i propri figli
verso il Nord (che sia Italia o Estero poco importa)
ed accoglierli con grande entusiasmo al loro
ritorno.
Siamo nella seconda
metà del Novecento, a Valguarnera ancora tante sono
le cose che non si conoscono, la modernità che sta
conquistando a poco a poco l’Occidente con
difficoltà riesce a scardinare gli antichi equilibri
delle zone più remote.
Chi parte viene
visto da chi resta come un’entità nuova e
misteriosa, e la famiglia stessa acquisisce una luce
diversa agli occhi degli altri, viene considerata
privilegiata in quanto l’emigrante investe poi i
soldi guadagnati nel paese natìo:
«bastava che la
madre si comprasse un paio di scarpe, le pentole per
la casa o il lenzuolo per il corredo della figlia,
per darne tutto il merito al figlio emigrato. Se poi
si dava mano ai muratori per ntuncàr a càmara il
sospetto veniva confermato all’unanimità: “Chiss,
tutt i sord da Francia sun!”».
Dopotutto il luogo
d’origine è il primo pensiero dell’emigrante: manda
lì i suoi guadagni, creando sviluppo ed occupazione
e quindi incidendo notevolmente sulla sua
trasformazione.
L’emigrato in
vacanza nel paese natìo veniva visto come una star,
ogni sua uscita pubblica era un susseguirsi di
incontri con i concittadini curiosi di conoscere
come fosse la vita al di fuori del proprio piccolo
centro. Le donne poi dovevano ritenersi più che
fortunate se si fidanzavano, anzi se le famiglie
riuscivano a combinare un fidanzamento, con un uomo
che le avrebbe portate lontano, e se per caso
qualcosa andava storto, era ovviamente colpa della
ragazza e non dell’uomo emigrante, sicuro ed
affidabile.
Ma era davvero oro
tutto quello che luccicava? L’emigrante viveva
davvero da re lontano dalla sua casa?
Anche se così non
fosse stato, come avrebbe potuto dire ai suoi cari
che al Nord, o all’Estero, lui era solo uno dei
tanti, parte di un mondo industrializzato in cui
aveva perso la sua identità, ed era solo un numero
in mezzo ai numeri e la sua vita era scandita dalle
lancette dell’orologio che frenetiche lo
accompagnavano durante l’arco di tutta la giornata?
Questa era la
“triste” realtà che potevano scoprire i genitori che
col passare del tempo iniziarono ad avventurarsi
oltre lo Stretto di Messina e a recarsi in visita ai
figli, per portare
con sé al ritorno
un'altra verità: l’emigrante appariva come
dissanguato dall’acquisto della sua casa al Nord,
dalle spese, dalle esigenze, da tutto ciò insomma
che all’estero e al Nord costava il triplo che al
Sud.
Allora ecco che i
genitori “tornavano” ad aiutare i figli con le loro
piccole pensioni.
I tempi dunque
cambiavano, e anche i paesi come Valguarnera
iniziavano a vedere quei segni di modernità che
prima erano appannaggio dei soli emigranti. La
figura stessa di questi ultimi andava via via ad
“inflazionarsi”, dato che ormai ce n’erano troppi e
da troppo tempo, e addirittura era Valguarnera ad
andare incontro alle esigenze del suo emigrante.
«Come
una cometa che sorge, brilla e tramonta, la stella
dell’emigrante era dunque in netto e rapido declino.
Nel nostro paese sorgeva quella più luminosa del
diplomato».
La generazione che
stava andando a formarsi con la sua istruzione
avrebbe combattuto i mali secolari che affliggevano
il paese: l’ignoranza, il malcostume e i pregiudizi.
A Valguarnera non si sognava più un figlio emigrante
bensì un figlio “diplomato” che avrebbe portato
“signorilità” in famiglia!
Cu nesci rinesci,
in conclusione, è la descrizione di una società,
quella degli emigranti, che parte altrove per
trovare condizioni di vita migliori, ma sa in cuor
suo che non c’è posto più caro della propria terra,
delle proprie radici. E anche l’emigrato più fortunato,
quello che è davvero diventato ricco lavorando al
Nord, fugge e torna, non appena possibile, nel luogo
della sua infanzia, nella terra che l’ha fatto
diventare quello che è.
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno III, n. 25, agosto 2011)
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