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Una delle
protagoniste del romanzo di Davide Piazzi I
delitti della terza via (Introduzione di
Rino Tripodi, inEdition/Edizioni di LucidaMente,
pp. 180, € 14,00) è senza dubbio la sua città:
Bologna. Essa non fa solo da sfondo a questo intenso
thriller, ma vive attraverso le sue vie, i suoi
portici, i suoi colori e i suoi profumi. Descritta
ora con toni cupi ora con toni romantici, ha, per
effetto della neve, bianco nitore che tutto avvolge,
una dimensione soffusa e ovattata: «La seconda
neve dell'anno cadeva copiosamente sulla città. Pur
essendo notte fonda, c'era un biancore quasi
abbagliante, grazie alla luce dei lampioni che
veniva amplificata e riflessa infinite volte dai
fiocchi bianchi che scendevano lenti e leggeri. Le
case, i tetti di Bologna, completamente ricoperti,
avevano acquistato un candore che in realtà non
avevano più da tempo, per il potere che solo la neve
ha di far sembrare tutto più pulito e puro, coprendo
e uniformando ogni cosa su cui essa si posi».
Parole, quelle dell'autore, che celano una
malinconia verso la spensieratezza che una volta si
respirava in città, ma che ora è stata messa da
parte da orrori che nessuno vorrebbe esistessero.
I delitti della
terza via,
romanzo dall'enigmatico titolo, inizia con
un'aggressione ad un normale cittadino, un barista
che stava rientrando a casa dopo una giornata di
lavoro. Sembrerebbe il semplice atto di un
delinquente qualunque se non fosse per le parole che
egli pronuncia prima di abbandonare la sua vittima:
«La terza via è aperta».
Da quel momento
sarà chiaro che le vie di Bologna saranno lo
scenario nel quale si muoverà uno psicopatico con un
preciso disegno. Parte così la lunga carrellata di
personaggi che Piazzi ci presenta uno ad uno, ognuno
con la propria storia, con le proprie
insoddisfazioni e dolori, ma anche con l'apparenza
di una vita perfetta, dietro la quale si celano
orribili segreti. L'autore nel descrivere i
protagonisti si avvale dell'uso di flashback, che
meglio delineano la psicologia di ognuno.
Subito è evidente
un'importante dicotomia: da una parte, infatti,
abbiamo Giorgio Macchiavelli, l'investigatore
privato detto “Macchia”, che con l'aiuto del suo
amico Luciano Solmi, detto “Lozzi”, rappresenta il
Bene, in quanto cercherà di venire a capo degli
strani episodi di violenza verificatisi in città;
dall'altra, un’ulteriore coppia, questa volta di
fratelli, che invece si sporcano le mani di pesanti
atrocità, e che quindi incarnano il Male. Non siamo
in presenza solo della classica lotta tra giustizia
e criminalità, ma soprattutto di una lotta atavica.
Piazzi ci racconta
dell'ambiguità del reale, di quelle vite che dal di
fuori sembrano perfette, di famiglie normalissime,
rispettabili. Dietro questo velo di normalità a
volte si nascondono orrori inimmaginabili, di cui
anche una volta scoperti non ci si può capacitare. E
che dire del dolore di chi ha inconsapevolmente
vissuto per anni con questi “mostri”?
L'uomo è un essere
misterioso, è capace di commettere malvagità che
hanno senso solo agli occhi di una mente malata, che
non vede niente di male nel compierle ma il pieno
soddisfacimento dei propri insani bisogni.
L'autore è abile
nel descrivere le psicosi di una mente calcolatrice,
malvagia, che non può dirsi pazza perché dietro
gesti tanto efferati c'è un individuo che ragiona,
“capace di intendere e di volere” così bene da
crearsi un'immagine alternativa, da mostrare al
mondo che non deve sapere cosa si cela dietro.
E dopotutto la
nostra società non ci mostra quotidianamente casi
del genere? Persone normali che all'improvviso
uccidono, anche in modo crudele. Possiamo dire che
sono tutti folli? O forse è più consono parlare di
cattiveria ed egoismo? Ma c'è anche chi è tormentato
da tutto questo male in cui si ritrova coinvolto, un
uomo dalla mente debole, e anche per lui l'autore ci
offre una descrizione dettagliata delle sue ansie,
dei suoi tormenti, che lo porteranno più avanti ad
una presa di coscienza dagli importanti risvolti, e
che ci potrà confondere sul chi sia la vittima e chi
il carnefice.
Piazzi, che con
I delitti della terza via per la prima volta si
cimenta con il genere del romanzo giallo, fa un
ottimo lavoro nel creare quella suspense che
è d'obbligo in un thriller che si rispetti. Tassello
dopo tassello ci caliamo nei panni
dell'investigatore “Macchia” e insieme a lui
l'autore ci permette, coinvolgendoci, di venire poco
alla volta a capo di questi misteri, seminando qua e
là gli indizi.
Questo mondo ormai
corrotto dalla violenza sembra però non volersi
arrendere, vuole ancora che sia il Bene a trionfare:
infatti, scrive Rino Tripodi nella sua
Introduzione, Bologna, città che vive dentro
questo romanzo, «chiede nel finale dell'opera,
con un commovente “brontolio”, di non essere
abbandonata al suo destino».
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno II, n. 9, aprile 2010)
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