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Una vita in
prestito. Come D.I.A. Comanda
(Laruffa Editore, pp. 170, € 10,00) del sostituto
commissario Francesco Saverio Di Lorenzo è la storia
della dedizione totale di un uomo al proprio lavoro,
un lavoro che spesso sembra annullarti come
individuo, che ti proibisce di avere una vita al di
fuori di esso e ti fa essere “solo” un poliziotto,
ma che nonostante tutto fa sentire la difesa della
legalità come l’ideale più importante per cui
bisogna battersi.
Il protagonista è
un uomo del Sud che, pieno di speranza ed
entusiasmo, è entrato nella Polizia di Stato,
convinto di trovarsi nel luogo dove si difende il
rispetto della legge e la sicurezza dei cittadini,
ma a poco a poco si trova davanti un’altra realtà
colma di amarezza e insoddisfazione per il
disconoscimento dei suoi meriti professionali, per
poi scoprire che va avanti chi ha le spalle
“coperte”, per l’incomprensione dei suoi superiori.
In un clima così
non è facile lavorare, né essere motivati, e la
situazione peggiora quando si viene catapultati in
un commissariato di periferia, in cui i poliziotti
sono visti come nemici, qualcuno da ostacolare,
soprannominati “guardie infami” o “servi
dei padroni”.
«Epiteti duri da
digerire, scritte offensive e denigranti [...]
che colpivano l’intimo
del singolo poliziotto, l’unico ad essere veramente
sacrificato all’interno di un gioco viziato da
pregiudizi e rappresentazioni della realtà il più
delle volte strumentali».
Il non essere
accettato, il non essere voluto da liberi cittadini
è inconcepibile per il sostituto commissario Di
Franco, che vede il suo ruolo come snaturarsi.
«Il
mio ideale di Commissariato è quello dove ogni
cittadino si rivolge con fiducia, certo di trovare
asilo e assistenza.
È
la casa comune dove chiunque sa di ottenere le
giuste risposte. Il luogo dove la certezza del
diritto e l'imparzialità sono elementi essenziali,
indissolubili, e univoci. Illusioni?
È
probabile».
Queste parole danno l’idea
della genuinità dei sentimenti che il protagonista
prova nei confronti del suo lavoro, sebbene questo
gli costi innumerevoli rinuncie nella vita privata.
Il romanzo di Di
Lorenzo è una sorta di confessione dolorosa nei
confronti di un mondo che credeva giusto, un mondo
che invece pretende senza dare: il poliziotto in
quanto rappresentante dello Stato deve offrire ampie
garanzie di imparzialità, professionalità e saggezza
24 ore su 24, tuttavia il protagonista riscontra un
«enorme divario tra quelli che sono i doveri di
una categoria sulla quale si può fare sempre e
comunque riferimento e i loro diritti sacrosanti».
E per un uomo che
svolge un lavoro che richiede un sacrificio enorme,
costretto a tornare a casa notte fonda, distrutto
e amareggiato per aver tolto troppo tempo agli
affetti familiari, il non vedere riconosciuti i
propri meriti costituisce quasi un’umiliazione.
Ad un tratto però
la vita dell’Ispettore Di Franco cambia, e lo fa dal
momento in cui viene convocato nell’Ufficio del
Prefetto che gli comunica che dal giorno successivo
sarebbe stato trasferito alla Dia, la Direzione
Investigativa Antimafia, una sorta di Fbi italiana.
Da questo momento
in poi cambia l’umore dell'Ispettore Di Franco,
l’amarezza, l’insoddisfazione si allontanano e il
romanzo prende un nuovo ritmo, più dinamico e
coinvolgente, inizia a far parte della vita del
protagonista la soddisfazione: «Man mano che mi
allontanavo dal Ministero sentivo sulla pelle una
goduria irrefrenabile mista ad una soddisfazione
incontenibile che non potevo riversare su nessuno.
Avrei voluto girdare a squarciagola ciò che mi stava
capitando».
Di Franco viene
assegnato al neonato Ufficio Pentiti, e acquista
impegni più gravosi e delicati, ma ha la fortuna di
trovare un gruppo di lavoro in cui predominano
l'armonia e la cordialità, e soprattutto ha come
superiore un valente Ufficiale dell'Arma: Umberto
Pinelli.
L’enormità dei
nuovi incarichi consisterà anche in colloqui
investigativi con mafiosi, 'ndranghetisti e
camorristi con alle spalle pesanti delitti, in
questi colloqui Di Franco dovrà sfoderare una
capacità di persuasione che porterà a scontri con i
criminali, ma anche a conversioni di quelli che si
lasciano sedurre dal miraggio di una vita
tranquilla.
Il confrontarsi con
una diversa tipologia di criminale darà luogo a
molte missioni segrete e sotto il più stretto
anonimato. E proprio in una di queste missioni farà
la sua comparsa Monia, un’ indomita ragazza sicula,
donna di un mafioso, che darà del filo da torcere a
tutta la squadra, e farà quasi invaghire l’uomo di
legge.
Monia sarà
l’esempio di come a volte non è facile essere
completamente distaccati dal proprio ruolo, la
tentazione è sempre in agguato, ma l’alto senso del
dovere dell’Ispettore non verrà facilmente
intaccato.
Una vita in
prestito
è lo sfogo di un uomo, ma anche il modo per dar voce
a quanti ogni giorno si prodigano per la difesa
della legalità e si annullano come persone per
garantire la giustizia e la sicurezza dei cittadini.
Queste persone fanno “semplicemente” il proprio
dovere.
«Perché una
società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione
dei valori della famiglia, dello spirito, del bene,
dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i
vari consociati, per avviarsi serena nel cammino
verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il
suo dovere»
(Giovanni Falcone).
Serena
Intelisano
(www.excursus.org,
anno III, n. 21, aprile 2011)
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