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Definire Le felicità nascoste. Memorie
involontarie di un bevitore di vino (Introduzione
di Rino Tripodi, inEdition/Collane di
LucidaMente, pp. 206, € 14,00) dello scrittore
torinese Paolo Bonesso semplicemente un romanzo
sarebbe abbastanza riduttivo. Infatti, Le
felicità nascoste è molto di più: è
l’esplorazione dei sentimenti dei protagonisti, è
una guida alla scoperta di paesaggi incontaminati e
di città affascinanti, ed è infine anche una “carta
dei vini” scritta da un uomo profondamente amante
del vino.
Ecco, questo romanzo è un viaggio indimenticabile
attraverso luoghi, sapori, emozioni.
Il protagonista del libro è un uomo che si appresta
a compiere cento anni, che ha trascorso una
lunghissima vita ricca di avvenimenti, di incontri,
di emozioni. Nonostante questo nel racconto
predominano la frustrazione, il pentimento, la
malinconia per aver vissuto quasi da spettatore
solitario le emozioni che via via nascevano durante
il suo cammino. Non che questo accadesse
inconsapevolmente, ma volutamente, nella convinzione
che il cinismo lo avrebbe potuto aiutare a
sopravvivere, che l’essere distaccato lo avrebbe
reso immune dalle «brevi passioni e dai grandi
dolori di cui la vita è disseminata» .
Giunto al traguardo dei cento anni, Paolo, questo è
il suo nome, non può non festeggiarlo, e lo fa in
compagnia dei vini più buoni che abbia mai bevuto, i
vini che lo hanno accompagnato per tutta la vita, e
che si fa spedire nella sua dimora vicino al mare,
luogo che fa da sfondo a quasi tutti i suoi ricordi,
e scenario del suo ultimo giorno sulla Terra: «me
ne vado incontro al mare, con i calzoni arrotolati e
le caviglie nude. La mia pelle è vecchia, ma
percepisce ancora la carezza delle alghe. [...] Vado
incontro al mare per abbracciarlo e farmi
abbracciare e sarà il mare amato di Istanbul e
Lisbona, sarà il mare delle grandi barriere
coralline e delle baie minuscole, sarà il mare che
c’era dentro agli occhi delle persone che mi hanno
preso per mano, accompagnato, consolato».
Il romanzo è diviso in capitoli, ognuno dei quali è
intitolato con il nome di un vino e con quello del
luogo in cui è stato gustato.
Il vino, dunque. Per il protagonista non è solo una
bevanda, egli lo idealizza, lo anima.
A volte nel parlare delle sue amate bottiglie sembra
quasi si rivolga a delle donne, le chiama
«seducenti come modelle... Le loro schiene sono
lisce come quelle delle ragazze di qua, gazzelle
dalla pelle di velluto».
Ed è alle sue bottiglie che chiede aiuto ora che si
avvicina la sua fine. Si vuol servire di loro per
raggiungere l’incoscienza, il distacco, l’oblio :
«ne ho bisogno per abbandonarmi per sempre, perché
la morte non possa divorare i miei ricordi».
Ma anche il vino può essere traditore, è cosi fa il
contrario, fa riemergere i ricordi di una vita,
facendoli rivivere ancora una volta.
Quei ricordi che
sebbene abbia tentato di sfuggire, puntualmente
ritornavano sotto forma di
tempesta, tempesta provocata dal pensiero di una
misteriosa “lei”, l’unica donna veramente amata dal
protagonista, ma che ha perduto. Una donna avvolta
dal mistero che Paolo non svela forse per evitare
quasi che altri si impossessino del suo ricordo, per
fare in modo che appartenga solo a lui.
Ed è col pensiero di lei che ogni notte si
addormenta.
Le donne come il vino, più del vino, sono le
protagoniste di questo romanzo, tutte accomunate da
una caratteristica: «erano tutte donne alla
deriva, perdute in mezzo al mare, aggrappate a un
galleggiante di fortuna, a un rimasuglio di tronco».
Sono donne che hanno sofferto, donne pure vittime
dell’avidità dell'uomo, donne non amate ma solo
possedute come oggetti.
Di particolare dolcezza è il ricordo delle giovani
prostitute che sostavano davanti casa del
protagonista, le chiama «angeli in catene».
Con le sue parole l’autore riesce a trasmettere
tutta la pena che il protagonista prova per loro,
per questo mondo dove è permesso sfruttare giovani
donne, alcune ancora bambine, per soddisfare le
voglie dell’uomo che
mai smetterà di sentirsi in diritto di fare ciò, che
non abbandonerà mai il potere sulle donne
che da solo si è arrogato.
Paolo prova frustrazione per non poter far nulla per
aiutarle, e per questo si sente complice.
Bonesso fa un uso quasi magico delle parole, dona
loro vita, e attraverso loro è capace di far
rivivere luoghi che si riescono quasi a vedere
chiudendo gli occhi. Come non trovare in questo
similitudini con Gabriel Garçia Marquez, soprattutto
nei capitoli ambientati in Sud America? Alcuni passi
del romanzo sono esempi di pura poesia.
Inoltre l’autore usa un linguaggio ricco di
sfumature, ricercato, tale da elevare le sue parole,
che regala emozioni: «Sentivo, allora, il rumore
che fanno le lacrime quando percorrono le guance e i
loro tuffi sulle ginocchia; le udivo rotolare lungo
le gambe e schiantarsi a terra con lo stesso fragore
delle enormi rocce che franavano lungo la costa
della montagna nelle
piovose estati inoltrate della fanciullezza».
Bonesso prova un
amore viscerale anche per la natura, tale da
renderla vera protagonista dell’intero
romanzo.
L’autore si sofferma nella descrizione dei luoghi e
lo fa con sentimento, usando la natura anche per
raccontare le emozioni: «Mi sento il mare in cui
lei ha navigato, l’acqua che l’ha scoperta assetata
e poi ristorata, il fuoco di legna che le ha
scaldato i polpastrelli».
Attraverso le sue parole siamo convinti che Bonesso
voglia darci un consiglio, voglia aprirci gli occhi
e suggerirci di non lasciarsi scappare, come il
protagonista del romanzo ha fatto, le “felicità
nascoste”, quelle felicità che ci circondano, che si
trovano negli altri, nella natura, nelle emozioni.
L’importante è non aver paura di trovarle.
Serena Intelisano
(www.excursus.org,
anno I, n. 2, settembre 2009)
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