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È un libro che molto
ci dice sullo stato della poesia e dei poeti in
Italia, I colori dell’ombra. The colours of the
shadow (Polistampa, pp. 96, € 8,00) del
fiorentino Francesco Giuntini, non fosse perché è
l’opera di uno scrittore volutamente appartato, cioè
segnato dalla consapevolezza di un rischio evidente
per chiunque oggi si spinga a praticare un’arte
socialmente irrilevante come quella dei versi.
Similmente a molti poeti della sua generazione, nati
intorno agli anni Cinquanta, Giuntini difatti sconta
sulla propria pelle la contraddizione generata dai
buoni propositi di voler intervenire sulla realtà e
dalla conseguente inefficacia sociale della parola,
incapace non solo di scalfire minimamente il
destinatario, ma anche di afferrare una quotidianità
che si riduce a cronaca e a sequela di eventi.
Pertanto, la scelta di utilizzare sempre la stessa
forma – quattordici versi ripartiti in due quartine
e due terzine, allo scopo di richiamare il
tradizionale sonetto con l’intento di ribaltarne le
costrizioni architettoniche e rimiche, in un impulso
di libertà e ribellione che tuttavia rimane sempre
intrecciato con la necessità di una riconoscibilità
poetica e di ossequio al passato –, agisce da
simulacro dell’incertezza propria di un dettato che
vorrebbe aprirsi al mondo, ma che si colloca sempre
sulla soglia. E allora, quando Giuntini sceglie di
parlare della Striscia di Gaza o del dolore del
mondo, o persino di Guantanamo, questa volontà
civile crolla subito nell’impulso a ritrarsi nelle
celle della lirica, del bel canto, cosicché lo stile
elegante e talora claustrofobico dei suoi
endecasillabi funziona come una sorta di chiusura,
di allontanamento consapevole dalla realtà.
Insomma, Giuntini ha
il merito di interpretare, con la sua poesia,
l’impossibilità di un rapporto sincero e veridico
del poeta con la realtà. Sembra dirci che la
conoscenza limpida ha un prezzo troppo grande da
pagare, e che una scelta davvero radicale sarebbe,
probabilmente, solo quella di cedere al silenzio o
alla distruzione di una tradizione che Giuntini
vuole preservare. È per questo motivo che i momenti
notevoli del libro si realizzano quando il poeta
riesce a lasciarsi alle spalle questo scacco, e
concepisce la sua poesia in dialogo o in presa
diretta. Peraltro, la caratteristica di questo
libro, che compare in forma bilingue, affiancando
alle liriche in lingua una traduzione inglese che
spesso è ricreazione, riformulazione, o forse
addirittura prima creazione, pare dirci molto sulla
necessità di formulare nuove ipotesi e di percorrere
nuove strade. Si leggano, a testimonianza di quanto
riesca a essere comunicativa nelle occasioni meno
strutturali questa poesia, i componimenti Grameen
Bank o La casa. Al contrario, le
creazioni di Giuntini sembrano non rispettare quel
che promettono quando si perdono nelle necessità
della retorica, della ripetizione compiaciuta o in
un rigorismo ornamentale che spesso finisce per
sembrare artificiale.
È quando, insomma,
la poesia rileva la sua condizione di esiliata e di
arte sottoposta a un contrabbando sociale – e lo fa,
riprendendo una significativa espressione di Th. W.
Adorno, da sismografo – che I colori dell’ombra
diventa un libro sincero e persino aspro,
non-conciliato e dunque profondamente vero. Ci dice,
fra l’altro, di una condizione nichilistica vissuta
come vera macchia del vivere contemporaneo, in cui
il poeta si è ridotto, a causa dell’omologazione e
di una falsa promiscuità, a numero e a macchina
produttiva di versi che, fra le tante altre cose, si
pongono come merce, come elemento fine a se stesso
di un mercato che ha inglobato e asservito la
letteratura. «Il mio nome non conta, faccio parte /
del numero impreciso di coloro / che vivono e non
servono a se stessi / né al destino del mondo» (La
vita inutile). O ancora: «La vita è appesa ai
numeri e la sorte / gioca con l’una e gli altri, non
sappiamo / se le interessi l’esito o le importa /
solamente condurre avanti il gioco» (Bingo).
In bilico tra il
tentativo di realizzare una forma chiusa che si
opponga al caos magmatico della quotidianità e la
volontà, forse taciuta, di abbandonarsi a una vita
ormai concepita come offesa e inutile, la poesia di
Giuntini corre il rischio di rimanere chiusa nella
sua soggettività, pur nell’estrema eleganza del suo
gesto e nella cura del lavoro di lima. Potremmo
aspettarci, in futuro – e, in fondo, questo è un
augurio –, una poesia persino più rischiosa, che
tenti l’azzardo di realizzare una rispondenza
formale e di contenuto fra aspettative e sue
concrete realizzazioni, fra titoli e versi, fra
quotidianità e retorica?
Marco Gatto
(www.excursus.org,
anno I, n. 1, agosto 2009)
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