Anno I             n. 1                    Agosto 2009

 Alcuni libri sono immeritatamente dimenticati; nessuno è ricordato immeritatamente (Wystan Hugh Auden)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

 Poesia civile: un enigma

 in Francesco Giuntini

 di Marco Gatto

 L'impossibilità di un rapporto

veridico e sincero con la realtà,

 nella silloge edita da Polistampa

 

 

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È un libro che molto ci dice sullo stato della poesia e dei poeti in Italia, I colori dell’ombra. The colours of the shadow (Polistampa, pp. 96, € 8,00) del fiorentino Francesco Giuntini, non fosse perché è l’opera di uno scrittore volutamente appartato, cioè segnato dalla consapevolezza di un rischio evidente per chiunque oggi si spinga a praticare un’arte socialmente irrilevante come quella dei versi. Similmente a molti poeti della sua generazione, nati intorno agli anni Cinquanta, Giuntini difatti sconta sulla propria pelle la contraddizione generata dai buoni propositi di voler intervenire sulla realtà e dalla conseguente inefficacia sociale della parola, incapace non solo di scalfire minimamente il destinatario, ma anche di afferrare una quotidianità che si riduce a cronaca e a sequela di eventi. Pertanto, la scelta di utilizzare sempre la stessa forma – quattordici versi ripartiti in due quartine e due terzine, allo scopo di richiamare il tradizionale sonetto con l’intento di ribaltarne le costrizioni architettoniche e rimiche, in un impulso di libertà e ribellione che tuttavia rimane sempre intrecciato con la necessità di una riconoscibilità poetica e di ossequio al passato –, agisce da simulacro dell’incertezza propria di un dettato che vorrebbe aprirsi al mondo, ma che si colloca sempre sulla soglia. E allora, quando Giuntini sceglie di parlare della Striscia di Gaza o del dolore del mondo, o persino di Guantanamo, questa volontà civile crolla subito nell’impulso a ritrarsi nelle celle della lirica, del bel canto, cosicché lo stile elegante e talora claustrofobico dei suoi endecasillabi funziona come una sorta di chiusura, di allontanamento consapevole dalla realtà.

 

Insomma, Giuntini ha il merito di interpretare, con la sua poesia, l’impossibilità di un rapporto sincero e veridico del poeta con la realtà. Sembra dirci che la conoscenza limpida ha un prezzo troppo grande da pagare, e che una scelta davvero radicale sarebbe, probabilmente, solo quella di cedere al silenzio o alla distruzione di una tradizione che Giuntini vuole preservare. È per questo motivo che i momenti notevoli del libro si realizzano quando il poeta riesce a lasciarsi alle spalle questo scacco, e concepisce la sua poesia in dialogo o in presa diretta. Peraltro, la caratteristica di questo libro, che compare in forma bilingue, affiancando alle liriche in lingua una traduzione inglese che spesso è ricreazione, riformulazione, o forse addirittura prima creazione, pare dirci molto sulla necessità di formulare nuove ipotesi e di percorrere nuove strade. Si leggano, a testimonianza di quanto riesca a essere comunicativa nelle occasioni meno strutturali questa poesia, i componimenti Grameen Bank o La casa. Al contrario, le creazioni di Giuntini sembrano non rispettare quel che promettono quando si perdono nelle necessità della retorica, della ripetizione compiaciuta o in un rigorismo ornamentale che spesso finisce per sembrare artificiale.

 

È quando, insomma, la poesia rileva la sua condizione di esiliata e di arte sottoposta a un contrabbando sociale – e lo fa, riprendendo una significativa espressione di Th. W. Adorno, da sismografo – che I colori dell’ombra diventa un libro sincero e persino aspro, non-conciliato e dunque profondamente vero. Ci dice, fra l’altro, di una condizione nichilistica vissuta come vera macchia del vivere contemporaneo, in cui il poeta si è ridotto, a causa dell’omologazione e di una falsa promiscuità, a numero e a macchina produttiva di versi che, fra le tante altre cose, si pongono come merce, come elemento fine a se stesso di un mercato che ha inglobato e asservito la letteratura. «Il mio nome non conta, faccio parte / del numero impreciso di coloro / che vivono e non servono a se stessi / né al destino del mondo» (La vita inutile). O ancora: «La vita è appesa ai numeri e la sorte / gioca con l’una e gli altri, non sappiamo / se le interessi l’esito o le importa / solamente condurre avanti il gioco» (Bingo).

 

In bilico tra il tentativo di realizzare una forma chiusa che si opponga al caos magmatico della quotidianità e la volontà, forse taciuta, di abbandonarsi a una vita ormai concepita come offesa e inutile, la poesia di Giuntini corre il rischio di rimanere chiusa nella sua soggettività, pur nell’estrema eleganza del suo gesto e nella cura del lavoro di lima. Potremmo aspettarci, in futuro – e, in fondo, questo è un augurio –, una poesia persino più rischiosa, che tenti l’azzardo di realizzare una rispondenza formale e di contenuto fra aspettative e sue concrete realizzazioni, fra titoli e versi, fra quotidianità e retorica?

 

Marco Gatto

 

(www.excursus.org, anno I, n. 1, agosto 2009)

 

                                   

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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