|
Tempo di guerra, tempo di cambiamenti, fughe
forzate, di controvoglia, ma necessarie per la
sopravvivenza.
Placida,
di Eugenio Vitarelli (Mesogea, pp. 164, € 14.00), è
un titolo che rappresenta l’antitesi allo stato
d’animo della storia, un’ancora di salvezza seppur
momentanea, la spensieratezza di una gioventù
costretta ad essere responsabile prima del tempo ed
a fare i conti con un destino abbattutosi in modo
violento su una vita che fino a quel momento stava
scorrendo lenta ma decisa come un fiume.
Quando i primi segnali della Seconda Guerra Mondiale
sbarcano in Sicilia e, in particolare, a Messina,
Simone, chiamato anche Muni, assieme alla sua
famiglia (madre e padre) si rifugia in un casolare
sui monti sopra Spadafora, apparentemente al sicuro,
ma con la continua angoscia dei bombardamenti di cui
vedono solo lampi lontani all’orizzonte e ne sentono
l’eco, quasi come monito per chi crede di averla
scampata. Ma è sempre lì, la battaglia, al di là
delle dune, quando la guerra si posa sopra un
territorio, agli abitanti non resta che darsela a
gambe.
Bisogna realizzare che non si può fuggire per
sempre. E, dall’alto dei monti, Simone scende
periodicamente a Spadafora per volere dei genitori a
controllare la loro abitazione, quella ancora
intatta, dove ci sono tutte le cose che vi sono
state portate durante la fuga da Messina. Ed è un
viaggio quotidiano di devastazione ambientale,
poichè il paesaggio è deturpato dalle esplosioni
delle bombe scaricate dagli aerei che hanno
trasformato le case in un cumulo di macerie ed i
soldati in un mucchio di cadaveri sparsi per le
strade, quelli visibili, quelli per cui non si è
trovato né il tempo né la voglia né il rispetto per
seppellirli.
«Scendere a valle è un’offesa anche per l’animo,
abituato ad una [...] campagna a uliveti e grano, e
a frutteti di albicocchi, peri e fichi, e a giardini
d’agrumi. Dove prima c’era la vita, adesso c’è solo
morte e distruzione; dove i campi profumavano di
raccolti, di schiene curve e di sudore sotto il sole
cocente, adesso c’è solo fetore di fiori marci, di
polvere spazzata via dallo spostamento d’aria
provocato da un ordigno. E più ci si avvicina alla
città più questo lezzo diventa insopportabile; più
macerie si incontrano per strada più ci si rende
conto di come le fatiche dell’uomo vengono spezzate
in un sol colpo dall’odio; il sogno della
ricostruzione sembra essere molto distante. Cosa ti
aspetti quando c’è la guerra?».
Circondato da questo tetro scenario, Muni trova la
forza di affrontare le sue passeggiate grazie al
pensiero di ritornare da Placida, giovane vedova di
guerra, che ospita la famiglia di Simone nel
casolare gestito con la madre Cosma, patita delle
novene a San Giorgio Cavaliere: «Attorno a noi c’era
una guerra che stava spaccando tutto quanto
toccasse, e questa benedetta Cosma si proponeva di
interrogare San Giorgio sugli eventi».
Placida di nome e di fatto (il suo era il nome che
meglio le si adattava), trascorre le giornate a
rinfrescarsi presso un ruscello, dove il giovane
osserva le sue forme sinuose che gli danno un motivo
per cui rallegrarsi di essere ancora vivo; i loro
incontri sono per lo più segreti, notturni e di
natura amorosa. E questa conoscenza di un altro
aspetto della vita, la gioia della scoperta
sessuale, lo rendono cosciente che il conflitto può,
da un momento all’altro, porre fine a questo
idillio.
La figura di Placida, sullo sfondo della guerra, dà
un tocco di malizia ed innocente freschezza ad una
situazione instabile e pericolante come una casa sul
punto di crollare. «Quanto è immeritato che gli
uomini siano costretti ad avere paura degli uomini e
perdere il reciproco rispetto. Io stesso ero troppo
felice per non sentirmi offeso, per non avere
paura».
Quando finalmente la città viene liberata dagli
Alleati, il fiore della speranza ricomincia a
crescere, si ritorna a Spadafora, alla propria casa,
a tutti i cimeli che hanno resistito alle bombe,
agli amici e alle conoscenze che sono sopravvissute.
Si ritorna alla “vecchia” vita, anche se proprio
“vecchia” non è, anche se il prezzo da pagare, in
questo caso, è perdere Placida. Ma per fortuna la
notte, l’ultima notte, è molto lunga ed ancora deve
iniziare.
«Avere attorno a sè solo putrefazione e oscurità;
correre costantemente il rischio di abbandonare la
vita terrena pur di non perdere i beni materiali;
patire la fame e vivere nel terrore... Questa è la
guerra, riassunta in poche parole e dimezzata del
suo effetto devastante. Chi non è d’accordo nel dire
che non c’è dubbio che la mia rabbia di uomo, il mio
odio per il sopruso, mi è nato dentro in quell’anno
1943?».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno III, n. 28, novembre 2011)
|