Anno III            

n.28                     Novembre 2011

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

Andare avanti nonostante

 i continui bombardamenti

 di Maria Ficarra

La vita, l’amore e la speranza

 in tempo di guerra a Messina.

 Un romanzo edito da Mesoga

 

 

 

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Tempo di guerra, tempo di cambiamenti, fughe forzate, di controvoglia, ma necessarie per la sopravvivenza. Placida, di Eugenio Vitarelli (Mesogea, pp. 164, € 14.00), è un titolo che rappresenta l’antitesi allo stato d’animo della storia, un’ancora di salvezza seppur momentanea, la spensieratezza di una gioventù costretta ad essere responsabile prima del tempo ed a fare i conti con un destino abbattutosi in modo violento su una vita che fino a quel momento stava scorrendo lenta ma decisa come un fiume.

 

Quando i primi segnali della Seconda Guerra Mondiale sbarcano in Sicilia e, in particolare, a Messina, Simone, chiamato anche Muni, assieme alla sua famiglia (madre e padre) si rifugia in un casolare sui monti sopra Spadafora, apparentemente al sicuro, ma con la continua angoscia dei bombardamenti di cui vedono solo lampi lontani all’orizzonte e ne sentono l’eco, quasi come monito per chi crede di averla scampata. Ma è sempre lì, la battaglia, al di là delle dune, quando la guerra si posa sopra un territorio, agli abitanti non resta che darsela a gambe.

 

Bisogna realizzare che non si può fuggire per sempre. E, dall’alto dei monti, Simone scende periodicamente a Spadafora per volere dei genitori a controllare la loro abitazione, quella ancora intatta, dove ci sono tutte le cose che vi sono state portate durante la fuga da Messina. Ed è un viaggio quotidiano di devastazione ambientale, poichè il paesaggio è deturpato dalle esplosioni delle bombe scaricate dagli aerei che hanno trasformato le case in un cumulo di macerie ed i soldati in un mucchio di cadaveri sparsi per le strade, quelli visibili, quelli per cui non si è trovato né il tempo né la voglia né il rispetto per seppellirli.

 

«Scendere a valle è un’offesa anche per l’animo, abituato ad una [...] campagna a uliveti e grano, e a frutteti di albicocchi, peri e fichi, e a giardini d’agrumi. Dove prima c’era la vita, adesso c’è solo morte e distruzione; dove i campi profumavano di raccolti, di schiene curve e di sudore sotto il sole cocente, adesso c’è solo fetore di fiori marci, di polvere spazzata via dallo spostamento d’aria provocato da un ordigno. E più ci si avvicina alla città più questo lezzo diventa insopportabile; più macerie si incontrano per strada più ci si rende conto di come le fatiche dell’uomo vengono spezzate in un sol colpo dall’odio; il sogno della ricostruzione sembra essere molto distante. Cosa ti aspetti quando c’è la guerra?».

 

Circondato da questo tetro scenario, Muni trova la forza di affrontare le sue passeggiate grazie al pensiero di ritornare da Placida, giovane vedova di guerra, che ospita la famiglia di Simone nel casolare gestito con la madre Cosma, patita delle novene a San Giorgio Cavaliere: «Attorno a noi c’era una guerra che stava spaccando tutto quanto toccasse, e questa benedetta Cosma si proponeva di interrogare San Giorgio sugli eventi».

 

Placida di nome e di fatto (il suo era il nome che meglio le si adattava), trascorre le giornate a rinfrescarsi presso un ruscello, dove il giovane osserva le sue forme sinuose che gli danno un motivo per cui rallegrarsi di essere ancora vivo; i loro incontri sono per lo più segreti, notturni e di natura amorosa. E questa conoscenza di un altro aspetto della vita, la gioia della scoperta sessuale, lo rendono cosciente che il conflitto può, da un momento all’altro, porre fine a questo idillio.

 

La figura di Placida, sullo sfondo della guerra, dà un tocco di malizia ed innocente freschezza ad una situazione instabile e pericolante come una casa sul punto di crollare. «Quanto è immeritato che gli uomini siano costretti ad avere paura degli uomini e perdere il reciproco rispetto. Io stesso ero troppo felice per non sentirmi offeso, per non avere paura».

 

Quando finalmente la città viene liberata dagli Alleati, il fiore della speranza ricomincia a crescere, si ritorna a Spadafora, alla propria casa, a tutti i cimeli che hanno resistito alle bombe, agli amici e alle conoscenze che sono sopravvissute. Si ritorna alla “vecchia” vita, anche se proprio “vecchia” non è, anche se il prezzo da pagare, in questo caso, è perdere Placida. Ma per fortuna la notte, l’ultima notte, è molto lunga ed ancora deve iniziare.

 

«Avere attorno a sè solo putrefazione e oscurità; correre costantemente il rischio di abbandonare la vita terrena pur di non perdere i beni materiali; patire la fame e vivere nel terrore... Questa è la guerra, riassunta in poche parole e dimezzata del suo effetto devastante. Chi non è d’accordo nel dire che non c’è dubbio che la mia rabbia di uomo, il mio odio per il sopruso, mi è nato dentro in quell’anno 1943?».

 

Maria Ficarra


(
www.excursus.org, anno III, n. 28, novembre 2011)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Alessia Abrami, Marta Altieri, Linda Basile, Silvia Caristi, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto,

Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Marco Mazzi, Carmine Zaccaro, Ivana Vaccaroni

 

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