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Nel caldo tepore
delle notti iraniane, sotto la volta stellata di
Teheran, sul tetto di casa sua, Pasha trascorre la
maggior parte delle sere in compagnia del suo amico,
nonché compagno di scuola, Ahmed. Le notti di
Teheran (Newton Compton Editori, pp. 336, €
14,90), di Mahbod Seraji, rappresenta il grido di
libertà contro la dittatura e la repressione mossi
dallo scià verso la popolazione nei primi anni
Settanta; la voglia di ribellione verso quelle
regole che delineano la cultura iraniana; ma
soprattutto è il simbolo dell’amore puro, quello
capace di superare le barriere generazionali e le
torture della Savak, la polizia segreta dello scià.
Il diciassettenne
Pasha si trova a vivere, nel suo quartiere della
capitale, una vita all’insegna dell’apparente
serenità: sono accese e molto impegnative le
discussioni col Dottore, attivista politico contro
il governo dittatoriale, su Marx, Engels, Sartre,
Dostoevskij; e trascorre le ore vuote in attesa
dell’inizio dell’anno scolastico ad immaginare come
possa essere il suo futuro da regista,
contrariamente ai propositi di suo padre che lo vede
già ingegnere a progettare strade. E poi ci sono le
partite di calcio nel vicolo, i confronti col padre:
insomma, le sue giornate sembrano quelle di un
qualsiasi ragazzo “occidentale” della sua età.
Ma nell’animo di
Pasha cova una grande personalità, il Dottore lo
definisce infatti una «persona speciale».
E la sua vita si trova a dover fare i conti con
gli eventi disastrosi che accadono nell’arco di un
estate: dapprima l’arresto e la morte del Dottore,
di cui si sente fortemente responsabile, per mano
della Savak, e poi l’impossibilità di veder restituiti
i suoi resti e di piangerlo pubblicamente («Devono
pagare per la pallottola […]. La pallottola del
Dottore. È così che possono riavere il corpo»),
mentre secondo la tradizione «In Iran, ci
vuole molto tempo per superare una perdita.
Piangiamo la morte di una persona amata per un anno
intero. Ci riuniamo il terzo, il settimo e il
quarantesimo giorno dopo la sua morte».
Parallelamente a
questa vicenda, sbocciano quasi contemporaneamente
due storie d’amore: quella tra Ahmed e Faheemeh,
promessa sposa ad un vicino di casa, e quella tra
Pasha e Zari, promessa sposa al Dottore.
L’esuberanza di Ahmed e la sua insistenza iniziano
ad incrinare la tradizione dei matrimoni di
convenienza, «se qualcuno è abbastanza grande per
sposarsi, allora di certo è abbastanza grande per
scegliere chi vuole sposare». Il rapporto
di amicizia tra i quattro è idilliaco, ma Pasha, nel
cuore, si sente in colpa per amare la donna del suo
amico e nei momenti di forte imbarazzo «si
arrotola e si srotola una manica».
Le tirannie della
Savak entrano nelle fibre di questi ragazzi simbolo
del futuro di Teheran, «è stato questo fottuto
sistema, questo fottuto Paese e la sua fottuta gente
che non riesce a organizzarsi per rovesciare un
tiranno. Siamo tutti una massa di codardi o saremmo
scesi in strada per protestare contro il suo arresto
la notte in cui l’ho tradito». E questo
sentimento di rivolta spinge Zari a compiere un
gesto estremo, mentre Pasha, prigioniero dei suoi
ricordi, attanagliato dalla perdita della persona
che riteneva la più importante della sua esistenza
(«La vita non dovrebbe essere così alla nostra
età ») finisce sull’orlo della pazzia.
L’equilibrio già precario si sfalda completamente,
per lasciare spazio al dolore, all’assenza, alla
mancanza, alla sfiducia verso la religione. Saranno
l’amicizia e l’amore a salvarlo dal baratro.
La storia evidenzia
alcuni tratti caratteristici della cultura iraniana:
è considerato scortese scambiarsi tenerezze in
pubblico; ci si morde l’incavo tra il pollice e
l’indice come per scongiurare un evento negativo; la
scuola di Pasha è rigorosamente maschile, dove le
violenze sono punite a colpi di righello sulla mano
o rasature forzate dei capelli e «se qualcuno
sbaglia una parola, gliela fanno scrivere
quattrocento volte sul quaderno». Il
rituale funebre si esplica «colpendosi il corpo,
piangendo e scuotendo la testa». Il vero
persiano non crede mai quando gli si dice che è
tutto a posto. Ma soprattutto «il nostro
terapeuta migliore è il tempo. Noi pensiamo che il
tempo guarisca tutto, e che non ci sia bisogno di
prestare attenzione al dolore».
Il viaggio nel
mondo di Pasha è terminato, ma quanto detto fin qua
è soltanto una piccolissima parte delle sensazioni
che questo straordinario romanzo regala: dalla
rabbia all’impotenza, alle lacrime di gioia.
Dal tetto di casa sua Pasha ricorda:
«Se ti senti
perduta, guarda il cielo e ci vedrai insieme.
So qual è la tua
stella, ma qual è la mia?
La più grande e
la più luminosa.
Quella sei tu.
No, siamo noi.
Dividiamo la stessa stella».
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno II, n. 11, giugno 2010)
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