Anno II            

n.11                     Giugno 2010

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

Amicizia, amore, politica

e ribellione a Teheran

 di Maria Ficarra

 La vita del diciassettenne Pasha,

 sullo sfondo l'Iran degli anni '70,

 in un romanzo Newton Compton

 

 

 

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Nel caldo tepore delle notti iraniane, sotto la volta stellata di Teheran, sul tetto di casa sua, Pasha trascorre la maggior parte delle sere in compagnia del suo amico, nonché compagno di scuola, Ahmed. Le notti di Teheran (Newton Compton Editori, pp. 336, € 14,90), di Mahbod Seraji, rappresenta il grido di libertà contro la dittatura e la repressione mossi dallo scià verso la popolazione nei primi anni Settanta; la voglia di ribellione verso quelle regole che delineano la cultura iraniana; ma soprattutto è il simbolo dell’amore puro, quello capace di superare le barriere generazionali e le torture della Savak, la polizia segreta dello scià.

 

Il diciassettenne Pasha si trova a vivere, nel suo quartiere della capitale, una vita all’insegna dell’apparente serenità: sono accese e molto impegnative le discussioni col Dottore, attivista politico contro il governo dittatoriale, su Marx, Engels, Sartre, Dostoevskij; e trascorre le ore vuote in attesa dell’inizio dell’anno scolastico ad immaginare come possa essere il suo futuro da regista, contrariamente ai propositi di suo padre che lo vede già ingegnere a progettare strade. E poi ci sono le partite di calcio nel vicolo, i confronti col padre: insomma, le sue giornate sembrano quelle di un qualsiasi ragazzo “occidentale” della sua età.

 

Ma nell’animo di Pasha cova una grande personalità, il Dottore lo definisce infatti una «persona speciale». E la sua vita si trova a dover fare i conti con gli eventi disastrosi che accadono nell’arco di un estate: dapprima l’arresto e la morte del Dottore, di cui si sente fortemente responsabile, per mano della Savak, e poi l’impossibilità di veder restituiti i suoi resti e di piangerlo pubblicamente («Devono pagare per la pallottola […]. La pallottola del Dottore. È così che possono riavere il corpo»), mentre secondo la tradizione «In Iran, ci vuole molto tempo per superare una perdita. Piangiamo la morte di una persona amata per un anno intero. Ci riuniamo il terzo, il settimo e il quarantesimo giorno dopo la sua morte».

 

Parallelamente a questa vicenda, sbocciano quasi contemporaneamente due storie d’amore: quella tra Ahmed e Faheemeh, promessa sposa ad un vicino di casa, e quella tra Pasha e Zari, promessa sposa al Dottore. L’esuberanza di Ahmed e la sua insistenza iniziano ad incrinare la tradizione dei matrimoni di convenienza, «se qualcuno è abbastanza grande per sposarsi, allora di certo è abbastanza grande per scegliere chi vuole sposare». Il rapporto di amicizia tra i quattro è idilliaco, ma Pasha, nel cuore, si sente in colpa per amare la donna del suo amico e nei momenti di forte imbarazzo «si arrotola e si srotola una manica».

 

Le tirannie della Savak entrano nelle fibre di questi ragazzi simbolo del futuro di Teheran, «è stato questo fottuto sistema, questo fottuto Paese e la sua fottuta gente che non riesce a organizzarsi per rovesciare un tiranno. Siamo tutti una massa di codardi o saremmo scesi in strada per protestare contro il suo arresto la notte in cui l’ho tradito». E questo sentimento di rivolta spinge Zari a compiere un gesto estremo, mentre Pasha, prigioniero dei suoi ricordi, attanagliato dalla perdita della persona che riteneva la più importante della sua esistenza («La vita non dovrebbe essere così alla nostra età ») finisce sull’orlo della pazzia. L’equilibrio già precario si sfalda completamente, per lasciare spazio al dolore, all’assenza, alla mancanza, alla sfiducia verso la religione. Saranno l’amicizia e l’amore a salvarlo dal baratro.

 

La storia evidenzia alcuni tratti caratteristici della cultura iraniana: è considerato scortese scambiarsi tenerezze in pubblico; ci si morde l’incavo tra il pollice e l’indice come per scongiurare un evento negativo; la scuola di Pasha è rigorosamente maschile, dove le violenze sono punite a colpi di righello sulla mano o rasature forzate dei capelli e «se qualcuno sbaglia una parola, gliela fanno scrivere quattrocento volte sul quaderno». Il rituale funebre si esplica «colpendosi il corpo, piangendo e scuotendo la testa». Il vero persiano non crede mai quando gli si dice che è tutto a posto. Ma soprattutto «il nostro terapeuta migliore è il tempo. Noi pensiamo che il tempo guarisca tutto, e che non ci sia bisogno di prestare attenzione al dolore».

 

Il viaggio nel mondo di Pasha è terminato, ma quanto detto fin qua è soltanto una piccolissima parte delle sensazioni che questo straordinario romanzo regala: dalla rabbia all’impotenza, alle lacrime di gioia. Dal tetto di casa sua Pasha ricorda:

 

«Se ti senti perduta, guarda il cielo e ci vedrai insieme.

So qual è la tua stella, ma qual è la mia?

La più grande e la più luminosa.

Quella sei tu.

No, siamo noi. Dividiamo la stessa stella».

 

Maria Ficarra

 

(www.excursus.org, anno II, n. 11, giugno 2010)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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