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«Ho diciassette
anni però mi sento imperfetta»,
pensa Alice. «Ho quarantacinque anni e mi sento
imperfetta», pensa invece Emanuela. Ciò accomuna
le due protagoniste de L’età imperfetta, di
Daniela Orlando (Città del Sole Edizioni, pp. 116, €
10,00), portatrici rispettivamente, in modo
inconsapevole, di un presente e di un passato molto
simile intriso di dolore, che ognuna tende ad
esprimere (o reprimere) a modo suo.
Alice è una
ragazza, prossima alla maggiore età, che ha perso da
poco la madre Vittoria, dopo un lungo calvario per
combattere il cancro. E da quel giorno si è chiusa
in se stessa, «dura come la madre, ha pianto così
poco, si è subito calata nella parte dell’orfana, ha
scelto l’atteggiamento del tutto mi è dovuto».
Adesso vive col padre un po’ assente e con l’ansia
costante di sua zia Cristina.
Emanuela, madre di
famiglia e migliore amica della compianta Vittoria,
ha anche lei perso la madre quando era piccola,
molto piccola, «più piccola di adesso che ho
appena iniziato le elementari». Vista la paura
di Cristina nei riguardi del silenzio ostinato della
nipote e dei prossimi passi da affrontare («Solo
il pensiero di dovere prima o poi svuotare i suoi
armadi, toccare le sue cose, prendere delle
decisioni sui suoi oggetti, mi annienta l’anima»),
Emanuela accetta di buon grado la sua proposta di
ospitare Alice per le vacanze estive, in modo che la
sua compagnia, unita alla forza dirompente delle sue
due figlie Francesca e Martina, possa in qualche
modo distrarre la ragazza dagli eventi appena
accaduti.
Il rapporto tra le
due donne, che fino a quel momento era regolato solo
dalla presenza di Vittoria, si trova adesso ad
affrontare una convivenza forzata, coinvolgendo in
questo circolo imperfetto anche la famiglia di
Emanuela. Tale convivenza, fin dall’inizio, si
rivela complicata: il disagio aleggia pesantemente
sulle loro teste, la freddezza di Alice raggela
tutti i rapporti interpersonali («gli occhi,
però, non si possono guardare a lungo, c‘è tanta
malinconia sul fondo»), l’uso della moderna
tecnologia allontana la ragazza invece di accorciare
le distanze, creando una barriera rumorosa come l’ipod,
un muro difficile da abbattere quando la volontà di
comunicazione è una strada a senso unico; anche le
due figlie sembrano non sortire alcun effetto
positivo sul suo umore.
Ma questa è
soltanto la facciata più evidente della medaglia:
Emanuela, infatti, fiuta l’esistenza di una
problematica ben più profonda di quello che Alice
vuole mostrare, e la fiuta dietro i suoi occhiali da
sole neri e impenetrabili, dietro le sue risposte
monosillabiche e tirate fuori con le pinze, negli
interminabili ed inspiegabili minuti trascorsi in
bagno, sotto la maglietta a maniche lunghe portata
in piena estate. Alice non è proprio quella che si
può definire una ragazza serena, data la sua giovane
età: nasconde un segreto, un problema che ha un solo
nome, autolesionismo. Alice, infatti, ama
tagliarsi «quello che capita, le braccia, le
gambe, la pancia… oppure mi ficco le unghie qui, nei
polsi, bene in fondo, finché alla fine non esce il
sangue»; ama quindi farsi del male. Ma perché? «E
che ne so. So che quando mi prende quella sensazione
lo faccio, non sento niente, nessun dolore, è come
se stessi guardando un film. Smetto solo quando esce
un bel po’ di sangue. È così piacevole. Dopo mi
sento…pulita».
Questa scoperta è
traumatica per Emanuela ma, per quanto ne sia
sbigottita ed angosciata, non può fare a meno di
riportare la mente al passato, alle «notti in cui
il bisogno di farti male diventava insopprimibile, e
strappavi quelle pellicine invisibili, e graffiavi
le braccia, e infine mordevi le unghie, le dita,
fino a sfinirti e finalmente piangere». Quello
che sta vivendo adesso Alice, l’ha provato lei
stessa sulla sua pelle, «forse per sapere che
nessuno può ferirti più di quanto non possa fare tu?
E dopo, ti senti davvero così forte?». È il
bisogno di controllare il dolore, «il dolore
dell’anima che viene affievolito dal dolore del
corpo, più gestibile».
Conscia della
gravità della situazione, la sua volontà di aiutare
la ragazza si scontra con la resistenza e la
diffidenza delle sue due figlie, che vedono la loro
coetanea come una presenza di disturbo del loro
integro clima familiare. Nonostante non manchino
momenti di affetto e serenità tra le tre, il
rapporto si inasprisce quando vedono con i loro
stessi occhi cosa Alice nascondeva dietro il suo
apparente snobismo: «lo scenario è spaventoso,
sangue dappertutto, carta igienica strappata per
terra, il lavello schizzato, lei in maglietta e
mutande, gli occhi sbarrati, un sorriso cattivo
sulle labbra, il viso macchiato…e le braccia, da non
potersi guardare, tagli profondi, ferite slabbrate,
rivoli rossi le scorrono tra le dita».
Questa voglia di farsi del male è, per Alice, il
modo più adulto di superare il dolore della perdita,
anche se sostiene più volte che ormai ha superato
tutto. Ma intanto si ritrova a «scrivere
sulla sabbia bagnata il nome di sua mamma, poi
aspetta che il mare cancelli tutto, e ricomincia».
Emanuela oscilla tra questa scoperta e il ricordo
del suo passato doloroso, fatto di lenzuola bagnate
nel pieno della notte, di mute richieste di aiuto,
della spavalda illusione di essere forte, più
forte del dolore, di essere capaci di tenere
tutto dentro… «Quando si diventa grandi? Esiste
un momento preciso in cui si fa il salto? […] E come
ci si accorge che il vento è girato, che il mare s’è
fatto profondo e ti porta al largo senza salvagente,
senza istruttore? Chi stabilisce che puoi
farcela da solo?».
La sensazione di
impotenza avvertita da Emanuela e confermata dalla
refrattarietà di Alice, dura per quasi tutti i
giorni di permanenza estiva: la ragazza è
incontrollabile, tranne in rari momenti di apertura
spontanea al mondo circostante. La sera prima di
rientrare nella sua città, inoltre, Alice, con la
sua irresponsabilità, causa enorme preoccupazione
alla famiglia che la ospita. Emanuela si ritrova a
riflettere: la sensazione di aver “fallito il
compito”, di non essere riuscita ad aiutare Alice la
percorre in tutte le fibre del corpo; il mancato
riscatto della sua infanzia si fa sentire come un
macigno; il pensiero di non riuscire a tenere sotto
controllo la situazione, che questa cosa possa
capitare da un momento all’altro anche alle sue
figlie la intimorisce parecchio. Alice, nella sua
durezza, riesce ad aprire uno spiraglio a questa
donna che le tende una mano e la ricompensa con
un rapido bacio sulla guancia ed uno smile. È
una storia che premia la costanza, la perseveranza
e, soprattutto, l’esperienza, unite alla
consapevolezza «che ci sono vari tipi di dolore e
alcuni tengono pure compagnia».
Stella stellina…
Ti ricordi, Emanuela?
La notte
s’avvicina… la notte è scura scura.
Ma io non ho
paura.
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno II, n. 7, febbraio 2010)
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