Anno II            

n.7                     Febbraio 2010

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      HOME        CHI SIAMO         IN ARRIVO         COLLABORA          LINK AMICI          ARCHIVIO      

 

 

Letteratura

 

        

Due esistenze imperfette,

lo stesso tragico dramma

 di Maria Ficarra

In un romanzo da Città del Sole,

 le vite incrociate di una ragazza 

 e di una donna unite nel dolore

 

 

 

   Leggi l'articolo in PDF

 

«Ho diciassette anni però mi sento imperfetta», pensa Alice. «Ho quarantacinque anni e mi sento imperfetta», pensa invece Emanuela. Ciò accomuna le due protagoniste de L’età imperfetta, di Daniela Orlando (Città del Sole Edizioni, pp. 116, € 10,00), portatrici rispettivamente, in modo inconsapevole, di un presente e di un passato molto simile intriso di dolore, che ognuna tende ad esprimere (o reprimere) a modo suo.

 

Alice è una ragazza, prossima alla maggiore età, che ha perso da poco la madre Vittoria, dopo un lungo calvario per combattere il cancro. E da quel giorno si è chiusa in se stessa, «dura come la madre, ha pianto così poco, si è subito calata nella parte dell’orfana, ha scelto l’atteggiamento del tutto mi è dovuto». Adesso vive col padre un po’ assente e con l’ansia costante di sua zia Cristina.

 

Emanuela, madre di famiglia e migliore amica della compianta Vittoria, ha anche lei perso la madre quando era piccola, molto piccola, «più piccola di adesso che ho appena iniziato le elementari». Vista la paura di Cristina nei riguardi del silenzio ostinato della nipote e dei prossimi passi da affrontare («Solo il pensiero di dovere prima o poi svuotare i suoi armadi, toccare le sue cose, prendere delle decisioni sui suoi oggetti, mi annienta l’anima»), Emanuela accetta di buon grado la sua proposta di ospitare Alice per le vacanze estive, in modo che la sua compagnia, unita alla forza dirompente delle sue due figlie Francesca e Martina, possa in qualche modo distrarre la ragazza dagli eventi appena accaduti.

 

Il rapporto tra le due donne, che fino a quel momento era regolato solo dalla presenza di Vittoria, si trova adesso ad affrontare una convivenza forzata, coinvolgendo in questo circolo imperfetto anche la famiglia di Emanuela. Tale convivenza, fin dall’inizio, si rivela complicata: il disagio aleggia pesantemente sulle loro teste, la freddezza di Alice raggela tutti i rapporti interpersonali («gli occhi, però, non si possono guardare a lungo, c‘è tanta malinconia sul fondo»), l’uso della moderna tecnologia allontana la ragazza invece di accorciare le distanze, creando una barriera rumorosa come l’ipod, un muro difficile da abbattere quando la volontà di comunicazione è una strada a senso unico; anche le due figlie sembrano non sortire alcun effetto positivo sul suo umore.

 

Ma questa è soltanto la facciata più evidente della medaglia: Emanuela, infatti, fiuta l’esistenza di una problematica ben più profonda di quello che Alice vuole mostrare, e la fiuta dietro i suoi occhiali da sole neri e impenetrabili, dietro le sue risposte monosillabiche e tirate fuori con le pinze, negli interminabili ed inspiegabili minuti trascorsi in bagno, sotto la maglietta a maniche lunghe portata in piena estate. Alice non è proprio quella che si può definire una ragazza serena, data la sua giovane età: nasconde un segreto, un problema che ha un solo nome, autolesionismo. Alice, infatti, ama tagliarsi «quello che capita, le braccia, le gambe, la pancia… oppure mi ficco le unghie qui, nei polsi, bene in fondo, finché alla fine non esce il sangue»; ama quindi farsi del male. Ma perché? «E che ne so. So che quando mi prende quella sensazione lo faccio, non sento niente, nessun dolore, è come se stessi guardando un film. Smetto solo quando esce un bel po’ di sangue. È così piacevole. Dopo mi sento…pulita».

 

Questa scoperta è traumatica per Emanuela ma, per quanto ne sia sbigottita ed angosciata, non può fare a meno di riportare la mente al passato, alle «notti in cui il bisogno di farti male diventava insopprimibile, e strappavi quelle pellicine invisibili, e graffiavi le braccia, e infine mordevi le unghie, le dita, fino a sfinirti e finalmente piangere». Quello che sta vivendo adesso Alice, l’ha provato lei stessa sulla sua pelle, «forse per sapere che nessuno può ferirti più di quanto non possa fare tu? E dopo, ti senti davvero così forte?». È il bisogno di controllare il dolore, «il dolore dell’anima che viene affievolito dal dolore del corpo, più gestibile».

Conscia della gravità della situazione, la sua volontà di aiutare la ragazza si scontra con la resistenza e la diffidenza delle sue due figlie, che vedono la loro coetanea come una presenza di disturbo del loro integro clima familiare. Nonostante non manchino momenti di affetto e serenità tra le tre, il rapporto si inasprisce quando vedono con i loro stessi occhi cosa Alice nascondeva dietro il suo apparente snobismo: «lo scenario è spaventoso, sangue dappertutto, carta igienica strappata per terra, il lavello schizzato, lei in maglietta e mutande, gli occhi sbarrati, un sorriso cattivo sulle labbra, il viso macchiato…e le braccia, da non potersi guardare, tagli profondi, ferite slabbrate, rivoli rossi le scorrono tra le dita». Questa voglia di farsi del male è, per Alice, il modo più adulto di superare il dolore della perdita, anche se sostiene più volte che ormai ha superato tutto. Ma intanto si ritrova a «scrivere sulla sabbia bagnata il nome di sua mamma, poi aspetta che il mare cancelli tutto, e ricomincia». Emanuela oscilla tra questa scoperta e il ricordo del suo passato doloroso, fatto di lenzuola bagnate nel pieno della notte, di mute richieste di aiuto, della spavalda illusione di essere forte, più forte del dolore, di essere capaci di tenere tutto dentro… «Quando si diventa grandi? Esiste un momento preciso in cui si fa il salto? […] E come ci si accorge che il vento è girato, che il mare s’è fatto profondo e ti porta al largo senza salvagente, senza istruttore? Chi stabilisce che puoi farcela da solo?».

 

La sensazione di impotenza avvertita da Emanuela e confermata dalla refrattarietà di Alice, dura per quasi tutti i giorni di permanenza estiva: la ragazza è incontrollabile, tranne in rari momenti di apertura spontanea al mondo circostante. La sera prima di rientrare nella sua città, inoltre, Alice, con la sua irresponsabilità, causa enorme preoccupazione alla famiglia che la ospita. Emanuela si ritrova a riflettere: la sensazione di aver “fallito il compito”, di non essere riuscita ad aiutare Alice la percorre in tutte le fibre del corpo; il mancato riscatto della sua infanzia si fa sentire come un macigno; il pensiero di non riuscire a tenere sotto controllo la situazione, che questa cosa possa capitare da un momento all’altro anche alle sue figlie la intimorisce parecchio. Alice, nella sua durezza, riesce ad aprire uno spiraglio a questa donna che le tende una mano e la ricompensa con un rapido bacio sulla guancia ed uno smile. È una storia che premia la costanza, la perseveranza e, soprattutto, l’esperienza, unite alla consapevolezza «che ci sono vari tipi di dolore e alcuni tengono pure compagnia».

 

Stella stellina… Ti ricordi, Emanuela?

La notte s’avvicina… la notte è scura scura.

Ma io non ho paura.

 

Maria Ficarra

 

(www.excursus.org, anno II, n. 7, febbraio 2010)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

Sito ottimizzato per la visione con Internet Explorer

 

Registrazione presso il Tribunale di Messina

n. 10 del 13 luglio 2009

 

 

2009 Excursus.org - Rivista di attualità e cultura

Eccetto dove specificatamente indicato, i contenuti di questo sito

sono rilasciati sotto licenza Creative Commons 3.0

Leggi l'AVVISO LEGALE

 

 

 

Progetto grafico: Luigi Grisolia