Anno I            

n.5                     Dicembre 2009

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

 Viaggio verso il futuro,

i "conti" con il passato

 di Maria Ficarra

Un biglietto celato, e la partenza

 diventa riflessione sull'infanzia.  

 In un libro edito da Città del Sole

 

 

 

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Dicci com’è stata la tua infanzia e ti diremo chi sei: cronache di un passato mai cancellato, che torna a colpire impetuoso quando meno uno se l’aspetta. Questo è Le porte del sole di Sara Favarò (Città del Sole Edizioni, pp. 116, € 10,00), un’evoluzione realistica e drammatica del protagonista Umberto Bordoni, un uomo rimasto ancora un po’ bambino. La storia, ambientata nel lontano 1961, è raccontata nell’arco del lungo viaggio che Umberto compie, con la moglie e la figlia, da Collestatte, paesino in provincia di Terni, verso la lontana Liguria: perché loro sono emigranti, alla ricerca di un lavoro sicuro e di una ritrovata dignità nella terra australiana. Si tratta di un passo molto importante per il suo futuro, anche se ciò comporta doversi lasciare alle spalle il suo paese, il suo passato ma, soprattutto, suo padre…

 

E la ferrea volontà di ricominciare da zero è fortemente minata da un segreto che Umberto porta con sé, inconsapevolmente, nel taschino della giacca. Il mistero svelato è un bigliettino lasciato dal padre Mimmo, poche parole ma importanti: parole di affetto, di perdono, di riscatto. Quelle parole che Umberto ha sempre sperato sentirsi dire durante tutta la sua vita e che adesso Mimmo ha deciso di affidare ad un pezzo di carta e a ciò che il destino è in grado di fare; parole scritte da «la stessa persona che ha reso la sua infanzia un inferno». Inizia così, parallelamente alla direzione del suo viaggio, un percorso a ritroso nel tempo, attraverso i ricordi di una infanzia mai dimenticata che si riflettono sul paesaggio e sul finestrino del treno mentre scorre veloce.

 

«Il ricordo è la forza dell’anima», ricordi fissati con tanta intensità nella sua mente da non poter fare a meno di riportarli alla superficie, ricordi di Mimmo quale padre padrone, «un uomo duro, un padre tanto severo da riuscire ad incutergli paura solo con lo sguardo». Dimostrazione che la nostra testa non dà importanza solo agli eventi positivi, dal profumo di primavera, come il ricordo della madre che sventola il certificato di nascita di Umberto e Lucia, ma quelli negativi, di violenza, di odore di alcol, di frustate senza apparente motivo, li trascina nel più profondo angolo del cervello, li fa diventare parte integrante del vissuto, li fa integrare al nostro stesso sangue, in attesa di essere assimilati e rinchiusi nell’oblio una volta per tutte o riproposte alle generazioni successive.

 

Il viaggio di Umberto Bordoni verso il futuro, diventa così anche il viaggio della memoria di suo padre, dei suoi trascorsi da infante ribelle dove le sue marachelle venivano fermate e punite a schiaffi e scudisciate dal suo stesso padre, e mandato in collegio per questa vivacità imperante, collegio religioso che lui definirà come «casa di correzione». Lasciato il collegio, parte militare per la guerra del 1915/18, che Mimmo definisce «la prima porcata mondiale»; qui conosce per la prima volta l’alcol, elemento che, secondo la mentalità del tempo, temprava i militari a combattere, poiché «I fumi dell’alcol aiutavano i soldati a non capire quanto i loro corpi fossero solo inanimate pedine nelle mani dei superiori, che giocavano con le loro giovanissime vite nella scacchiera degli orrori». L’alcol accompagnerà/perseguiterà Mimmo per tutta la vita, tra alti e bassi, inondando la sua casa di alito fetido e di mani alzate troppo velocemente: «erano schiaffi, pugni, frustate con la cinghia dei pantaloni e, per di più, dalla parte della fibbia o con il bastone».

 

Memore della sua infanzia “temprata” con questi metodi e degli orrori della guerra che non lo abbandoneranno mai, Mimmo adotta questa tecnica verso alcuni dei suoi figli proprio quando è sbronzo, allo scopo di renderli più forti e capaci di affrontare la vita al di fuori delle mura domestiche («Era convinto che fosse tutto merito del suo rigore se ora poteva vantarsi di avere un figlio forte, valoroso e buon lavoratore!»). Mimmo si ammorbidirà solo dopo la nascita della sua ultima figlia («Anche Lucia era sua figlia. Anche lui lo era. Perché con loro era stato così incredibilmente crudele?»), solo dopo l’ennesima alzata di gomito e, soprattutto, di mano verso la moglie e i figli. La sua correzione è in parte dovuta all’imponenza della madre Lucia («Se si ripeterà un‘altra sceneggiata come questa io non interverrò per aiutarti, ma per dare una mano a tua moglie»), per la quale ha sempre provato un timore reverenziale: «Da allora il comportamento di suo padre era cambiato. Non aveva più ceduto agli scatti d‘ira, anche se non aveva rinunciato ad ubriacarsi». Mimmo, successivamente, prova un affetto smisurato nei confronti di Mariella, la figlia di Umberto, lasciandosi andare ad un pianto disperato la sera prima della loro partenza. «Fino ad allora, nessuno lo aveva mai visto piangere».

 

«Paura della punizione. Paura della rabbia di suo padre. Paura delle botte. […] Paura che anche la madre fosse picchiata. […] Paura che tutto si ripetesse. Paura della paura». Durante questo giorno di viaggio, Umberto si trova combattuto tra il desiderio di perdonare il padre ed il desiderio di ancorare questi momenti dolorosi dentro sé («Come faceva a pretendere dai figli la perfezione, quando lui stesso era un “imperfetto”?»), per fare in modo che non possa ripetere quegli errori con i propri figli. Tra molti ripensamenti, Umberto alla fine cede:«Papà, ti perdono, l’ho sempre fatto! Ma non voglio ritornare indietro. Devo andare via». Ma nel momento di salire sulla nave, Umberto si blocca, chiedendosi se fosse giusto abbandonare suo padre, rimasto ormai solo dopo che la madre era morta; ripensando alle punizioni subite e ai troppi pianti, Umberto ritrova la spinta a partire, anche se «Non cancellò mai dalla sua memoria il ricordo delle violenze subite».

 

Questo racconto pone diversi interrogativi: Il no educativo, lo schiaffo dato per rendere più forte la propria progenie, ha validità quando si superano determinati confini? Può essere considerato valido quando un figlio cresce traumatizzato e terrorizzato dalla sola presenza di una persona del suo stesso sangue? E l’amore di un genitore verso un figlio, può essere differente dall’amore rivolto ad un altro? «E suo padre? Di quale e di quanto amore lo aveva amato?». Ognuno di noi, in base alla propria esperienza, risponderà in modo diverso a tali quesiti. Secondo la nostra, è fondamentale che un bambino cresca sano fin dai primi mesi di vita in un ambiente familiare caloroso ed amorevole, che possibilmente si mantenga crescendo: perché chi siamo stati, chi siamo oggi e chi diventeremo è in gran parte dovuto alle influenze della famiglia. Visto che è trattato il tema della guerra, concludiamo inserendo una breve poesia tratta dal libro stesso, L’uomo, le guerre, la storia.

 

Chi uccide un altro uomo

In nome di un ideale può,

Indifferentemente,

Esser definito

Terrorista oppure eroe.

La diversità è nell’appartenenza:

Terrorista se tra i perdenti,

Eroe se tra i vincenti.

Dio non ha fatto differenze;

Ha, semplicemente, comandato:

Non ammazzare.

Chi uccide un altro uomo

Per palese o celata induzione

Ha, con il suo mandante,

Un solo nome:

Assassino!

 

Maria Ficarra


(www.excursus.org, anno I, n. 5, dicembre 2009)

 

 

          

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Maria Ficarra, Annalice Furfari, Marco Gatto, Serena Intelisano,

Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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