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Dicci com’è stata
la tua infanzia e ti diremo chi sei: cronache di un
passato mai cancellato, che torna a colpire
impetuoso quando meno uno se l’aspetta. Questo è
Le porte del sole di Sara Favarò (Città del Sole
Edizioni, pp. 116, € 10,00), un’evoluzione
realistica e drammatica del protagonista Umberto
Bordoni, un uomo rimasto ancora un po’ bambino. La
storia, ambientata nel lontano 1961, è raccontata
nell’arco del lungo viaggio che Umberto compie, con
la moglie e la figlia, da Collestatte, paesino in
provincia di Terni, verso la lontana Liguria: perché
loro sono emigranti, alla ricerca di un lavoro
sicuro e di una ritrovata dignità nella terra
australiana. Si tratta di un passo molto importante
per il suo futuro, anche se ciò comporta doversi
lasciare alle spalle il suo paese, il suo passato
ma, soprattutto, suo padre…
E la ferrea volontà
di ricominciare da zero è fortemente minata da un
segreto che Umberto porta con sé, inconsapevolmente,
nel taschino della giacca. Il mistero svelato è un
bigliettino lasciato dal padre Mimmo, poche parole
ma importanti: parole di affetto, di perdono, di
riscatto. Quelle parole che Umberto ha sempre
sperato sentirsi dire durante tutta la sua vita e
che adesso Mimmo ha deciso di affidare ad un pezzo
di carta e a ciò che il destino è in grado di fare;
parole scritte da «la stessa persona che ha reso la
sua infanzia un inferno». Inizia così,
parallelamente alla direzione del suo viaggio, un
percorso a ritroso nel tempo, attraverso i ricordi
di una infanzia mai dimenticata che si riflettono
sul paesaggio e sul finestrino del treno mentre
scorre veloce.
«Il ricordo è la
forza dell’anima», ricordi fissati con tanta
intensità nella sua mente da non poter fare a meno
di riportarli alla superficie, ricordi di Mimmo
quale padre padrone, «un uomo duro, un padre tanto
severo da riuscire ad incutergli paura solo con lo
sguardo». Dimostrazione che la nostra testa non dà
importanza solo agli eventi positivi, dal profumo di
primavera, come il ricordo della madre che sventola
il certificato di nascita di Umberto e Lucia, ma
quelli negativi, di violenza, di odore di alcol, di
frustate senza apparente motivo, li trascina nel più
profondo angolo del cervello, li fa diventare parte
integrante del vissuto, li fa integrare al nostro
stesso sangue, in attesa di essere assimilati e
rinchiusi nell’oblio una volta per tutte o
riproposte alle generazioni successive.
Il viaggio di
Umberto Bordoni verso il futuro, diventa così anche
il viaggio della memoria di suo padre, dei suoi
trascorsi da infante ribelle dove le sue marachelle
venivano fermate e punite a schiaffi e scudisciate
dal suo stesso padre, e mandato in collegio per
questa vivacità imperante, collegio religioso che
lui definirà come «casa di correzione». Lasciato il
collegio, parte militare per la guerra del 1915/18,
che Mimmo definisce «la prima porcata mondiale»; qui
conosce per la prima volta l’alcol, elemento che,
secondo la mentalità del tempo, temprava i militari
a combattere, poiché «I fumi dell’alcol aiutavano i
soldati a non capire quanto i loro corpi fossero
solo inanimate pedine nelle mani dei superiori, che
giocavano con le loro giovanissime vite nella
scacchiera degli orrori». L’alcol
accompagnerà/perseguiterà Mimmo per tutta la vita,
tra alti e bassi, inondando la sua casa di alito
fetido e di mani alzate troppo velocemente: «erano
schiaffi, pugni, frustate con la cinghia dei
pantaloni e, per di più, dalla parte della fibbia o
con il bastone».
Memore della sua
infanzia “temprata” con questi metodi e degli orrori
della guerra che non lo abbandoneranno mai, Mimmo
adotta questa tecnica verso alcuni dei suoi figli
proprio quando è sbronzo, allo scopo di renderli più
forti e capaci di affrontare la vita al di fuori
delle mura domestiche («Era convinto che fosse tutto
merito del suo rigore se ora poteva vantarsi di
avere un figlio forte, valoroso e buon
lavoratore!»). Mimmo si ammorbidirà solo dopo la
nascita della sua ultima figlia («Anche Lucia era
sua figlia. Anche lui lo era. Perché con loro era
stato così incredibilmente crudele?»), solo dopo
l’ennesima alzata di gomito e, soprattutto, di mano
verso la moglie e i figli. La sua correzione è in
parte dovuta all’imponenza della madre Lucia («Se si
ripeterà un‘altra sceneggiata come questa io non
interverrò per aiutarti, ma per dare una mano a tua
moglie»), per la quale ha sempre provato un timore
reverenziale: «Da allora il comportamento di suo
padre era cambiato. Non aveva più ceduto agli scatti
d‘ira, anche se non aveva rinunciato ad ubriacarsi».
Mimmo, successivamente, prova un affetto smisurato
nei confronti di Mariella, la figlia di Umberto,
lasciandosi andare ad un pianto disperato la sera
prima della loro partenza. «Fino ad allora, nessuno
lo aveva mai visto piangere».
«Paura della
punizione. Paura della rabbia di suo padre. Paura
delle botte. […] Paura che anche la madre fosse
picchiata. […] Paura che tutto si ripetesse. Paura
della paura». Durante questo giorno di viaggio,
Umberto si trova combattuto tra il desiderio di
perdonare il padre ed il desiderio di ancorare
questi momenti dolorosi dentro sé («Come faceva a
pretendere dai figli la perfezione, quando lui
stesso era un “imperfetto”?»), per fare in modo che
non possa ripetere quegli errori con i propri figli.
Tra molti ripensamenti, Umberto alla fine
cede:«Papà, ti perdono, l’ho sempre fatto! Ma non
voglio ritornare indietro. Devo andare via». Ma nel
momento di salire sulla nave, Umberto si blocca,
chiedendosi se fosse giusto abbandonare suo padre,
rimasto ormai solo dopo che la madre era morta;
ripensando alle punizioni subite e ai troppi pianti,
Umberto ritrova la spinta a partire, anche se «Non
cancellò mai dalla sua memoria il ricordo delle
violenze subite».
Questo racconto
pone diversi interrogativi: Il no educativo,
lo schiaffo dato per rendere più forte la propria
progenie, ha validità quando si superano determinati
confini? Può essere considerato valido quando un
figlio cresce traumatizzato e terrorizzato dalla
sola presenza di una persona del suo stesso sangue?
E l’amore di un genitore verso un figlio, può essere
differente dall’amore rivolto ad un altro? «E suo
padre? Di quale e di quanto amore lo aveva amato?».
Ognuno di noi, in base alla propria esperienza,
risponderà in modo diverso a tali quesiti. Secondo
la nostra, è fondamentale che un bambino cresca sano
fin dai primi mesi di vita in un ambiente familiare
caloroso ed amorevole, che possibilmente si mantenga
crescendo: perché chi siamo stati, chi siamo oggi e
chi diventeremo è in gran parte dovuto alle
influenze della famiglia. Visto che è trattato il
tema della guerra, concludiamo inserendo una breve
poesia tratta dal libro stesso, L’uomo, le
guerre, la storia.
Chi uccide un altro
uomo
In nome di un
ideale può,
Indifferentemente,
Esser definito
Terrorista oppure
eroe.
La diversità è
nell’appartenenza:
Terrorista se tra i
perdenti,
Eroe se tra i
vincenti.
Dio non ha fatto
differenze;
Ha, semplicemente,
comandato:
Non ammazzare.
Chi uccide un altro
uomo
Per palese o celata
induzione
Ha, con il suo
mandante,
Un solo nome:
Assassino!
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno I, n. 5, dicembre 2009)
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