Anno I             n. 0                    Luglio 2009

 La lettura di tutti i buoni libri è come una conversazione con gli uomini migliori dei secoli andati (Cartesio)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ARCHIVIO - Letteratura

 

 L'imprevedibilità, anima

 dei romanzi di Faletti

 di Maria Ficarra

 L'uscita dell'ultimo Io sono Dio

è occasione per un resoconto 

 di chi è l'autore e del suo scrivere

 

 

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Quando aprimmo per la prima volta un libro di Giorgio Faletti, fin dalle pagine iniziali ci convincemmo che questo scrittore aveva delle potenzialità attrattive molto alte: rimanemmo, infatti, talmente stregati dalla trama che non riuscimmo più a staccare gli occhi dai fogli ed in pochissimo tempo finimmo di leggerlo. Adesso, dopo quattro libri alle spalle, tutti pubblicati da Baldini Castoldi Dalai, possiamo dire che la nostra opinione non è cambiata. E chi l’ha conosciuto precedentemente nelle sue vesti di comico, non si lasci trarre in inganno: questo nuovo abito gli calza a pennello.

Quando si parla di Faletti, si entra nel mondo dell’imprevedibilità, sadica, violenta, misteriosa, ma pur sempre l’imprevedibilità classica del fiato sospeso un attimo prima di voltare pagina. Infatti, sarà certamente capitato, a ciascuno di voi, di aver letto libri che sembravano viaggiare in sincronia con la vostra mente o, meglio ancora, che il vostro pensiero anticipasse il seguito della storia. Ebbene con Faletti è un’impresa piuttosto ardua: ogni parola, ogni punto di sospensione (che con la casualità hanno ben poco a che fare) vengono inseriti secondo una logica sconosciuta per la quale il lettore ha l’impressione inequivocabile che, oltre questi limiti verbali e visivi, siano possibili non una, ma mille evoluzioni e conclusioni diverse far loro... E fra quelle possibili ed immaginabili, nessuna si avvicinerà mai alla vera direzione del racconto. È proprio questa la magia che scaturisce dalla lettura, in genere, e soprattutto la capacità di aprire la mente ad un universo dove realtà e fantasia si mescolano e si fondono per un unico obiettivo: eliminare le barriere tra i due compromessi.

Il romanzo d’esordio è stato il vendutissimo Io uccido, un thriller allo stato puro che corre sulle frequenze di una radio di Monte Carlo e dove i luoghi dei delitti sono segnati profondamente da una scritta col sangue: quella del titolo appunto. La musica ha un ruolo dominante nella narrazione, infatti le vittime vengono scelte in base ad alcune canzoni rappresentative per l’omicida («La musica non tradisce, la musica è la meta del viaggio, la musica è il viaggio stesso»); inoltre la canzone stessa è l’indizio che precede la prossima vittima, la cui morte avviene in maniera agghiacciante. La comunicazione è molto scorrevole, la trama ti rapisce, ti fa accelerare il ritmo di lettura per la curiosità di arrivare al colpo di scena finale, la fatidica scoperta del colpevole.

Un meccanismo simile avviene con Niente di vero tranne gli occhi, dove un killer compone i corpi delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts. È una storia particolare, nata dalla mente “assurda” dell’autore, che ti coinvolge nell’inganno dell’omicidio come unica soluzione per i propri scopi o ideali. Qui, Maureen, una dei protagonisti, si trova a dover affrontare un trapianto agli occhi, dopo una cecità, e con i “suoi” nuovi occhi, vede cose appartenenti al precedente corpo umano che non dovrebbe né vorrebbe vedere. In poche parole, qualunque cosa scriva Faletti, ti strega, ti cattura. E pronunciare altre parole su questi libri sarebbe troppo poco rispetto alla grandezza della sensazioni che emana. Quindi l’unica soluzione è leggerli per confermare o anche per contrastare.

Il successivo romanzo, Fuori da un evidente destino si discosta un po’ dalle classiche trame falettiane, avvicinandosi gradualmente all’universo del popolo pellerossa dei Navajo di cui il protagonista è un discendente mezzosangue («Un uomo che non era bianco e non era rosso, un uomo nel quale nemmeno gli occhi riuscivano a essere dello stesso colore»), accompagnato da un cane che avverte strane sensazioni nell’atmosfera; dove le morti avvengono apparentemente senza una ragione comune, colpiti da una terribile forza della natura, un’ombra che si manifesta al mondo esterno sotto forma di due impronte di piedi come se camminasse da sottoterra, che traspare dalle pagine quasi a volerne uscire. E lui, Jim, è il classico uomo che vorresti accanto a te per proteggerti dalle insidie del mondo, con la sua dose di noncuranza e menefreghismo dovuti al suo passato, alle sue generazioni passate, che non staccherà mai dalla sua pelle. È un racconto che parla di magia, quindi adatto per chi ne è affascinato ed al tempo stesso intimorito; è una storia così intrisa di romanticismo, di senso della giustizia, di compartecipazione, da far venire le lacrime. È un libro che consigliamo vivamente. E chi si troverà a leggerlo, non se ne pentirà di certo.

Ed infine, questo viaggio in mongolfiera attraverso il mondo di Faletti, ci porta ad un altro libro: Pochi inutili nascondigli, tre parole per sette racconti, un titolo che vuole dire tutto con la sua brevità statica, ma che, al tempo stesso, proietta il lettore verso un niente riflessivo. ed in particolare con alcuni racconti di questo libro.  

Entrando nel vivo di questo volume, si nota che i protagonisti di ogni singola storia sono sempre personaggi di sesso maschile, ognuno con una storia invisibile alle spalle, alle prese con situazioni e sentimenti più o meno ambigui. E ciascun racconto ha un filo conduttore comune: la morte di un personaggio, protagonista e non, più o meno violenta, più o meno subdola. Si tratta di una morte che ti destabilizza, che non lascia spiegazioni né lettere d’addio, ma soltanto disegni spezzati come scie che si perdono nell’infinito, come si può notare in Una gomma e una matita e in Graffiti. Nel primo si tratta di una morte surreale, cancellata nel senso letterale del termine, ai limiti dell’inverosimile, che sarebbe comunque impraticabile nella realtà odierna; nel secondo si tratta quasi di una morte un po’ più soft, un po’ più di classe, ma sempre incredibile.

Inoltre, Faletti riesce a portare in superficie il terrore, le nostre più infime paure che, proiettate all’interno del libro, vengono amplificate al punto tale da far pensare di essere noi stessi i protagonisti reali,  incollandoti addosso la convinzione che alla fine di ogni capitolo non ci sia via di ritorno, come in Graffiti e L’ospite d’onore. Il secondo sembra quasi un racconto psichedelico, allucinatorio ed al tempo stesso il più divertente dei sette, con un linguaggio attualissimo a molto scorrevole.

Il racconto Spugnole ricorda molto il libro precedente, dove il mistero della natura fa da padrone all’intera storia: una natura che si diverte a giocare con le bambole voo-doo per fare del bene, una sorta di Robin Hood moderno, ed i malcapitati “cattivi” di turno devono fare i conti con un essere che si traduce nel terrore proveniente dalla parte più sporca della loro anima.

Altra caratteristica comune: il tema dell’amore. Nei racconti  L’ultimo venerdì della signora Kliemann, Graffiti, La ragazza che guardava l’acqua, ritroviamo diverse forme d’amore: verso una persona morta, un amore/affetto dai tratti romantici e l’amore platonico. Fa capire chiaramente come un amore più posato, più controllato evolve in maniera graduale, come la nascita di una rosa. Invece, l’amore smisurato, rifiutato, può portare alla follia e di conseguenza a gesti violenti o perversi.

Tutto ciò contribuisce a dare dell’essere umano in genere una chiara e concisa definizione: data l’impossibilità di prevedere il pensiero dell’uomo, egli è portato, davanti a situazioni che lo debilitano nel profondo dell’animo, a compiere atti di estrema isteria. In un certo senso l’imprevedibilità della scrittura di Faletti sta ad indicare la stessa peculiarità nel comportamento umano. Non si tratta assolutamente di una lezione forzata di Psicologia, ma una riflessione, più obiettiva possibile, sul miracolo nascosto della mente umana.

A questo punto, c’è da chiedersi quali siano i nascondigli indicati da Faletti nel titolo. Potrebbe essere una superficie d’acqua coperta da rami d’alberi; una bambola ad altezza d’uomo; un film da girare; un viaggio; il libro stesso è un nascondiglio. L’inutilità potrebbe essere dovuta al fatto che essi rappresentano solo una temporanea estraniazione, una fuga momentanea dalla realtà. Finita la pagina, il ringraziamento e l’indice, bisogna ritornare agli eventi della vita quotidiana, ognuno con le proprie Spugnole, le Signore Kliemann e gli Ospiti d’onore da affrontare. Finito il capitolo, i personaggi smettono di vivere se non nel nostro cuore o fino alla prossima rilettura.

Maria Ficarra

(www.excursus.org, anno I, n. 0, luglio 2009)

 

                                   

  

 

 

 

 

 

Redazione:

Linda Basile, Maria Ficarra, Marco Gatto, Serena Intelisano, Giuseppe Martino, Antonella Rosanova

 

 

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