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Quando aprimmo per la prima volta un libro di
Giorgio Faletti, fin dalle pagine iniziali ci
convincemmo che questo scrittore aveva delle
potenzialità attrattive molto alte: rimanemmo,
infatti, talmente stregati dalla trama che non
riuscimmo più a staccare gli occhi dai fogli ed in
pochissimo tempo finimmo di leggerlo. Adesso, dopo
quattro libri alle spalle, tutti pubblicati da
Baldini Castoldi Dalai, possiamo dire che la nostra
opinione non è cambiata. E chi l’ha conosciuto
precedentemente nelle sue vesti di comico, non si
lasci trarre in inganno: questo nuovo abito gli
calza a pennello.
Quando si parla di Faletti, si entra nel mondo
dell’imprevedibilità, sadica, violenta, misteriosa,
ma pur sempre l’imprevedibilità classica del fiato
sospeso un attimo prima di voltare pagina. Infatti,
sarà certamente capitato, a ciascuno di voi, di aver
letto libri che sembravano viaggiare in sincronia
con la vostra mente o, meglio ancora, che il vostro
pensiero anticipasse il seguito della storia. Ebbene
con Faletti è un’impresa piuttosto ardua: ogni
parola, ogni punto di sospensione (che con la
casualità hanno ben poco a che fare) vengono
inseriti secondo una logica sconosciuta per la quale
il lettore ha l’impressione inequivocabile che,
oltre questi limiti verbali e visivi, siano
possibili non una, ma mille evoluzioni e conclusioni
diverse far loro... E fra quelle possibili ed
immaginabili, nessuna si avvicinerà mai alla vera
direzione del racconto. È proprio questa la magia
che scaturisce dalla lettura, in genere, e
soprattutto la capacità di aprire la mente ad un
universo dove realtà e fantasia si mescolano e si
fondono per un unico obiettivo: eliminare le
barriere tra i due compromessi.
Il romanzo d’esordio è stato il vendutissimo Io
uccido, un thriller allo stato puro che corre
sulle frequenze di una radio di Monte Carlo e dove i
luoghi dei delitti sono segnati profondamente da una
scritta col sangue: quella del titolo appunto. La
musica ha un ruolo dominante nella narrazione,
infatti le vittime vengono scelte in base ad alcune
canzoni rappresentative per l’omicida («La musica
non tradisce, la musica è la meta del viaggio, la
musica è il viaggio stesso»); inoltre la canzone
stessa è l’indizio che precede la prossima vittima,
la cui morte avviene in maniera agghiacciante. La
comunicazione è molto scorrevole, la trama ti
rapisce, ti fa accelerare il ritmo di lettura per la
curiosità di arrivare al colpo di scena finale, la
fatidica scoperta del colpevole.
Un meccanismo simile avviene con Niente di vero
tranne gli occhi, dove un killer compone i corpi
delle sue vittime come i personaggi dei Peanuts. È
una storia particolare, nata dalla mente “assurda”
dell’autore, che ti coinvolge nell’inganno
dell’omicidio come unica soluzione per i propri
scopi o ideali. Qui, Maureen, una dei protagonisti,
si trova a dover affrontare un trapianto agli occhi,
dopo una cecità, e con i “suoi” nuovi occhi, vede
cose appartenenti al precedente corpo umano che non
dovrebbe né vorrebbe vedere. In poche parole,
qualunque cosa scriva Faletti, ti strega, ti
cattura. E pronunciare altre parole su questi libri
sarebbe troppo poco rispetto alla grandezza della
sensazioni che emana. Quindi l’unica soluzione è
leggerli per confermare o anche per contrastare.
Il successivo romanzo, Fuori da un evidente
destino si discosta un po’ dalle classiche trame
falettiane, avvicinandosi gradualmente all’universo
del popolo pellerossa dei Navajo di cui il
protagonista è un discendente mezzosangue («Un uomo
che non era bianco e non era rosso, un uomo nel
quale nemmeno gli occhi riuscivano a essere dello
stesso colore»), accompagnato da un cane che avverte
strane sensazioni nell’atmosfera; dove le morti
avvengono apparentemente senza una ragione comune,
colpiti da una terribile forza della natura,
un’ombra che si manifesta al mondo esterno sotto
forma di due impronte di piedi come se camminasse da
sottoterra, che traspare dalle pagine quasi a
volerne uscire. E lui, Jim, è il classico uomo che
vorresti accanto a te per proteggerti dalle insidie
del mondo, con la sua dose di noncuranza e
menefreghismo dovuti al suo passato, alle sue
generazioni passate, che non staccherà mai dalla sua
pelle. È un racconto che parla di magia, quindi
adatto per chi ne è affascinato ed al tempo stesso
intimorito; è una storia così intrisa di
romanticismo, di senso della giustizia, di
compartecipazione, da far venire le lacrime. È un
libro che consigliamo vivamente. E chi si troverà a
leggerlo, non se ne pentirà di certo.
Ed infine, questo viaggio in mongolfiera attraverso
il mondo di Faletti, ci porta ad un altro libro:
Pochi inutili nascondigli, tre parole per sette
racconti, un titolo che vuole dire tutto con la sua
brevità statica, ma che, al tempo stesso, proietta
il lettore verso un niente riflessivo. ed in
particolare con alcuni racconti di questo libro.
Entrando nel vivo di questo volume, si nota che i
protagonisti di ogni singola storia sono sempre
personaggi di sesso maschile, ognuno con una storia
invisibile alle spalle, alle prese con situazioni e
sentimenti più o meno ambigui. E ciascun racconto ha
un filo conduttore comune: la morte di un
personaggio, protagonista e non, più o meno
violenta, più o meno subdola. Si tratta di una morte
che ti destabilizza, che non lascia spiegazioni né
lettere d’addio, ma soltanto disegni spezzati come
scie che si perdono nell’infinito, come si può
notare in Una gomma e una matita e in
Graffiti. Nel primo si tratta di una morte
surreale, cancellata nel senso letterale del
termine, ai limiti dell’inverosimile, che sarebbe
comunque impraticabile nella realtà odierna; nel
secondo si tratta quasi di una morte un po’ più
soft, un po’ più di classe, ma sempre
incredibile.
Inoltre, Faletti riesce a portare in superficie il
terrore, le nostre più infime paure che, proiettate
all’interno del libro, vengono amplificate al punto
tale da far pensare di essere noi stessi i
protagonisti reali, incollandoti addosso la
convinzione che alla fine di ogni capitolo non ci
sia via di ritorno, come in Graffiti e
L’ospite d’onore. Il secondo sembra quasi un
racconto psichedelico, allucinatorio ed al tempo
stesso il più divertente dei sette, con un
linguaggio attualissimo a molto scorrevole.
Il racconto Spugnole ricorda molto il libro
precedente, dove il mistero della natura fa da
padrone all’intera storia: una natura che si diverte
a giocare con le bambole voo-doo per fare del bene,
una sorta di Robin Hood moderno, ed i malcapitati
“cattivi” di turno devono fare i conti con un essere
che si traduce nel terrore proveniente dalla parte
più sporca della loro anima.
Altra caratteristica comune: il tema dell’amore. Nei
racconti L’ultimo venerdì della signora Kliemann,
Graffiti, La ragazza che guardava l’acqua,
ritroviamo diverse forme d’amore: verso una persona
morta, un amore/affetto dai tratti romantici e
l’amore platonico. Fa capire chiaramente come un
amore più posato, più controllato evolve in maniera
graduale, come la nascita di una rosa. Invece,
l’amore smisurato, rifiutato, può portare alla
follia e di conseguenza a gesti violenti o perversi.
Tutto ciò contribuisce a dare dell’essere umano in
genere una chiara e concisa definizione: data
l’impossibilità di prevedere il pensiero dell’uomo,
egli è portato, davanti a situazioni che lo
debilitano nel profondo dell’animo, a compiere atti
di estrema isteria. In un certo senso
l’imprevedibilità della scrittura di Faletti sta ad
indicare la stessa peculiarità nel comportamento
umano. Non si tratta assolutamente di una lezione
forzata di Psicologia, ma una riflessione, più
obiettiva possibile, sul miracolo nascosto della
mente umana.
A questo punto, c’è da chiedersi quali siano i
nascondigli indicati da Faletti nel titolo. Potrebbe
essere una superficie d’acqua coperta da rami
d’alberi; una bambola ad altezza d’uomo; un film da
girare; un viaggio; il libro stesso è un
nascondiglio. L’inutilità potrebbe essere dovuta al
fatto che essi rappresentano solo una temporanea
estraniazione, una fuga momentanea dalla realtà.
Finita la pagina, il ringraziamento e l’indice,
bisogna ritornare agli eventi della vita quotidiana,
ognuno con le proprie Spugnole, le Signore
Kliemann e gli Ospiti d’onore da
affrontare. Finito il capitolo, i personaggi
smettono di vivere se non nel nostro cuore o fino
alla prossima rilettura.
Maria Ficarra
(www.excursus.org,
anno I, n. 0, luglio 2009)
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