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La bouganville arancio,
come titola il nuovo romanzo di Anna Bertuccio
(Editrice Uni Service, pp. 180, € 14,00), non è un
nome casuale, ma fa riferimento a quella pianta
ornamentale che fa da cornice ad una storia nella
storia.
Il racconto, ambientato a Zanclia,
ipotetica provincia siciliana, narra di una famiglia
apparentemente perfetta: il professore Peppe
Piccolo, gastroenterologo al Policlinico
Universitario, sua moglie Ada e la figlia Maria,
neolaureata in procinto di partire per il Veneto
dopo aver vinto una borsa di studio. Ma è proprio
alla vigilia di questo viaggio che Maria e suo padre
assistono ad un tentato omicidio. Questo evento,
oltre a sconvolgere la ragazza, le darà, suo
malgrado, l’ulteriore conferma di che uomo sia
realmente il padre. Il professore Piccolo, infatti,
non sporgerà denuncia per il reato a cui hanno
assistito e obbligherà la figlia a fare altrettanto,
relegandola nel silenzio dell’omertà, dove ha già
isolato da tempo anche Ada, vittima di un uomo
crudele e violento.
L’autrice ci mostra, così, il “dietro le quinte” di
questo palcoscenico, che è la Sicilia, ricca di una
bellezza antica e di paesaggi luminosi, «sarcasmo
di una naturale trasparenza che si confronta con una
torbida quotidianità», fatta di «silenzi e
delitti che vengono agiti perché altri delitti e
silenzi possano essere occultati in una spirale
dannata che si autoalimenta e rinforza». E il
professore Piccolo fa pienamente parte di questo
sistema. Proviene da una famiglia estranea ai lussi
della classe borghese, figlio di “babberi”, come lo
etichettano con disprezzo i compagni del liceo,
eclissandolo in un mondo lontano dal loro e che ai
suoi occhi appare misero e squallido, come un
marchio di cui vergognarsi, motivo per cui farà “di
tutto” per cancellare queste origini, accettando le
richieste di “favori” senza fare domande, perché
«chi cerca quello che non deve, trova quello che non
vuole». Per impreziosire infine la sua scalata
al potere mediante un matrimonio di interesse con
Ada Fonseca, figlia di una famiglia di giuristi di
spicco della città.
Il romanzo è caratterizzato da un’atmosfera che
evoca quella propria della tragedia greca: troviamo,
infatti, sin dall’inizio, e poi anche nel corso
della narrazione, diversi rimandi all’Antigone
di Sofocle. E sarà proprio rileggendo quest’opera
che Ada, donna debole e sottomessa, come appare
nella prima parte del racconto, riuscirà a trovare
dentro di sé quella forza, quasi eroica, che le
permetterà di rimettersi in gioco e di riprendersi
la sua vita.
La narrazione è periodicamente inframmezzata dalle
riflessioni interiori di Ada sui fatti che si
avvicendano: è come se l’animo della donna venisse
messo a nudo agli occhi di chi legge e l’autrice, in
quest’ambito, mostra la sua abilità nel cambiare
nettamente il ritmo di scrittura, quasi come a farci
sentire la voce di Ada che parla a se stessa, il che
risuona alle orecchie del lettore come una sorta di
versione moderna del coro della tragedia.
Ma come accennato in precedenza, il romanzo è la
storia di questa famiglia della “Zanclia
bene” alla quale è allacciata di riflesso un’altra
storia, che ha come sfondo l’ambiente universitario,
dove spicca come protagonista il professore Piccolo,
cognome che calza perfettamente a pennello a quest’uomo,
che ha come unica ambizione il potere a tutti i
costi, finanche a mettersi al servizio della
’ndrangheta senza farsi troppi scrupoli: infatti dai
colleghi viene visto come «un piccolo
infiltrato mafioso travestito da professionista,
incistato come un pidocchio tra quelli che contano».
Le manie di grandezza del professore lo condurranno,
però, in una spirale vorticosa fatta di illeciti,
che non sarà facile nascondere alla giustizia.
Giustizia che appare sotto diverse forme e
interpretazioni: quella rappresentata dalla polizia,
quella lucidamente architettata ed alimentata dalla
vendetta del singolo e quella della “logica” mafiosa
del “se sbagli paghi”.
Ma quale di queste diverse “forme“ di giustizia
riuscirà a prevalere nella nostra storia lo si
scopre solo al termine di questo gustoso romanzo,
che si chiude con un suggerimento per un futuro
migliore, fatto emergere dalla Bertuccio mediante il
dialogo tra due uomini, forse un po’ sognatori, che
aspettano l’inizio della rappresentazione di una
tragedia greca (presumibilmente, ancora una volta,
l’Antigone) al teatro di Gortigia.
Queste due persone pensano che quei siciliani che,
come il professore Piccolo, «si sono messi in
proprio seppellendo il senso di civiltà […]
dovrebbero sentire quello che gente vissuta in
questi luoghi prima di noi ha espresso in questo
“doppio della vita” che è il teatro: il senso di
civiltà, di convivenza serena fra gli uomini e fra
loro e la natura».
Silvia Caristi
(www.excursus.org,
anno III, n. 22, maggio 2011)
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