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È ancora un oggetto
“ambiguo” l’ultimo libro di Franco Arminio,
Nevica e ho le prove (Laterza, pp. 120, € 9,50).
Tra racconto, diario, cronaca, aforisma, appunto,
nota: il suo punto di forza sta proprio in questo
vagabondaggio stilistico tra prose difformi. Il
quale, va da sé, diventa una leva per scoperchiare
tutto un mondo, quello dei paesi d’Irpinia, che,
nient’affatto chiusi in bozzettismi locali, sono
punti focali di un cannocchiale puntato su un nostro
futuro collettivo, «laboratori della nuova epoca.
Un’epoca allo stesso tempo sfinita e affaccendata»,
vera «avanguardia» di un più grande decadere.
La composizione del
libro è spuria, articolata in sezioni diverse,
secondo un tragitto che va dal punto di vista
soggettivo del diario a quello tutto oggettivo
dell'elenco. È come un accerchiamento progressivo,
per diverse distanze e angolature, verso il nocciolo
del discorso, che è l’individuazione di quel
sentimento diffuso, così penetrato nel tessuto della
contemporaneità da restare inosservato, simile a
un’«artrosi che storce anche gli umori verso una
piega di perenne rancore». Arminio scopre gli ossi
cariati dei suoi luoghi, strutture e infrastrutture,
collegamenti e riferimenti di un’umanità che viaggia
per inerzia; e con essi le vene interiori, i
malesseri che non sanno trasformarsi in vere
reazioni, ma che si arenano in un misto di
«autismo», «accidia» e «miseria spirituale».
A dispetto della
apparente, superficiale immobilità, qui viene
rilevato il movimento del sottosuolo, lo smottamento
continuo di un’umidità esistenziale che trova la sua
ragione profonda in un terreno «fatto di argille
sciolte, tegole informi che navigano in una cupa
deriva geologica». Il rimuginare “ipocondriaco” di
Arminio, tra esterni e interni, si fonda tutto su
questa prerogativa dell’«essere in bilico», su
«l’idea del precipitare, l’idea di spaccarsi». E la
parola procede, conseguentemente, per “frane”, lungo
una sequenza di detriti accatastati su un letto
fluviale sotterraneo. Questo è il gesto della
scrittura di Arminio: raccogliere e setacciare
«dettagli piccolissimi», scartando i più vistosi e
tenendo le scorie, per disporle poi l'una di fianco
all’altra, in paratattica visione.
È un vero segno di
poetica, d’altronde, l’insistere sull'idea, che
diviene immediatamente una pratica,
dell’«esposizione» come momento fondativo della
scrittura. Principio etico di rifiuto di qualunque
«riparo», di che che sia consolazione abbagliante,
stemma di una condotta esistenziale proiettata nel
vortice, nel «coma frenetico» della contemporaneità,
essa dà forma alla scrittura, trova qui la sua
espressione compiuta. In questo senso vanno viste le
nude, e crude, notizie dal “paese della cicuta”, i
minuscoli eventi mensili che riempiono le case e le
vie, gli elenchi di malattie, macchine, emigrati,
morti che chiudono, ammutolendo la parola con la
loro evidenza afasica, l’inventario di oggetti e
luoghi, come “prove” snocciolate di una vita sepolta
sotto una “neve” immobilizzante: segni di un
tempo, rattrappito in se stesso, che è il nostro.
Massimiliano
Borelli
(www.excursus.org,
anno II, n. 10, maggio 2010)
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