Anno II            

n.10                     Maggio 2010

 La lettura fa l'uomo completo [...] e lo scrivere fa l'uomo esatto (Francesco Bacone)                                                   Direttore responsabile: Luigi Grisolia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Letteratura

 

        

Dettagli della frana:

le "prove" di Arminio

 di Massimiliano Borelli

Tante schegge da un paesaggio

 in silenziosa rovina in un libro

 "ambiguo" stampato da Laterza

 

 

 

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È ancora un oggetto “ambiguo” l’ultimo libro di Franco Arminio, Nevica e ho le prove (Laterza, pp. 120, € 9,50). Tra racconto, diario, cronaca, aforisma, appunto, nota: il suo punto di forza sta proprio in questo vagabondaggio stilistico tra prose difformi. Il quale, va da sé, diventa una leva per scoperchiare tutto un mondo, quello dei paesi d’Irpinia, che, nient’affatto chiusi in bozzettismi locali, sono punti focali di un cannocchiale puntato su un nostro futuro collettivo, «laboratori della nuova epoca. Un’epoca allo stesso tempo sfinita e affaccendata», vera «avanguardia» di un più grande decadere.

 

La composizione del libro è spuria, articolata in sezioni diverse, secondo un tragitto che va dal punto di vista soggettivo del diario a quello tutto oggettivo dell'elenco. È come un accerchiamento progressivo, per diverse distanze e angolature, verso il nocciolo del discorso, che è l’individuazione di quel sentimento diffuso, così penetrato nel tessuto della contemporaneità da restare inosservato, simile a un’«artrosi che storce anche gli umori verso una piega di perenne rancore». Arminio scopre gli ossi cariati dei suoi luoghi, strutture e infrastrutture, collegamenti e riferimenti di un’umanità che viaggia per inerzia; e con essi le vene interiori, i malesseri che non sanno trasformarsi in vere reazioni, ma che si arenano in un misto di «autismo», «accidia» e «miseria spirituale».

 

A dispetto della apparente, superficiale immobilità, qui viene rilevato il movimento del sottosuolo, lo smottamento continuo di un’umidità esistenziale che trova la sua ragione profonda in un terreno «fatto di argille sciolte, tegole informi che navigano in una cupa deriva geologica». Il rimuginare “ipocondriaco” di Arminio, tra esterni e interni, si fonda tutto su questa prerogativa dell’«essere in bilico», su «l’idea del precipitare, l’idea di spaccarsi». E la parola procede, conseguentemente, per “frane”, lungo una sequenza di detriti accatastati su un letto fluviale sotterraneo. Questo è il gesto della scrittura di Arminio: raccogliere e setacciare «dettagli piccolissimi», scartando i più vistosi e tenendo le scorie, per disporle poi l'una di fianco all’altra, in paratattica visione.

 

È un vero segno di poetica, d’altronde, l’insistere sull'idea, che diviene immediatamente una pratica, dell’«esposizione» come momento fondativo della scrittura. Principio etico di rifiuto di qualunque «riparo», di che che sia consolazione abbagliante, stemma di una condotta esistenziale proiettata nel vortice, nel «coma frenetico» della contemporaneità, essa dà forma alla scrittura, trova qui la sua espressione compiuta. In questo senso vanno viste le nude, e crude, notizie dal “paese della cicuta”, i minuscoli eventi mensili che riempiono le case e le vie, gli elenchi di malattie, macchine, emigrati, morti che chiudono, ammutolendo la parola con la loro evidenza afasica, l’inventario di oggetti e luoghi, come “prove” snocciolate di una vita sepolta sotto una “neve” immobilizzante: segni di un tempo, rattrappito in se stesso, che è il nostro.

 

Massimiliano Borelli

 

(www.excursus.org, anno II, n. 10, maggio 2010)

 

 

  

 

 

 

 

Redazione:

Silvia Tropea (coordinatrice)

Linda Basile, Massimiliano Borelli, Maria Ficarra, Annalice Furfari,

Marco Gatto, Serena Intelisano, Roberto La Fauci, Giuseppe Licandro

 

 

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